Intervista con Mario Monicelli
Il cinema oggi è in ripresa dopo il vuoto
di Sonia Raule
14/10/2004
Incontro Mario Monicelli in un piccolo ristorante del rione Monti di Roma, il suo quartiere. E’ straordinario come quest’uomo di quasi 90 anni abbia ancora il fisico di un ragazzo, l’occhio curioso, lucido e tanta voglia di fare e la frase che ama ripetere è “sto sempre meglio”.
«Ho iniziato ad andare al cinema negli anni ’20. Sembrava il circo equestre, un grande baraccone di gente urlante, dove tutti partecipavano, applaudendo “ l’eroe” o fischiando il “cattivo”. Non dimentico mai le sensazioni che mi ha regalato il cinema muto con le farse travolgenti di Buster Keaton, Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio, con i suoi western, e i film strappalacrime fatti di gelosie e tradimenti.
Ecco, in quel momento nasce la mia curiosità per il cinema e la consapevolezza di voler far parte di quel mondo magico fatto di immagini in movimento. Era un gran caravanserraglio dove magari si iniziava a girare un film dalla fine senza avere ancora idea dell’inizio e dove l’unico, il solo, quello che tutti guardavamo come un mago perchè alla fine costruiva tutto, era il regista. Ah, c’era un altro mago, quello che illuminava le scene, tutte rigorosamente finte. Ho iniziato a lavorare negli anni ’30, facendo un po’ di tutto.
Il regime, salvo rare eccezioni, non ha mai chiesto al cinema di fare propaganda, né ci ha mai impedito di vedere i film americani. La censura era di carattere morale: rigorosamente vietati omicidi, suicidi e tradimenti e poi doveva esserci sempre il lieto fine. Quando il copione prevedeva qualcosa di censurabile, non doveva mai accadere in Italia ma in Ungheria (mi son sempre chiesto perché l’Ungheria). E sai qual’era la nostra Budapest, quella dove il cinema italiano faceva accadere le cose più turpi? Il quartiere Coppedè di Roma.
Ricordo invece la censura del dopoguerra, quando era veramente difficile fare satira politica o raccontare cose che non si dovevano sapere. Pensa che “Riso amaro” di De Santis, nel ‘49 ha avuto un sacco di guai perché faceva vedere come vivevano e lavoravano le mondine, ore e ore nell’acqua, in mezzo alle zanzare e tutto per due soldi. Bisognava lottare, difendere i propri film dal comitato di censura che, se non ricordo male, era formato da un insegnante, un prete e un padre di famiglia e stabiliva se un film era etico e fruibile dai giovani o no.
Quando ero ragazzo non avevo la televisione né il telefono, di macchine in giro se ne vedavano poche e si moriva ancora delle malattie più banali perché non c’erano gli antibiotici. La prima grande modernizzazione che mi ha stupito è stato l’avvento del cinema parlato, poi quello delle colonne sonore e infine del colore.
Personalmente non posseggo il telefonino, non uso il computer ma apprezzo tutto ciò della tecnologia che migliora la qualità del lavoro, soprattutto nel cinema. Tutti mi considerano il padre della commedia all’italiana, anche se è difficile dirlo perché era un momento particolare, c’era una certa atmosfera e certe cose erano nell’aria».
Monicelli si interrompe un attimo, intuisco un pensiero che gli passa per la testa e si riappropria della paternità di quel genere che lo ha reso grande.
«Sicuramente “Totò cerca casa” nel 1949 è stato il primo film dove eventi tragici venivano trattati in modo farsesco. E comunque per questo mio modo di fare cinema fui attaccato dalla critica che non mi risparmiò feroci cattiverie. Ma la mia grande rivincita arrivò con “La grande guerra”

nel 1959 quando, al termine della proiezione al festival di Venezia, gli scrosci di applausi furono tali che non poterono negarmi il Leone d’oro: indiscutibilmente la più grande emozione della mia vita. I protagonisti dei miei film sono quasi sempre bande di straccioni, amici burloni, scansafatiche, comunque perdenti che vogliono sempre intraprendere qualcosa più grande di loro. I miei film comici tradiscono il principio fondamentale del film comico, quello di dover sempre finire bene. Nei miei film, per esempio, c’è sempre il morto, perché la morte mi intriga, per me è sempre ispirazione di gag comiche, insomma il macabro e il comico si accoppiano un gran bene. I comici devono essere tutti cattivi, altrimenti come si fa a far ridere?».
Allora una vena di cattiveria ce l’hai anche tu?
«Spero proprio di sì. La mia è una cattiveria interiore, quella di divertirsi quando le cose vanno male, alle spalle degli amici, magari con chi hai bevuto un bicchiere di vino un momento prima. In questo sono molto toscano. Tra i toscani non c’è mai una vera solidarietà. Pensa alla cattiveria del Palio di Siena: è l’unico gioco al modo dove, per vincere, è ammesso tutto, senza regole. La celebre scena degli schiaffi di “Amici miei”

non l’ha inventata nessuno, è una leggenda metropolitana di Viareggio, dove, tra ragazzi ci si raccontava di questo scherzo.
