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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Opinioni

I giovani, la fede, la comunicazione


Intervista a Rita Dietrich



di Roberto Bartolomucci
17/03/2009


Per me la vita è un’eterna scoperta, e pur non senza difficoltà, cerco di essere sempre la protagonista del complesso romanzo che è la mia esistenza…
Si presenta così Rita Dietrich, laureata presso la Facoltà di Lettere de “La Sapienza” di Roma, presso cui ha conseguito anche un attestato di perfezionamento in Scienze della Comunicazione.
Romana, amante di viaggi e ricerche, inizia la sua carriera di giornalista nel 1989 prima come pubblicista e, dal 1998, come professionista, trattando argomenti di attualità, economia, politiche sociali e comunitarie. Numerose le collaborazioni nei settori delle pubbliche relazioni e degli uffici stampa per conto di aziende, istituzioni pubbliche ed istituti di ricerca. Dal 2000, inoltre,dopo la specializzazione in “arte, cronaca e religione”, inizia la collaborazione con l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede. La Dietrich, nel suo sito internet, afferma con franchezza il suo amore per la conoscenza e per la sua professione che le permette di comunicarla. Abbiamo avuto modo di conoscerla meglio nell’incontro della rassegna “Martedì d’autore” organizzato in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione il 10 marzo scorso, in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro – Nel mondo che faremo. I giovani e la fede. Il libro rappresenta un viaggio all’interno di ottanta associazioni, dall’Azione Cattolica alla Gioventù Ardente mariana, dalla Comunità di sant’Egidio alla Caristas. Ottanta racconti che, plasmati evidentemente da una morale religiosa che tenta di essere riproposta come appiglio sicuro cui affidare domande esistenziali, dipingono realtà giovanili spesso poco conosciute, con l’intento di riaffermare valori imprescindibili dalla vita sociale, da ritrovarsi nell’amicizia, nell’amore  per l’altro e, più in generale, nella solidarietà in cui vince la voglia di vivere intensamente.
Sul suo sito internet Lei afferma di amare il lavoro di giornalista: occuparsi della conoscenza, dei fatti che ci circondano e ci riguardano, veicolarla è stata da sempre la sua passione. In un mondo così saturo di informazione quale quello che ci circonda che posto dà ad uno strumento “tradizionale” quale il libro?

Anche se il libro appare oggi  uno strumento un po’ in disuso, almeno stando ai dati legati all’acquisto e alla lettura nei confronti anche degli altri Paesi europei, ritengo che il libro conceda sicuramente un rapporto più intimo con i contenuti che veicola;
un ottimo invito alla riflessione che l’azione stessa di leggere un libro permette molto meglio rispetto, ad esempio, ad internet, che risulta essere uno strumento mediatico connotato dalla rapidità e dalla deperibilità del consumo. 

Nel suo libro Nel mondo che faremo –I giovani e la fede racconta il suo viaggio tra i movimenti e le associazioni. Un percorso fatto di ricerca, condivisione, solidarietà,  ma soprattutto segnato dal rapporto di vicinanza con l’“altro”. Questo, d’altronde, è stato da sempre un modo di veicolare i propri contenuti da parte della Chiesa, che ha cercato di coinvolgere i giovani proprio attraverso le numerose associazioni che Lei stessa racconta. Quanta di questa unione e di “fare con” può essere tenuta in vita attraverso le nuove tecnologie di informazione e comunicazione?

Nella mia esperienza personale che racconto nel libro Nel mondo che faremo – I giovani e la fede, ho notato che molte di queste associazioni hanno costruito dei propri siti internet, dei propri blog, delle proprie discussioni, persino degli account su face book. Dunque un utilizzo completo degli strumenti di comunicazione oggi a disposizione. E’ bene ricordare che, a  prescindere da un più ampio discorso sulla fede, ho avuto a che fare con dei ragazzi, quindi il linguaggio usa e deve usare gli strumenti adatti ad una “platea” giovanile. D’altronde anche  il parlare di argomenti seri come possono essere i problemi personali, le confidenze, oppure i dibattiti d’opinione su momenti d’attualità –  certamente analizzati attraverso quelli che sono i valori cristiani - si confà benissimo a questi strumenti.  

A questo proposito, lo scorso 23 gennaio il Vaticano ha lanciato un proprio canale su You Tube, la più grande comunità mondiale di condivisione in rete di filmati. Pensa che attraverso questo medium ci possa essere, soprattutto tra i giovani, un’ effettiva praticabilità della cultura di rispetto, dialogo e amicizia –auspicata dallo stesso pontefice- oppure si tratta di una sorta di azione di “marketing” tesa più che altro a stare al passo con le nuove modalità di comunicazione ma la cui attrattiva risulti poi bassa nei confronti delle nuove generazioni?  In altre parole, non le sembra che questo approccio rivolto ai nuovi media sia quantomeno tardivo da parte di un’istituzione che fa dell’universalità del proprio sapere uno dei fondamenti della propria esistenza?

Devo dire che, in generale, il boom legato a questi strumenti informatici è piuttosto recente, per cui la sfida lanciata dal Vaticano - se di sfida si può parlare – non è proibitiva né tardiva. D’altra parte vanno tenute in considerazione, in quella che è la querelle legata alla diffusione dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione, proprio le caratteristiche e i bisogni dell’utenza.  

Si riproporrebbe qui, in ogni caso, un problema legato all’accessibilità nei confronti di questi nuovi strumenti del comunicare; una questione, questa, che certamente non può essere risolta dalla Chiesa, ma che non può non esser tenuta in considerazione da chi opera soprattutto per levigare quei disagi legati alla differenziazione sociale.

