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Opinioni

Claudio Petruccioli: "Fra la Rai e le Facoltà di Scienze della Comunicazione dev'esserci uno scambio istituzionalizzato"


Il Presidente della Rai alla presentazione di "Una Frequenza per Comunicare", progetto in partnership tra RadioRai e Università


claudio petruccioli
di Glauco di Mambro
16/12/2005

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videoGuarda l'intervista a Claudio Petruccioli in formato .RM Size: 7,81 Mb

audioAscolta l'intervista a Claudio Petruccioli in formato .WAV Size: 935 Kb


"UNA FREQUENZA PER COMUNICARE": questo il nome del progetto che metterà in sinergia due realtà come RadioRai e la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma.

E per capire quanto le parti in causa puntino su quest’accordo, che prenderà il via dalla stipula di una convenzione, basti pensare che alla Conferenza stampa di Presentazione a Viale Mazzini erano presenti i massimi livelli delle istituzioni coinvolte: dal Presidente della Rai, l’On. Claudio Petruccioli, al Magnifico Rettore, il Prof. Renato Guarini, passando per il Prof. Mario Morcellini, Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione.

Secondo i termini della convenzione, Radio Rai sarà quindi il consulente d’eccellenza per la piattaforma di RadioSapienza, la Radio d’Ateneo la cui nascita è prevista a brevissimo termine.  E sarà proprio la Facoltà di Scienze della Comunicazione il naturale perno del network d’Ateneo, attraverso la creazione e la gestione di un Laboratorio Radiofonico che avrà il preciso compito di sperimentare format originali e innovativi.

Non è stato tralasciato ovviamente l’aspetto prettamente formativo del progetto, e così parallelamente all’istituzione del Laboratorio Radiofonico è prevista l’attivazione di un Master, da svolgere sempre nella Facoltà di Scienze della Comunicazione, interamente dedicato a Linguaggi, Produzione e Marketing della Radio.

Un Master, questo, creato in base all’accordo con il Responsabile Produzione Radio della Rai, il Prof. Francesco De Domenico, e che si avvarrà della collaborazione di RadioScrigno (le “teche” della Produzione Radio) con la possibilità, per i laureati più meritevoli, di usufruire di borse di studio e di stage d’esperienza messi a disposizione da Radio Rai stessa.

Presidente, oggi è stata firmata una convenzione fra la realtà più importante nel panorama mediatico italiano e la più grande Università presente sul territorio nazionale, per non dire europeo: stavolta ci sono davvero tutti i presupposti per creare qualcosa di importante?

“Oggi è una data veramente importante: mi auguro che quest’accordo tra Radio Rai e la Facoltà di Scienze della Comunicazione sia solo un primo passo per creare uno scambio istituzionalizzato, una sorta di metabolismo fisiologico fra le università, e in particolare le Facoltà di Scienze della Comunicazione, e la Rai.”

In un suo recente intervento ad Orvieto lei ha evidenziato le problematiche relative al rapporto tra cultura e sistema mediale: un rapporto in cui gli studenti assumono evidentemente un ruolo fondamentale. Lei pensa che esperimenti come questa convenzione possano contribuire a sanare questa frattura oramai sempre più preoccupante tra cultura, giovani e media? Quale può essere il ruolo degli studenti in questo processo?

“Tutti i passi che vadano verso la risoluzione di questo problema sono utili, purchè abbiano successo. Ed io sono convinto che questa convenzione avrà successo. Vorrei aggiungere però che il rapporto fra televisione e cultura, e fra televisione e intellettuali, è un rapporto che richiede un lavoro molto lungo e un dibattito molto aperto. La cultura è sempre stata, e soprattutto in Italia a partire da Guicciardini in poi, vittima di gravi problemi di distribuzione. La cultura è stata distribuita nei secoli in maniera ineguale fra chi sapeva, chi sapeva di più, chi sapeva di meno e chi non sapeva: valutare quindi secondo il criterio della cultura porta inevitabilmente alla definizione di una gerarchia tra un più e un meno. La televisione invece è un mezzo che in sé è spietatamente egualitario e non sopporta queste differenze: anche chi è portatore di più cultura deve sapere che quando fa i conti con la tv, non può pensare che sia solo lo strumento a non consentire alla cultura di passare. Sta al portatore di cultura, e a quelli ovviamente che fanno televisione, trovare il modo per riuscire a far passare la cultura attraverso il mezzo televisivo. E questo è proprio quello che sono chiamati a fare i giovani che intraprendono un percorso di studi in Scienze della Comunicazione.

Tornando alla radio, sembra proprio che oggi stia vivendo una seconda giovinezza, sia dal punto di vista degli ascolti che dal punto di vista della passione che si sta riscoprendo verso questo mezzo: lei crede che la tv dovrebbe imparare qualcosa dalla radio, soprattutto per la sua capacità di rinnovarsi?

La radio è uno strumento straordinariamente flessibile, sia nella produzione che nella distribuzione e nell’uso: non credo che, per quanto grandi possano essere, le innovazioni tecnologiche porteranno la tv allo stesso livello di flessibilità della radio. Livello di flessibilità che tra l’altro crescerà sempre di più: se ne parla molto poco ma ricordiamo che quando anche la distribuzione radiofonica potrà usufruire del digitale, ci sarà una qualità dell’ascolto e della ricezione enormemente migliore. E’ pur vero che la tv non smetterà mai e non ha mai smesso di imparare dalla radio: e viceversa anche la radio è stata influenzata ed è influenzata tuttora dalla tv. Pensate a Renzo Arbore, a quanto è stato importante anche da un punto di vista strutturale in entrambe le realtà: io lo farei studiare nelle Università, e non è detto che voi studenti di Scienze della Comunicazione non lo facciate già. Arbore è stato contemporaneamente un grande autore radiofonico, che ha esaltato le specificità del mezzo, e poi è stato capace di trasferire in continuità quell’esperienza nell’ambito specifico della televisione. E questo è quello che dobbiamo imparare. Tutti quanti.

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