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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Con-Correndo verso il reality

di Fabrizia Midulla
26/06/2004

Centinaia, migliaia, forse milioni: gli uomini e le donne che, rispondendo all’appello di Canale 5, si stanno presentando in tutta Italia alle selezioni per il prossimo, ennesimo Grande Fratello.  Accampati fin dalle prime ore del mattino alle soglie degli spazi dedicati alle audizioni, attendono per ore, litigano, si picchiano, urlano, piangono. Svengono, anche. Chi sopravvive - o comunque chi riesce ad entrare in possesso di un agognato bigliettino con il numero comprovante l’appartenenza ad una fila - viene finalmente “provinato”: vale a dire, in questa prima fase, osservato da capo a piedi, inquadrato e testato nella propria “telegenicità”, invitato a riassumere se stesso e la propria vita in un fulmineo e convincente spot di qualche secondo. C’è chi li definisce alternativamente fanatici, pazzi, deficienti, alienati; chi li considera ignoranti e chi li ignora. Ma a prescindere dai giudizi di valore, quest’esercito merita forse qualche riflessione, se non altro per il ritratto che ci restituisce della televisione italiana e forse anche dell’Italia stessa (o quanto meno di una sua parte).
La straordinaria affluenza di candidati alle selezioni per il GF 5 testimonia infatti il resistere e persistere tra la “gente comune” del desiderio di “andare in tv” ed esercitare quel diritto contemporaneo ormai universale che è il diritto alla celebrità. La celebrità: ma quale?
Senza nulla togliere alla sua simpatia, Serena, vincitrice dell’ultima edizione del Grande Fratello, riassume piuttosto bene i moderni connotati di una celebrità televisiva veloce (nel senso di caduca), leggera e priva di meriti speciali. Non un dono celeste ed eterno per pochi eletti ma piuttosto una merce industriale che ha tempi molto rapidi di usura e obsolescenza. Serializzata e democratizzata, da bene immateriale la Fama è diventata rinomanza da piazza paesana: utilità ben più terrena che si traduce in quella possibilità di essere riconosciuti, invitati, privilegiati, fuori e dentro il piccolo schermo, per il solo fatto di essere apparsi in televisione. Utilità che tutti possono e vogliono, disperatamente e ferocemente, comprare (che vuol dire pagare ma quasi mai guadagnare, come si vedrà in seguito). 
Se Fede e Religione si indeboliscono, il video resta la divinità cui credere, la  confessione cui appoggiarsi. E non tanto per vincere l’horror vacui, la paura della morte e di non sopravviverle: più che garantire l’immortalità, cioè la vita oltre la morte, la televisione garantisce la vita stessa. Non solo perché il bardo televisivo trasforma le nostre vite in storie da raccontare[1], ma anche perché la televisione conferisce dignità stessa di esistenza sociale. Se prima era un ballo[2], adesso è l’apparizione in video a segnare l’ingresso in società. Entrare in televisione vuol dire cioè partecipare alla società. La società: ma quale?
Qui veniamo ad un altro aspetto interessante che riguarda gli aspiranti abitanti della Casa di Canale 5, ovvero la contraddizione che spesso incarnano: “ho odiato così tanto il Grande Fratello da volerci partecipare”[3] è un atteggiamento non raro da riscontrare nelle persone che si sottopongono ai provini. A chi lavora dietro le quinte capita spesso di diventare interlocutore per critici televisivi improvvisati che dimostrano una profonda conoscenza di tutti i reality show. Critici che si presentano e si rappresentano come feroci denigratori dei prodotti televisivi in questione salvo poi, alla fine del monologo, chiedere il nome e l’indirizzo cui rivolgersi per partecipare alle selezioni, nonché gli stratagemmi per superarle.  Dunque il Pubblico continua a presentarsi alle porte del piccolo schermo per forzarle ed entrare, benché stanco di vedersi in televisione e disincantato sulle qualità delle persone che la abitano. E allora se è semplicistico aderire alla saggezza popolare asserendo che “lo spettatore disprezza ciò che in fondo desidera”, non è scorretto constatare che “lo spettatore disprezza e contemporaneamente desidera”. O comunque, se non disprezza neanche ammira. La molla che fa scattare il desiderio di partecipare suona di questo tipo: “cosa hanno loro che io non ho? Se loro possono stare lì vuol dire che posso starci anche io. E magari posso fare anche di meglio”.
L’immagine della televisione che trapela da un tale atteggiamento è quella di un luogo senza qualità dove non esistono pregi speciali, competenze specifiche, saperi personali.  Non un luogo che ospita e si riempie di talenti di diversa specie e provenienza ma una piazza vuota, un medium ripiegato su se stesso, che si autoalimenta, che genera le sue creature e le spalma su tutto il suo flusso.  Un luogo la cui chiave di accesso non è la Fatica ma la Fortuna.
