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Opinioni

‘I Ragazzi di Teheran’, tra Internet e tradizione


Mediazone incontra Siavush Randjbar-Daemi de ‘Il Messaggero’



di Francesco Cutillo
16/10/2006


IN UN PAESE, come l’Iran, che va letteralmente a rotoli principalmente a causa dell’economia, i giovani rappresentano l’unica speranza, l’unico futuro. Ed è per questo che Antonello Sacchetti li ha voluti raccontare nel suo ultimo libro-reportage dal titolo I ragazzi di Teheran (Infinito edizioni, pp. 96, 10 euro) in libreria da qualche settimana.
Mediazone ha incontrato il prefatore, Siavush Randjbar-Daemi, esperto di questioni mediorientali de Il Messaggero.

Siav, lei i ragazzi di Teheran li conosce bene … ce li racconti

Almeno tre quarti della popolazione iraniana ha meno di trent’anni di età. La conseguenza più importante di questa statistica demografica è che la maggior parte del popolo non ha esperienza diretta dei due episodi cardine nell’ideologia della Repubblica Islamica: la Rivoluzione del 1979 e la guerra contro l’Iraq del 1980-1988. I giovani si sentono quindi “slegati” dal modo rigido in cui il regime ricorda i suoi innumerevoli martiri e impone le sue forti restrizioni morali. E, a modo loro, hanno messo su quella che loro stessi definiscono una “rivoluzione mentale”, alienandosi da un sistema a loro avverso senza però, almeno per il momento, passare ad un attivismo politico mirante a rovesciare il regime islamico.

Tempo fa, sul Messaggero, lei sosteneva che tre sono i punti cardine attorno ai quali ruota la vita dei ragazzi iraniani: sesso, Nietzsche e Rock and roll. E’ davvero cosi?

Il tema principale della vita dei giovani iraniani sta diventando la ribellione. Dall’avvento di Internet e delle parabole satellitari alla fine degli anni Novanta, la gioventù iraniana ha visto in prima persona lo stile di vita occidentale e sta tentando di imitarne le parti che gli sono più consone. I rapporti sessuali pre-matrimoniali - teoricamente proibiti per legge - abbondano così come abbondano qui da noi. Il pensatore Tedesco viene considerato, a causa del suo linguaggio schietto e provocante, un’icona della ribellione contro lo status quo, che spesso non è solamente il sistema politico, ma pure quella interminabile serie di imposizioni che provengono dal tradizionalismo tuttora imperante nella società iraniana, come l’esigenza di sposarsi presto o di studiare materie tecnico-scientifiche. La musica rock poi cova al suo interno numerosi ribelli per antonomasia, come i Pink Floyd o gli Eagles, ambedue seguitissimi nel paese mediorientale. Talvolta si hanno innesti assai singolari: come ho spiegato nel pezzo sopra citato, ci sono giovani che hanno unito Nietzsche a Pink Floyd e Che Guevara, in una inedita unione tra simboli ribelli di campi assai diversi.

Uno dei problemi più gravi, però, resta quello del consumo eccessivo di droga …

La droga è un gravissimo problema sociale in Iran. Gli stupefacenti costano molto poco, siccome vengono dal vicino Afghanistan, trasportati da contrabbandieri che sono meglio armati della Polizia iraniana. Vi sono almeno tre milioni di tossicodipendenti nel paese: la droga viene purtroppo vista come rifugio dai numerosi problemi sociali che incombono su molti iraniani, tra cui la disoccupazione, l’inflazione alle stelle e sempre crescente, la rigidità delle regole sociali. Le autorità hanno ammesso di aver perso il controllo, però hanno attuato un brusco cambiamento nelle loro politiche. Anni fa il drogato era rinchiuso in carcere alla stregua di un criminale comune. Ora l’Iran si sta apprestando a produrre metadone perchè non bastano le importazione, segno che il regime sta cominciando a considerare la tossicodipendenza come una malattia.

Gian Micalessin sul Giornale scrive di una gioventù “bruciata”. Perché?

Micalessin ha visitato un quartiere specifico della Teheran ben noto per le scorribande dei giovani ricchi e annoiati, il giovedì sera (equivalente al nostro sabato sera). Nella Fereshteh street accadono tutte le trasgressioni. Ma secondo me è esagerato pensare che le cose stanno proprio come descritte sulle pagine del Giornale. Sarebbe come entrare in una discoteca italiana il sabato sera e dedurre che tutti i giovani italiani si comportano in quella maniera ogni giorno della settimana. Molti dei giovani che ho intervistato io scelgono una forma pacata di trasgressione, andando a leggere Nietzsche in un coffee shop con la propria fidanzata”.

Da poco è tornato da un lungo viaggio (durato circa tre mesi) in Iran dove ha avuto la possibilità di intervistare e quindi incontrare gruppi musicali emergenti. Ce la racconta quest’altra faccia del paese?