Certamente. Questo è un problema decisamente avvertito dagli studenti e più in generale dai giovani. Credo però che, oggi come oggi, sia più agevole reperire quelle risorse in grado di unire e permettere di comunicare rispetto a qualche anno fa. Al di là dei mezzi di comunicazione adottati, comunque, ciò che ho riscontrato in queste associazioni è una solidarietà e una voglia d’unione che cerca di superare quelli che sono gli ostacoli, anche e soprattutto economici. Mi viene in mente un aneddoto a questo proposito: il movimento dei “focolari”  svolge periodicamente degli incontri a livello nazionale; in uno di questi, avvenuto in Brasile, si decise di raccogliere – attraverso una colletta – del denaro, in maniera tale che le spese che i ragazzi dovevano affrontare per raggiungere il luogo della riunione fossero uguali sia che si abitasse a pochi chilometri, sia che ci si dovesse spostare da distanze ragguardevoli.

La Chiesa Cattolica, attraverso la figura del Papa, ha riaffermato già con Giovanni Paolo II  l’attenzione verso i giovani istituendo con successo la Giornata mondiale della gioventù, un incontro internazionale di spiritualità e cultura ad essi rivolto. Lei pensa che la speranza nel Dio vivente cui Benedetto XVI fa riferimento nel presentare la XXIV Giornata mondiale a livello diocesano del prossimo 5 aprile rappresenti un richiamo sufficientemente coinvolgente per una categoria sociale che sempre meno si pone seriamente il problema di cosa significhi credere in Dio?

Per quello che ho avuto modo di vedere, il Dio vivente può avere dei risvolti molto concreti: nell’educazione e nell’esperienza quotidiana delle persone che ho conosciuto attraverso queste associazioni,  il Dio vivente viene ritrovato nell’amicizia di chi è accanto, nella solidarietà. Passa da un livello astratto ad uno più concreto nel momento in cui si parla di amore, di dedizione verso gli altri, di fede e fiducia nel voler costruire un mondo migliore. In una parola quando si riscoprono i valori della vita.

Cosa ne pensa del rapporto tra religione e politica? Sono attualissime le polemiche tra il neo-presidente degli Stati Uniti Obama e il Vaticano circa le restrizioni sui finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali. La tristemente nota vicenda Englaro ha portato una serie di prese di posizione feroci in primis provenienti dalla Chiesa Cattolica. E ancora il Papa, in visita al Campidoglio, denuncia la povertà spirituale dei contemporanei che accompagna l’intolleranza così come la perdita dell’occupazione, il precariato giovanile, le difficoltà dell’economia familiare, i problemi  della casa e dei mutui.. Al di là della libertà d’espressione di pensiero che può, anzi deve esserci da parte di un’autorità statale quale quella papale, non crede che ci sia una pressione esagerata nei confronti di un Paesi –in special modo l’Italia - che si professano laici? Dopotutto il rispetto per l’altrui libertà è alla base di un vivere civile al di là della fede religiosa che può essere da compendio per la condotta personale ma risulta comunque una libera scelta.

Penso che il dialogo sia alla base di tutti i rapporti. Debbono esserci delle figure negoziatrici tra queste realtà differenti che, al di là di alcuni valori non negoziabili, hanno il dovere di sforzarsi di capire e non restare immobili sulle proprie posizioni. Quello che rimane imprescindibile, è, comunque, la salvaguardia di valori che ritengo “naturali” – prima che etici o religiosi - , primo fra tutti la vita.  

Per concludere, ancora un riferimento al suo libro e alle parole di Benedetto XVI. Il papa, nel messaggio per la Giornata mondiale della gioventù 2009 che abbiamo citato, afferma l’importanza dell’associazionismo per rispondere ad interrogativi che diventano pressanti quando ci si deve misurare con ostacoli che a volte sembrano insormontabili: difficoltà negli studi, mancanza di lavoro, incomprensioni familiari, malattie, carenza di adeguate risorse come conseguenza dell’attuale e diffusa crisi economica e sociale…In una parola l’incertezza verso il futuro può essere superata, secondo le parole del pontefice, solamente attraverso la grande speranza rappresentata dal Cristo risorto e presente nel mondo che chiama alla partecipazione alla sua stessa vita eterna. Pensa che questa promessa di un’eternità felice possa  –oggi come oggi- essere così forte da sorreggere la fede cristiana?    

Quello che ho visto negli occhi dei ragazzi è la volontà di costruire e realizzare la propria vita, la vita attuale. A vent’anni la morte appare lontana e ci si rivolge al futuro come a una speranza di realizzazione, a un tentativo di disegnare un futuro migliore. Certo a volte si ritrovano situazioni particolari per cui, sebbene non si pensi alla morte, la si ricerca inconsciamente  - e incoscientemente - attraverso l’uso di droga, alcool, e così via.
Credo che il fatto di desiderare una vita migliore in questa Terra attraverso la riscoperta dei valori, porterà automaticamente  ad un ultraterreno. Ma chi non apprezza questa terra, sicuramente non apprezzerà neanche l’ultraterreno.

Non so cosa ci aspetti nell’aldilà, ma sono sicura che ci faremo delle grandi risate a ripensare, a un livello più alto, a tutti quei problemi che ci hanno accompagnato in vita e che appariranno come delle “bambinate”.    
stampastampa

riferimenti
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