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Opinioni

Una rimediazione continua


La comunicazione e il mercato del lavoro



di Mario Morcellini
26/07/2006


Il rapporto tra comunicatori e mercato è certamente problematico, ma meno in crisi di quanto emerge da recenti allarmismi (cfr. Massimo Canevari, I comunicatori non comunicano con il mercato, Affari e Finanza, 24 luglio 2006):
andando oltre la cortina del dato, dopo la fase esplosiva che ha procurato un innamoramento immediato tra i giovani e la comunicazione si è aperta una fase di assestamento orientata a un sostanziale equilibrio tra domanda e offerta nella comunicazione (Dati Unimonitor.com, 2006).
Così, dopo quasi un quinquennio di incessante boom delle richieste di accesso alla formazione universitaria nelle scienze della comunicazione, l’introduzione dell’accesso programmato ha consentito di ricalibrare i numeri della popolazione coerentemente con le attese del mercato del lavoro. Parlare, tuttavia, di comunicazione pensando ad un unicum indifferenziato, ridurla ad un grande calderone in cui confluiscono esperienze tra loro anche molto diverse, significa non tener conto dei diversi profili e delle diverse specialità in cui si articola al suo interno.

I corsi di laurea in Scienze della Comunicazione non si limitano a formare solo pr e giornalisti, anzi. Secondo l’ultimo rapporto presentato da Almalaurea, quasi la metà dei soggetti intervistati svolgono attività di comunicazione nella Pubblica Amministrazione, nelle Poste, comunicazioni e telecomunicazioni, ma anche in ambiti relativi ai servizi alle imprese e a quelli ricreativi, culturali e dello sport. Non è escluso, poi, che le competenze trasversali della comunicazione vengano spese anche nelle altre attività economiche indicate. Alla prova con il mercato i neolaureati in comunicazione rispondono ancora abbastanza bene e, come ormai noto, molto meglio di quanto avviene per i colleghi di altre facoltà dell’area umanistica. In questo senso, i corsi di laurea in Scienze della comunicazione si rilevano efficaci non solo sul piano teorico, ma soprattutto per la capacità di offrire reali possibilità di sviluppo e implementazione di conoscenze operativamente applicabili.
Lo dimostra la continua attenzione da parte del mercato del lavoro, che pur nelle difficoltà congiunturali del momento, dimostra di apprezzare le capacità e la predisposizione all’adattamento dei giovani comunicatori.

Ma c’è di più. La flessibilità operativa ben si sposa con quella contrattuale, storicamente connaturata agli ambiti della comunicazione. In questo senso, è il caso di sfatare il falso mito che vede la flessibilità coincidere con la precarietà. E’ indubbio che la precarietà sia la macchia nera dei lavori di oggi, soprattutto in quei settori che si pregiavano di garantire la stabilità del lavoro. La comunicazione, al contrario, ha da sempre giocato sul terreno della flessibilità indipendentemente dalle dimensioni contrattuali.
Parallelamente al modificarsi delle condizioni, la sfida principale dei corsi di laurea rimane quella di formare adeguatamente gli iscritti. Non è un caso che molti abbiano optato per l’individuazione di un tetto delle immatricolazioni, anche in base a stime sull'andamento del mercato del lavoro nazionale e regionale. Nella stessa direzione, la Conferenza delle Facoltà e dei Corsi di laurea in Comunicazione effettua e pubblica un monitoraggio costante sull’offerta a livello nazionale, quale dimostrazione della volontà di formare criticamente e responsabilmente una leva di laureati preparati, e di valutare in tempo reale il rapporto università e territorio. Questo presuppone che a livello nazionale le scelte da fare siano concertate, onde evitare in alcuni casi pericolose derive.


L’esigenza di radicarsi con la realtà professionale del territorio fa sì che le esperienze dei corsi di laurea di SdC in Italia restino molto diverse tra loro, soprattutto nell’impostazione di un profilo culturale mirato. La differenziazione dei corsi di laurea, soprattutto per quanto riguarda i percorsi di laurea specialistica, deve essere salutata con favore, anche perché solo attraverso la formazione di profili ad hoc l’offerta può incontrare nel migliore dei modi domande, esigenze e fabbisogni espressi dal mercato del lavoro. Un’attenzione e uno sforzo accentuatosi dopo l’attuazione della riforma. I corsi di laurea triennali hanno esercitato un forte appeal su quanti intravedevano in questi percorsi la possibilità di conseguire un titolo in tempi notevolmente più brevi rispetto all’ordinamento quinquennale. Una popolazione studentesca diversamente motivata rispetto al passato che ha portato ad un affollamento dei corsi di laurea e ad una successiva programmazione del numero di iscritti ormai già dal 2003-04. Un dialogo avviato sia grazie ai contatti per le attività di stage o di ricerca, sia attraverso gli sbarramenti all’accesso a vantaggio e tutela della qualità della formazione. La stessa presenza dei professori a contratto nell’organico, sebbene in diminuzione, è testimonianza di un rapporto continuativo con il mondo delle imprese, per quanto non incida nella garanzia di una formazione qualitativamente elevata e garantita dal personale docente di ruolo. I professionisti non sono parte dello zoccolo duro su cui regge e si articola un corso di laurea, ma una linfa e un confronto aperto con l’esterno.
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