Perché Sanremo non sia per sempre Sanremo
Riflessioni sul Festival della musica italiana e dintorni
Che lo vogliamo o meno Sanremo “resta l'evento culturale più importante nel calendario mediatico italiano”. E' la nostra notte degli Oscar, come sottolineava il Finacial Times del 28 febbraio, con la differenza che il premio cinematografico più importante al mondo si fonda sulla Academy of Motion Picture Arts and Sciences
(1), mentre il nostro Festival musicale si basa su una giuria demoscopica, il televoto e la giuria di qualità
(2). .
Inesorabile festa nazional-televisiva posta tra Natale e Pasqua è il luogo dove la televisione celebra se stessa e il Paese si ricombatta per disperdersi poi nei pettegolezzi, nelle polemiche, nelle percentuali di share. Quando parliamo di calcio siamo tutti allenatori, quando parliamo di cinema siamo tutti registi, quando siamo di fronte a Sanremo ci sentiamo tutti direttore di rete, conduttori, musici e cantanti.
E' come andare alle feste di paese, quelle con il santo in processione, le bancarelle di artigianato locale, lo zucchero filante e i fuochi d'artificio: le si attraversa con l'aria di esserci capitati per caso, ma visto che si è lì perché non fare un giro sulla giostra e dire la propria sull'organizzazione generale? Il punto è che Sanremo al pari delle feste popolari ha bisogno di essere sempre uguale a se stesso, è la “messa cantata” dell'Italia attratta dal nuovo ma che fatica ad uscire dalla rassicurante dimensione provinciale.
Tre i perni sui quali ruota il carrozzone sanremese: l'autocelebrazione, le “polemiche” , l'Auditel.
L’autorefenzialità arriva al punto da annullare il resto della programmazione: le strisce quotidiane della Rai (da "Uno Mattina" a "Cominciamo bene", da "Porta a porta" a "La vita in diretta") si sanremizzano, dedicando ampio spazio al Festival, mentre dalle altre reti arrivano in prime time solo repliche di film. Ci prova solo Italia 1 a controprogrammare anticipando al martedì (la serata di apertura del Festival), una puntata del Dr House che conferma interamente il suo pubblico (4.547.000 pari 15,18%, ribadito anche al venerdì, la serata di collocazione consueta del telefilm cult di Italia 1 ), evidentemente poco sensibile ai richiami sanremesi. Canale 5 da parte sua mantiene soltanto Grande Fretello nella serata del giovedì, ma il risultato è deludente rispetto alla media del programma (19,5% contro il 25% della puntata precedente). La concorrenza rinuncia non solo a concorrere, ma addirittura si presta ad amplificare il “fenomeno Sanremo”: “Striscia la notizia” apre una “finestra” quotidiana con il Festival, mentre “Le Iene” contribuiscono al lancio con servizi “dedicati”.
Tutto purché se ne parli, bene o male è un dettaglio: ciò che conta è la grancassa mediatica, che da eco anche agli sbadigli dei protagonisti.
Quanto alle "polemiche" quest'anno sono state tali variegate da rischiare il cortocircuito mediatico. Si parte con la “questione morale” sollevata dai compensi dei conduttori, sbloccati da decreto ministeriale. A seguire un' interrogazione parlamentare e le dichiarazioni di Padoa Schioppa che esprime “amarezza” rispondendo ad un gruppo di precari calabresi. L'onda monta fino a coinvolgere il Presidente del Consiglio che definisce “indecenti” i compensi dei conduttori. Pronta la replica di Baudo che spara a zero su Prodi ( “ ha un'idea sbagliata sulla Rai. La sua tendenza è a privatizzarla”) e chiosa anche sulla legge di riforma Gentiloni (“mette fuori mercato la Rai. I soldi andrebbero altrove: sappiamo tutti dove”).
Già il giorno dopo la diatriba morale lascia il posto alla “questione religiosa” sottolineata dall'anatema del vescovo di Ventimiglia, Alberto Maria Careggio, per il testo definito boccaccesco della canzone “Peccati di gola” di Patrizio Baù e dall'intervento di Monsignor Lupi, vicario generale della diocesi Ventimiglia-Sanremo, che stigmatizza la bestemmia sfuggita, sembra, ad un tecnico e ascoltata in eurovisione. Un ‘inconveniente dovuto ad un microfono aperto" imperdonabile per Monsignore che dichiara: “In circostanze simili anche per un uomo di Chiesa è complicato assolvere chi ha sbagliato. Questa bestemmia e le canzoni su cui si è espresso il vescovo Careggio, però, hanno una diffusione così vasta che diventano uno scandalo troppo grande per potervi porre rimedio".
Mentre tutti si interrogano sulla impossibilità di perdono esplode la “questione de cuius”, ovvero la “querelle” Del Noce-Baudo sulla conduzione del prossimo anno. In una conferenza stampa Del Noce lascia intravedere un certo interesse della Rai ad affidare il prossimo Sanremo a Bonolis, destando il “disappunto” di Baudo, che si riferisce a Bonolis come al de cuius, ironizzando sui suoi recenti insuccessi televisivi. Emblematica la dichiarazione del direttore di Rai Uno "Soddisfatti per ascolti e qualità” e rivolto ai cronisti aggiunge” dovreste ringraziarmi perché non c'è stata alcuna polemica e io ieri, involontariamente, ho dato l'occasione per alimentarne una, ne avrei fatto volentieri a meno" (la Repubblica, 02/03). L'operazione riesce e la polemica diventa uno tsunami con la replica del manager di Bonolis che dichiara:”Figuriamoci se rispondiamo ad un settantenne”.