E del resto ai provini del Grande Fratello si va con lo spirito dei giocatori di Enalotto più che con quello di  attori sconosciuti ma preparati che vogliono la loro parte, il ruolo della loro vita, la loro fetta di cielo.
Vero è che lo stesso Grande fratello non richiede alcun requisito per partecipare. È altresì vero, però, che senza alcun talento specifico, alcuna dote personale, alcuna particolare competenza ci si presenta anche alle selezioni di quei programmi (ad esempio Operazione trionfo, Popstar, Saranno famosi e tutti i cosiddetti talent show) dove una qualche qualità sarebbe ben accetta. Il motore che spinge questa fetta di “gente comune” alle selezioni dei reality non è dunque il desiderio di dimostrare competenze specifiche e raggiungere prestazioni massime in ambiti ben determinati ma piuttosto, ed esclusivamente, quello di godere delle conseguenze che tali prestazioni implicano, ovvero ricchezza e fama.
Diventa a questo punto interessante citare brevemente l’esperienza della trasmissione Sogni[4]: non pochi erano i telespettatori che scrivevano alla redazione chiedendo di diventare, appunto,  ricchi e famosi. Quasi nessuno, però, specificava come voleva diventarlo e soprattutto riusciva a descrivere, anche durante successive interviste di approfondimento, la propria immagine della ricchezza e della fama (ovvero cosa voleva fare, una volta diventato ricco e famoso) [5]. Quello che emergeva dalle lettere era dunque un’incapacità del pubblico italiano, o almeno di quella parte di pubblico che guardava il programma e scriveva, di sognare: di attribuire significanza e significato, denotazioni e connotazioni all’idea di fama e ricchezza.
La stessa incapacità che si riscontra nei partecipanti alle selezioni del Grande Fratello  e di altri reality: all’assenza di talento e alla mancanza di autocritica si aggiunge così il vuoto di immaginazione.
Il risvolto delle dinamiche fin qui descritte è rappresentato dal fenomeno più appariscente e recente dei reality: la trasformazione del VIP in concorrente. Davanti alla smitizzazione che la “gente comune” fa dei meriti necessari a calcare il palcoscenico televisivo, la “star” risponde  sottoponendosi, con spirito di sfida, a prove estreme, ributtanti e a volte anche umilianti per dimostrare il suo valore e mantenere il suo pezzo non di cielo ma di terra. E così i corpi atletici si rinsecchiscono, i capelli lucenti si increspano, le protesi al silicone appaiono, una volta spogliate dai poderosi make up, nella loro triste verità di rigonfiamenti posticci.
Il decadimento estetico e fisico del vip sottoposto alla “prova reality” sembrerebbe  indicare un altro e più vasto decadimento: quello del genere stesso del reality (e forse, con esso, della televisione tutta, che di questo genere ha fatto il suo stendardo?).  Se da un lato il celebrity show costituisce l’ennesima prova dell’esplosione del reality e della sua capacità di rinnovarsi e moltiplicarsi, dall’altro lato questa stessa esplosione può esser letta come sovrautilizzazione di un genere tipica di una sua fase di decadimento. È come se il piccolo schermo stesse “succhiando il sangue” del reality fino all’ultima goccia, secondo meccanismi tipici dell’offerta televisiva italiana. L’ingresso di Floriana Secondi, vincitrice della terza edizione del Grande fratello, nel programma di Italia 1 La Fattoria per risollevarne le sorti di pubblico è forse il caso più eclatante di un genere che divora se stesso per sopravvivere.
Cannibalismo, assenza, mancanza: gli ultimi anni del reality sembrano restituirci il ritratto di una televisione vuota. O meglio, abitata dal nulla.


[1] Secondo Paolo Taggi la televisione “consegna al pubblico la forma narrativa della propria vita”. Cfr. P. Taggi, Un programma di…. Scrivere per la televisione, Nuova Pratiche Editrice, Milano, 1997, p. 134
[2] Cfr., su questa interpretazione, B. Sanguanini , Grande Fratello: istruzioni per l’uso, Cleup, Padova, 2002
[3] È una frase di una delle partecipanti ai provini del 16/6/2004 intervistata da G. Isman, “I grandi fratelli siamo noi”, in La Repubblica, 17/06/2004, p. VIII delle pagine romane
[4] Programma condotto da Raffaella Carrà e trasmesso da Rai 1, il sabato in prime time dal 7 febbraio al 27 marzo 2004: il concept della trasmissione era realizzare i sogni dei telespettatori.
[5] È anche vero che molte lettere esprimevano, più che sogni, vere e proprie necessità  (avere una casa, avere soldi per pagare le cure mediche): ma questo è un altro discorso, molto più ampio, che ha a che fare con le condizioni economiche, sociali e culturali del nostro paese e che meriterebbe una dissertazione a se stante.
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