Lavorare con lentezza: intervista a Guido Chiesa
Un film, la classe operaia, i figli della classe operaia, la Bologna di radio Alice e molto altro ancora
"Lavorare con lentezza, senza fare alcuno sforzo. Il lavoro ti fa male. E ti manda all'ospedale".
Si fa presto a dire: la classe operaia che lottava per non farsi fregare e per trovare la forza di affiorare non c'è più. Proprio come ha fatto il primo Bertolucci (non certo quello di The Dreamers), il cinema italiano continua a rendere omaggio alla storia del proletariato attraverso gli eroi del suo e del nostro tempo: Bifo, Rino Gaetano, Enzo Del Re, collettivo Wu Ming, Afterhours. Dopo la Livorno di Virzì, la Torino di Ferrario, l'Abruzzo di Milani, ora è la volta di Bologna, reduce del set dell'onirico Paz, con cui De Maria due anni fa rese omaggio ad uno dei più grandi disegnatori italiani, Andrea Pazienza.
"Oggi che gli operai stanno scomparendo restiamo noi, i figli degli operai", risponde Chiesa. Come in quella canzone dei Csi: "I figli dei bottegai. I figli di chi è qualcuno e di chi non lo sarà mai".
Si è consumato l'american dream, l'ossessione del lavoro come unica ragione di vita. E' il tramonto del rampantismo e della spregiudicatezza in nome del successo e del potere. Per dirla con l'americano Rifkin, a rivelare la sua forza è sempre più il sogno europeo, fatto di cosmopolitismo e pensiero laico. Uno spazio in cui la qualità della vita, il tempo libero, la creatività e il gioco intellettuale si fanno strada a discapito di un materialismo tipicamente statunitense e della mercificazione del lavoro manuale e intellettuale. In questo contesto è possibile inserire il significato della pellicola di Chiesa, che dopo aver passato le forche caudine della Mostra di Venezia, a una settimana dall'uscita, già riempie le sale di ventenni che hanno ascoltato il refrain di Rino Gaetano su La 7, anziché attrarre nostalgici rivoluzionari.
Dove sono finiti gli operai italiani? Una specie in via di estinzione o in cassa integrazione, almeno nell'originaria accezione del termine, sostituiti dagli stranieri che con o senza permesso di soggiorno, pavimentano strade e fanno il raccolto. Il vecchio operaio metalmeccanico è stato rimpiazzato dall'impiegato poliglotta di call center, dal laureato con master che inserisce file nel data base, mentre le otto ore sono state spazzate dal job sharing e dal part time verticale, con buona grazia di Maroni e della legge trenta. Perché sempre di operai si tratta, operai che lavorano per vivere e non vivono per lavorare, ma che vengono pagati di più dallo Stato se ritardano l'età della pensione.
Guido, tre anni fa mi dicesti che volevi fare un film su Radio Alice. E hai mantenuto la promessa. Perché hai voluto ambientare il tuo film nel 1977?
"Ci sono tante ragioni, in parte anche legate alla mia biografia. Gli eventi di quegli anni mi colpirono molto, anche se ero solo un ragazzino. Tutti coloro che hanno partecipato al film sono convinti che fosse necessario realizzarlo in questo preciso momento storico. Non tanto per ricordare un pezzo di storia che è stato dimenticato, rimosso, quasi cancellato dalla memoria del nostro Paese, riassunto semplicemente nell'etichetta "anni di piombo", anni che per noi, invece, sono sinonimo di grande trasformazione e liberazione. Non solo per questo.
Nel momento che stiamo vivendo, è importante raccontare la storia di chi già allora aveva intuito determinati cambiamenti, di chi aveva intravisto una certa strada e compreso che quell'intuizione poteva generare nuove energie. Faccio un esempio. Non tanto la generazione del '77 nel suo insieme, ma in particolare l'area bolognese aveva percepito che il lavoro del futuro sarebbe stato flessibile e precario e avrebbe coinvolto sempre meno i muscoli e sempre di più la testa. Cose che oggi sono divenute realtà.
