E adesso vi racconto il presente
Intervista con William Gibson

Si intitola “L’accademia dei sogni” ed è l’ottavo romanzo di William Gibson. A venti anni dalla pubblicazione di “Neuromante” Gibson cambia registro e con il suo nuovo libro abbandona i toni della fantascienza per ambientare la sua storia nel presente e fare i conti con un mondo dove Internet, le multinazionali, la multimedialità sono la realtà quotidiana con la quale ognuno di noi ha a che fare. Protagonista del romanzo è Cayce Pollard, donna dotata della capacità di reagire in maniera forte, violenta, fisica, ai marchi e al loro potere di attrazione, capacità che l’ha trasformata in una ambitissima consulente, in grado di prevedere con precisione il successo o l’insuccesso di un logo. L’attenzione di Cayce viene colpita un filmato che viene distribuito su Internet, un frammento alla volta. Nessuno sa chi sia l'autore, dove venga girato, in quale ordine vadano disposti i frammenti, quale sia lo scopo di questo strano puzzle visivo. Migliaia di persone nel mondo iniziano a collezionare i frammenti, dando loro significati diversi, cercando di decifrarne il segreto. Cayce resta coinvolta in un gioco più grande di lei, che coinvolge non solo il mondo del marketing multinazionale, ma anche il “fantasma” del padre, scomparso nel crollo delle Torri Gemelle l’11 Settembre 2001.
“L’accademia dei sogni” è tra le cose migliori che Gibson ha scritto e potrebbe essere definito il primo libro del “nuovo corso” dell’autore americano.
In Italia il libro esce con un titolo diverso dall’originale, “Pattern Recognition” è diventato “L’accademia dei sogni”. Pensa che sia un buon titolo?
«È interessante, non lo sapevo. Beh, credo che il motivo principale per la variazione sia stata la difficoltà di traduzione del titolo originale, ma sono abbastanza soddisfatto della scelta. Mi ricorda qualcos’altro, è un titolo che ho già sentito...».
I sogni giocano un ruolo importante nel romanzo?
«Si, anche se in maniera indiretta, nel senso che lo spezzoni video che vengono immessi in rete diventano in un modo singolare e complesso dei “sogni” collettivi. Ognuno vede qualcosa di diverso negli spezzoni, sia gli entusiasti che li studiano con attenzione che i curiosi. E’ il modo in cui gli esseri umani vedono i film ad essere interessante. Del resto
ormai l’idea che ci sia un testo “assoluto”, secondo le moderne teorie critiche, non la sostiene più nessuno, l’interpretazione del testo, del film, è predominante».
Quello che è profondamente cambiato è, in questo libro, il suo modo di mettere in relazione il reale e il fantastico.
«Si, in qualche modo è diverso. Ma non è stata una scelta presa a priori. In realtà sono arrivato alla fine della narrazione e ho scoperto che la relazione era diversa, soprattutto nel modo di scrivere. Non so se sarà un cambiamento definitivo, anche perché mi sento solo all’inizio di un percorso che non so esattamente dove mi porterà, vedrò in un prossimo libro se sarò in grado di trovare una relazione nuova tra il vero e il fantastico che sarò in grado di lavorare ancora in questo modo».
Non aveva nulla di futuribile da immaginare?
«La gente non crede davvero che gli scrittori di fantascienza siano profeti del futuro e io rido quando lo dicono di me. Forse per questo ho pensato, cominciando a scrivere, che questa volta nel libro non ci sarebbe stato nulla di non realistico. L’unica cosa che non è realistica nel libro è la sensitività fisiologica di Cayce ai marchi, ed è una facoltà che in tutto il racconto non viene mai spiegata. E poi, francamente, oggi le possibilità di immaginare il futuro si siano molto ridotte. Non credo che oggi noi abbiamo il lusso di pensare al futuro come potevano i miei genitori negli anni Cinquanta, o come potevo io stesso negli anni successivi. Il tempo scorreva, in qualche modo, più lentamente, i cambiamenti avvenivano su tempi più lunghi. Oggi, in un mondo che cambia a una velocità impressionante, è impossibile fare calcoli sul futuro. Ci sarà un futuro, ma non è prevedibile, non è possibile sognare un futuro».