Sono io che ho trasformato Gassman in un attore comico. Lui veniva dal teatro, recitava Shakespeare e secondo i produttori aveva un aspetto troppo nobile per far ridere e far parte di una banda di morti di fame. Per me era perfetto per la parte, così per accontentarli, ho infilato nel naso di Gassman dei tappi di sughero che gli hanno allargato le narici e gli ho gonfiato il labbro per renderlo balbuziente. Comunque, la cosa bella di quel periodo era che si era tutti amici, si stava insieme, ci si parlava, ci si raccontava le battute e qualche volta ce le scambiavamo: “io ti regalo questa, tu che mi dai?”, insomma, eravamo una comunità creativa. Ho sempre cercato di creare armonia anche nell’equipe di lavoro, per cui ci divertivamo quando si lavorava e ci divertivamo durante le pause, poi però, finito il film, per fortuna tutti a casa.
Non ho mai frequentato le attrici. Sai la noia poi, quando ti chiedono una parte o il primo piano più lungo! Quanti colleghi ho visto impantanarsi in storie con attrici che volevano essere trattate in modo speciale e fare capricci che creavano problemi alla produzione. Qualche strappo l’ho fatto quando ero giovane perché, sai, a quei tempi era dura. Prima del ’68, quando le donne hanno iniziato ad uscire di casa per occupare le università la sera, mica potevano restare fuori casa! Per fortuna nel mondo del cinema c’era un po’ più di libertà, di apertura verso il sesso, c’erano le attrici, le attricette, le comparse. Ecco, lì mi son dato un gran da fare, perché non ero ancora famoso e non avevo niente da dare in cambio, me lo ricordo come un periodo di grandi conquiste perché piacevo per quello che ero».
Monicelli accompagna questo ricordo ad una risata sorniona.
«Il cinema italiano oggi sta vivendo un momento di ripresa. C’è stato un vuoto e una lunga crisi di 20 anni perché è scomparsa la generazione dei grandi. Una generazione che era uscita dalla guerra e dalla dittatura, ma che aveva imparato il mestiere. Il fascismo, una delle poche cose buone che ha fatto, è stata quella di prumuovere il cinema, costruendo Cinecittà, ma anche formando quelli che poi sarebbero diventati i mostri del cinema, quelli che hanno portato il cinema per strada e hanno creato il neorealismo, che hanno cambiato la storia del cinema nel mondo.E poi c’erano tre grandi imprenditori: Ponti, Cristaldi e De Laurentiis, gli altri erano come quasi tutti quelli di adesso: una banda di mascalzoni che rubacchiavano quel che potevano. La generazione successiva, davanti a questi grandi non ha fatto altro che imitare. Invece di fare sé stessi facevano imitazioni che non valevano niente. Pensa quanti cadaveri ha fatto Antonioni con la sua storia dell’incomunicabilità.Registi autentici, con cose da dire, negli ultimi 20 anni. In Italia ce ne sono stati pochi. Oggi guardo con interesse al lavoro di alcuni giovani come Soldini, Marra, Sorrentino, Garrone.
Il mio prossimo film sarà ambientato nella Libia del 1938 ed è tratto dal libro di Tobino “il deserto della Libia”. La sceneggiatura è mia, sai, cerco di lavorare spesso da solo. Mi mancano molto Tognazzi, Scarpelli, Suso Cecchi D’amico, Mastroianni, Antonioni che, anche se c’è ancora, è come se non ci fosse. Mi sento sempre meglio e la buona salute mi fa guardare ancora con curiosità questo mondo e capire dove sta andando. Stiamo vivendo un momento di grandi cambiamenti. Noi occidentali pensiamo di essere al centro del mondo e magari, tra qualche decennio la nostra cultura sarà spazzata via dai cinesi. Sono stato per anni di Rifondazione comunista ma ora Bertinotti si è spostato troppo a destra. Il comunismo in cui credo io è quello di Marx, non in quello di “Baffone” senza il quale, però, i nazisti avrebbero vinto la guerra. Parliamoci chiaro, lo sbarco in Normandia è stato un successo perché ad accogliere gli americani non c’erano più tedeschi: l’Armata rossa li aveva spazzati via!
Al cinema vado poco e guardo solo i film che non so fare, quelli che non mi appartengono come gli horror o gli 007, mentre la televisione non la guardo. Ogni tanto l’accendo e mi addormento sulla poltrona. La tv è l’unica cosa che mi dà il senso della vecchiaia, mi fa addormentare di schianto, forse perché guardo cose noiose, chissà… Dovrei provare con le veline.