Fu allora che Radio Alice lanciò la parola d'ordine: rifiutare l'idea che la vita possa essere solo lavoro. Lavorare con lentezza, rifiutare la logica che il lavoro, la produttività e il profitto siano l'unico orizzonte della vita. Proporre come obiettivi alternativi l'affetto, la tenerezza, i corpi, il volersi bene, il desiderio".
Come Il Partigiano Johnny (n.d.r, il penultimo film di Chiesa), anche Lavorare con lentezza è permeato dal tema della lotta, ma anche della sconfitta amara, del disincanto.
"E' vero che, se le lotte si fossero vinte, non saremmo qui. L'insuccesso è parte integrante di determinate esperienze, ma non ci impedisce di provare a cambiare. Dove avvengono le sconfitte? Nel '77 la sconfitta si è consumata sul piano politico, mentre una vittoria più grande si è conquistata sul piano culturale e antropologico, legato al potere di fare delle cose prima irraggiungibili. Penso al femminismo, ai giovani operai meridionali immigrati al Nord, che hanno cambiato il loro destino attraverso lotta. Penso ai giovani che hanno rifiutato un tipo di lavoro, quello della catena di montaggio in fabbrica, che oggi non piace a nessuno.
Quante persone ora fanno il musicista, il fumettista, il regista, l'attore, o altri lavori creativi? Molti di loro sono figli degli operai.
Il casting è stato difficile? Con quali criteri avete scelto i ragazzi del '77?
Eravamo sicuri sin dall'inizio di alcuni interpreti: il tenente Valerio Mastrandea, il malavitoso Valerio Binacco, piuttosto che il carabiniere Max Mazzotta.
Tutti gli altri attori, Claudia Pandolfi compresa, sono stati individuati attraverso provini incrociati. Per quanto riguarda i protagonisti, non è stato facile trovare due ragazzi che mettessero insieme rigidità e naturalezza allo stesso tempo. I giovani sono sempre più smaliziati e sanno muoversi perfettamente di fronte alla telecamera; noi invece avevamo bisogno di persone che dimostrassero in modo naturale una certa fermezza.
Questo ha tutto l'aspetto di un film corale.
Il film racconta una moltitudine storie. Sarò estremo: secondo me, sia il '77 che le realtà che stiamo vivendo non conoscono altro modo di essere raccontate all'infuori delle categorie della frammentarietà e della molteplicità del livelli. Abbiamo voluto raccontare tante storie con la esse minuscola. E' l'insieme delle storie a comporre il significato del film, che ognuno legge e vive secondo la sua cultura, età, provenienza culturale e geografica. Uno che ha vissuto il '77 a Padova avrà certamente ricordi diversi rispetto ad un ventenne dei nostri giorni. Come su Internet, in questo film ognuno si collega dove e come vuole. L'importante non è raggiungere lo stesso messaggio, bensì lo stesso luogo di riflessione.
L'esperienza di Radio Alice è ancora attuale?
Radio Alice non tornerà. Non penso che si possa riprodurre nuovamente quello stesso momento storico e non ne avrei alcuna nostalgia. Radio Alice resta comunque un esempio dell'uso democratico della tecnologie. Nel corso degli anni si è compreso che le tecnologie vanno usate e non subite. La rete telematica è uno dei più grandi tentativi di democratizzazione della comunicazione. Il capitalismo, invece, usa le tecnologie in modo opposto. Le telefonate in diretta lanciate da radio Alice con gli anni si sono trasformate nelle conversazioni con la Carrà per indovinare il numero di fagioli nel cestino, o nelle confessioni a Cucuzza per raccontare i fatti propri.
Certo non era questo il sogno di Radio Alice. Come al solito il capitalismo si appropria delle idee che provengono dal basso per trarne profitto. Il problema allora è proseguire per la strada che abbiamo intrapreso, facendo tesoro degli errori del passato.
Il prossimo film?
Non ne parlo. Tra Il partigiano Johnny e Lavorare con lentezza doveva esserci un altro film che non è mai andato in porto. Oltre farmi male, quell'esperienza mi ha insegnato di restare in silenzio sino al momento in cui le riprese non avranno inizio.