Gli iraniani sono sempre stati un popolo di amanti della musica. L’Iran ha una gloriosa cultura, e millenni di storia nazionale, a differenza di tutti i paesi limitrofi. La musica è una componente essenziale di questa cultura, e molte famiglie iraniane pongono l’accento sulla educazione musicale dei propri figli. Con l’avvento di Internet e satellite, i giovani hanno scoperto da vicino la musica occidentale che già conoscevano in maniera ridotta e l’hanno assimilata molto in fretta. Non manca neanche qui l’elemento di ribellione: la musica è un argomento molto delicato all’interno del regime, la TV di Stato iraniana non trasmette mai concerti o suonatori, ma solo l’audio di una data composizione. I giovani, spesso senza i necessari permessi del Ministero della Cultura, allestiscono concerti di elevata caratura artistica. I modelli sono I più famosi gruppi rock e pop del panorama internazionale, anche se la musica metal è pure in forte crescita. Insomma un altro modo per evidenziare il fatto che le influenze occidentali nella cultura giovanile iraniana sono assai forti”.

Cosa l’ha colpita del libro di Sacchetti?

“Sacchetti ha effettuato una necessaria astrazione da vari strati di complessità presenti nella società iraniana ed ha effettuato un reportage “terra a terra”, sobrio ed essenziale su una spesso tralasciata realtà del paese mediorientale. Molti analisti dell’Iran, forse me stesso compreso, si sarebbero soffermati su aspetti importanti ma irrilevanti negli occhi di un lettore occidentale. Spesso è assai utile avere una persona estranea ma assai interessata entrare nella realtà iraniana e raccontarla così come la vede, specialmente come ha fatto Sacchetti, facendosi ospitare in una famiglia media iraniana e tenendosi alla larga dal circo mediatico che pure nella capitale iraniana ha una filiale di non poco conto.

Dai vari reportage (non suoi!) emerge una gioventù fallita. Eppure “I ragazzi di  Teheran” sembra far trasparire il contrario …

Non mi ritengo assolutamente d’accordo. Certo, il divario, come spieghiamo sia io che Sacchetti che Micalessin, tra giovani e sistema politico è vasto e può potenzialmente portare ad instabilità di qualsiasi tipo. Ma la gioventù iraniana sta dando prova di straordinaria creatività nell’esprimere la sua contrarietà a molte delle rigide regole sociali e morali a cui deve sottostare. Colpisce soprattutto il livello di formazione culturale e la ricerca continua di lettere “impegnative” come quella di Nietzsche. Un paio d’anni fa il celebre filosofo Tedesco Jurgen Habermas visitò Teheran, e tenne lezioni davanti a non meno di 3000 giovani. Dubito fortemente che possa avere accoglienze del genere in Europa.  Allo stesso tempo il direttore del maggiore giornale riformista del paese, Shargh, ha meno di trent’anni, e molti miei colleghi coetanei detengono posizioni di rilievo in altre pubblicazioni. Non parlerei proprio quindi di gioventù fallita…

Parlando di Iran, la prima cosa che balza alla mente è la crisi nucleare. La gente come vive questa situazione?

Con assoluta apatia. La gente si sente completamente estranea al processo decisionale e si è persa lungo il tortuoso e confuso iter che ha seguito il dossier nucleare iraniano nelle varie organizzazioni internazionali. Alcuni sono davvero convinti che lo sfruttamento dell’energia nucleare sia un diritto dell’Iran, chiunque visiti il paese nei mesi estivi si rende conto della clamorosa mancanza di energia elettrica nel paese, dei blackout quasi giornalieri a causa di consumi eccessivi dovuti agli obbligatori, ma inefficienti, condizionatori. Ma per molti altri la crisi nucleare non è altro che un giuoco innescato dall’Iran per strappare concessioni economiche all’Occidente.

Lei, tempo fa mi disse, che “gran parte della gioventù iraniana non nasconde un rispetto verso l’Occidente”. Non è un po’  strano?

La gioventù iraniana apprezza solamente parti dell’Occidente. La musica, le arti visive, la filosofia sono seguitissime in Iran. Ma non la politica. Bush e Blair si sono bruciati con il loro sostegno per Israele e la campagna con l’Iraq: su questi temi molti giovani iraniani la pensano come i loro coetanei più radicali europei. Ma è un po’ presto per cercare di capire cosa pensano realmente i giovani iraniani dell’Occidente. Dopotutto i  canali tramite i quali sono esposti al mondo esterno – Internet e satellite in primis – sono attivi da meno di un decennio. Tra quale anno saremo in grado di analizzare meglio i loro veri sentimenti, bisogna dargli tempo per comprendere una società per molti tratti aliena alla loro.
stampastampa

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