Per la prima volta nella sua vita di autore, comunque, ha ambientato una storia non nel futuro ma nei nostri giorni.
«Io volevo scrivere qualcosa che mi forzasse ad uscire da una posizione confortevole. Io non sono uno che ama rischiare, avevo deciso di fare pochi cambiamenti all’inizio del libro e quello dell’ambientazione nel presente mi sembrava più che sufficiente. Avevo deciso anche che il racconto, contrariamente a quanto ho fatto in precedenza, non avrebbe previsto un livello di “tecnologia immaginaria”, e anche che il libro sarebbe stato scritto dal punto di vista di un singolo personaggio, approccio che io non ho usato per molto tempo, utilizzando la tecnica del “multiple viewpoint”. Alla fine del lavoro ho scoperto che il tempo presente, la mancanza di fantasticherie tecnologiche non mi davano problemi, mentre la cosa più difficile da tenere era il singolo punto di vista. Ho dovuto sviluppare una “musculatura” narrativa molto diversa da quella alla quale mi ero abituato, per questo all’inizio il processo della scrittura è stato molto lento, perché, se mi passa il paragone, io ero più abituato a lavorare in uno stile “Mtv”, fatto di ritmi veloci e molta frammentazione».
In alcuni momenti il racconto prende il tono del thriller...
«Lavorando a questo libro ho scoperto che alcuni aspetti del mio lavoro precedente che avevano avere da fare con la struttura del thriller, e che questi diventavano più forti se letti attraverso le lenti di un singolo personaggio. L’orientarmi verso il thriller non è stata una scelta, ma una progressione naturale della storia».
Insomma, si può dire che “L’accademia dei sogni” ci proponga un nuovo William Gibson?
«Non posso essere io a dirlo. Potrei farlo se io fossi uno scrittore con soggetti nati da decisioni consce e razionali. Ma io non sono così, non so spiegare o descrivere cosa mi spinge a scrivere una storia piuttosto che un altra. Qualche volta penso che in tutta la mia vita ho scritto sempre della stessa cosa, qualsiasi essa sia, solo che si è manifestata ogni volta in maniera differente. Qualche volta mi dimentico che è così e mi comporto come se facessi scelte artistiche coscienti, e allora mi paralizzo completamente, perché davvero il mondo è complesso e mi sembra impossibile fare delle scelte sensate. Preferisco che sia una “compulsione cieca” a fare per me le scelte.
Quella di inserire gli avvenimenti dell’11 settembre è stata però una scelta cosciente.
«Si, quando tutto è avvenuto stavo scrivendo “L’accademia dei sogni” e ho capito, come tutti che nulla sarebbe stato come prima. L’evento ha impattato la mia narrativa, l’ha mandata in pezzi. Io sapevo di dover incorporare la realtà di quell’evento nella mia storia, ero riluttante, ho provato a non farlo, ma avevo degli amici che mi hanno convinto che dovevo farlo per mantenere il senso di me stesso come artista».
Anche in questo libro Internet gioca comunque un ruolo importante
«Si, perché Internet ha un ruolo importante nella nostra vita oggi, perché la gente ha scelto di usare la rete in una maniera diversa da quella nella quale i grandi “content provider” vorrebbero fosse usata. Ho una teoria sul piacere che Internet offre alla gente. Credo sia quello di un esperienza diretta, un piacere essenzialmente comunitario. La televisione ha un grande successo, ma il telefono è molto più legato alla nostra vita, perchè credo che la gente ami vedere, ma preferisca di gran lunga parlare. Il piacere di Internet sembra essere quello del “village gossip”, del pettegolezzo che si può fare con un perfetto sconosciuto sulla metropolitana, ed è potentissimo perché tocca corde antichissime in noi. E’ ironico che nell’isolamento delle urbanizzazione uno può trovare un piacere antico, offerto da una cosa artificiale».
La reattività di Cayce ai marchi riflette anche una sua idiosincrasia?
«Non proprio. Però, potendo scegliere, non compro cose con marchi visibili. Diciamo che non indosso cose che parlano di se stesse...»