Per il gran finale la polemica delle polemiche: la questione “comica” con Baudo che quasi si scusa per la performance di Max Tortora, definendo “volgare” l' imitazione di Califano. A dar manforte la presa di posizione dello stesso Califano che chiede pubbliche scuse dalla Rai.
Ma il gioco che più appassiona la stampa e i commentatori è la “conta” dei telespettatori. Il confronto con le edizioni precedenti occupa spesso le prime pagine dei giornali: “Meglio di Panariello peggio di Bonolis”, vien bollata la prima puntata (intorno al 43%), ma già il giorno dopo si legge della “straordinaria ripresa degli ascolti (poco più del 46% accolto da Del Noce come “miracolo mediatico”). Da questo momento in poi gli ascolti sono in risalita, anche se l'edizione di Bonolis resta insuperata in termini di share.
Ne complesso dal punto di vista Auditel Sanremo non tradisce: “Comunque vada è un successo”, anche se si sottolinea una certa contrazione delle platee più giovani (in particolare la classe 18-24 anni che scende di circa 4 punti in percentuale). Se è vero che la flessione del pubblico dei giovani è un fenomeno che investe l'intera tv generalista, è altrettanto vero che l'età media del telespettatore di Sanremo sale a 51 anni (contro i 49 della passata edizione)
Sanremo: un'altra musica?
Invero in quest'ultima edizione vi è stato un tentativo di restituire il Festival alla musica, dando spazio a esecuzioni “insolite” per Sanremo ( Tosca con “Il terzo fuochista” o Amalia Gré con “Amami per sempre”) e anche a temi importanti “(impegnati” si diceva un tempo) come la mafia (Fabrizio Moro, presentato da quelli che si “intendono” di musica come la rivelazione del Festival e forse è vero, visto che si è aggiudicato il premio nella categoria “Giovani”) e la guerra (Antonella Ruggero con “Canzone tra le guerre”). Ma a colpire è il primo premio andato alla canzone di Cristicchi centrato sulla segregazione manicomiale (un bel passo in avanti rispetto al tema dei piccioni del Povia della passata stagione. Crisiticchi, per altro, ha già ricevuto un importante riconoscimento nel 2006, ricevendo la Targa Tenco per la migliore “Opera prima”).
L'emergenze sociali irrompono dunque anche nel paludato Teatro dell'Ariston, lasciando intravedere la possibilità di restituire il Festival a un repertorio non banale, dove cuore non fa sempre rima con amore. L'appezzabile tentativo di uscire dal luogo comune aprendosi alle produzioni musicali seguite da chi la musica la compra fa sperare nel ringiovanimento di Sanremo, anche se per un effettivo svecchiamento sembra necessario intervenire sull'aspetto più trito del Festival: la gara. Nel corso dei suoi cinquantasette anni la formula è stata variamente rimaneggiata ma mai si è provato ad eliminare la “competizione”. Ci si chiede perché se la Chiesa ha rinunciato alla messa in latino il Festival di Sanremo non può derogare dalla “messa in onda” della competizione, aprendosi alle realtà musicali sommerse o già emerse a chi la musica la compra (magari dopo che l'ha scaricata da Internet). E pensare che abbiamo modelli eccellenti di kermesse musicali votate ai “riconoscimenti”, piuttosto che ai “giudizi” (spesso estemporanei). I Grammy statunitensi, considerati l’equivalente del premio Oscar in campo musicale, ma non mancano esempi nazionali, primo fra tutti la la “Targa Tenco”, il premio istituito all'interno del “Premio Tenco” , che attribuisce ogni anno un riconoscimento alla canzone “d'autore” (quella che vende, che fa cassa, che piace ai giovani). Sembra che “autori autorevoli” (Targhe Tenco come Paolo Conte, Fossati,

Vasco Rossi, Vinicio Capossela e citiamo a memoria) patiscano la “gara”, per questo si negano al Festival. E si capisce il perché: chi decreta che Paolo Conte è migliore/peggiore di Vinicio Capossela? Forse solo un Academy* potrebbe arrogarsi; in alternativa si potrebbe provare a superare definitivamente la dimensione della gara paesana trasformando Sanremo nella summa dell'anno discografico: vince chi ha venduto più degli altri, chi ha registrato più “sold out” ai concerti (media ponderata, ça vant sans dire). Tutti gli altri a proporre il loro disco, sperando di aggiudicarsi il premio l'anno successivo. Come dire: dalla festa del Santo Patrono al festival della musica!
1. Letteralmente Accademia delle Arti e delle Scienze Cinematografiche , un'organizzazione professionale onoraria, fondata l'11 maggio 1927 in California e composta da oltre 6.000 membri, tutti professionisti di cinema, quasi tutti di nazionalità statunitense, anche se fra di essi vi sono grandi cineasti di 36 nazioni diverse.
2. Ripescaggio di questa 57° edizione la giuria di qualità è stata composta da Serena Autieri, Antonio Caprarica, Alba Parietti, Giancarlo Magalli, Alessandro D’Alatri, Massimo Ghini, Maurizio De Angelis, Barbara Palombelli e Claudio Coccoluto. A parte qualche eccezione la maggior parte non sembra avere titoli per entrare nel merito delle canzoni.