Corporeità del postumano
[...] poiché vede e si muove, tiene le cose in cerchio intorno a sé, le cose sono un annesso o un suo prolungamento, sono incrostate nella sua carne, fanno parte della sua piena definizione, e il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo. |
Maurice Merleau-Ponty, L'occhio e lo spirito |
In che modo l'essere umano, organismo vivente biologicamente strutturato, può estendere il proprio corpo attraverso le macchine? Può l'organico interagire con l'inorganico tanto profondamente? Una prima risposta viene dalla Cibernetica, scienza nata con l'obiettivo di studiare la società attraverso i messaggi e i mezzi di comunicazione:
[...] nello sviluppo futuro di questi messaggi e mezzi di comunicazione, i messaggi fra l'uomo e le macchine, fra le macchine e l'uomo, e fra macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante.[1]
Lo scambio tra uomo e macchine è per Wiener essenzialmente uno scambio di messaggi, anche se va fatta una distinzione tra 'vecchie macchine' e 'macchine moderne'. Le vecchie macchine, afferma lo studioso, erano basate praticamente sul principio puro e semplice del meccanismo di orologeria, al contrario delle moderne, provviste invece di organi sensori, cioè «organi di ricezione dei messaggi che provengono dall'esterno». La vecchia tecnologia meccanica, fondendosi con quella elettrica, genera un nuovo tipo di macchine, sempre più simili nel funzionamento all'organismo umano. Il basso livello di feedback delle vecchie macchine lascia il posto alla competenza dei nuovi artefatti, capaci di retroazioni sempre più complesse e di interazioni sempre più profonde con l'uomo e l'ambiente. Le prime tecnologie basate sulla ruota, per McLuhan nate come estensione dei piedi, rafforzavano sì le facoltà motorie dell'uomo, ma non recepivano i cambiamenti di stato dell'organismo che si ritrovavano a estendere. Così la maggior parte delle macchine, fino alla fine del secolo XIX; l'interazione tra organico e inorganico è rimasta sostanzialmente un'interazione meccanica fino alla scoperta dell'elettricità. Ciò non significa che non vi fosse un legame profondo tra l'uomo e i propri artefatti, tutt'altro: l'essere umano è diventato specialistico nei secoli proprio grazie all'estensione di singole facoltà sensoriali ad opera di quelle che oggi vengono definite "vecchie tecnologie", ma che per forza di cose devono essere state nuove, un tempo. Per riprendere l'esempio della ruota, è noto come McLuhan ne mostrasse il potere di trasformazione, dovuto in primis all'accelerazione dei trasporti e delle comunicazioni:
[...] le trasformazioni della ruota come agevolatore dei compiti e come architetto di relazioni umane sempre nuove sono tutt'altro che finite [...] Quasi tutti i nostri sforzi possono essere considerati in rapporto al bisogno di estendere le funzioni di magazzino e di mobilità, e lo stesso vale anche per la parola, per il denaro e per la scrittura. [...] La ruota produsse la strada e spostò più rapidamente le merci dai campi ai villaggi. L'accelerazione creò centri sempre più vasti, specializzazioni sempre più chiuse, incentivi, agglomerati e aggressioni sempre più intensi.[2]
Dunque la tecnologia, vecchia e nuova, agisce sull'ambiente e sulla realtà sociale, secondo il ciclo di cui parla Popitz, nient’affatto a senso unico [i prodotti dell'uomo modificano e trasformano l'ambiente in cui l'uomo vive, e l'ambiente a sua volta incide sui mutamenti adattativi umani, i quali provocano ancora modificazioni nella tecnologia]. Organico e inorganico interagiscono sin dalla realizzazione dei primi utensili. Tuttavia, non è chiaro se con la fusione di meccanico ed elettrico si verifichino sconvolgimenti nel rapporto uomo-macchina. È un'interazione diversa quella che sperimenta l'uomo con la propria tecnologia, dopo questa ibridazione?
L'ibrido, ossia l'incontro tra due media, è un momento di verità e di rivelazione dal quale nasce una nuova forma. Ogni volta che si stabilisce un immediato confronto tra due strumenti della comunicazione, anche noi siamo costretti, per così dire, a un urto diretto con le nuove frontiere che vengono a stabilirsi tra le forme; e ciò significa che siamo trascinati fuori dal sonno ipnotico in cui ci aveva trascinati la narcosi narcisistica.[3]
L'ibrido è «momento di verità» perché solo quando passiamo dall'utilizzo di una tecnologia a un'altra, possiamo diventare consapevoli delle trasformazioni indotte dalla precedente durante il periodo di assuefazione. Il momento dell'incontro tra i media è un momento di libertà e di scioglimento dallo stato di torpore da essi imposto ai nostri sensi [4]. Con la diffusione di massa delle tecnologie elettriche, dunque a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ci si è via via accorti della rigidità del tempo e del ritmo del mondo meccanizzato. Il principio del meccanismo a orologeria ha comportato la frammentazione del tempo «secondo lo schema della catena di montaggio»[5], separandolo dai ritmi dell'esperienza umana, ma solo la percezione della simultaneità indotta dalle tecnologie elettriche ha potuto consentire una tale presa di coscienza. È in questo senso che l'ibridazione tra meccanico ed elettrico può considerarsi un momento di verità de-narcotizzante. La tecnologia elettrica disegna un diverso tipo di interazione tra organico e inorganico, rendendo in qualche modo quest'ultimo sempre più simile al primo: «la nuova tecnologia elettrica – scrive McLuhan – è tendenzialmente organica, anziché meccanica, in quanto estende [...] il nostro sistema nervoso centrale a tutto il pianeta»[6]. E quanto le tecnologie dell'elettricità siano strutturate in modo analogo ai sistemi biologici degli esseri viventi, lo ricorda anche Wiener, incentrando la propria analisi sulle tecnologie della comunicazione, intese come entità capaci di ricevere, gestire, conservare, trasformare e trasmettere informazioni:
è mia convinzione che il comportamento degli individui viventi è esattamente parallelo al comportamento delle più recenti macchine per le comunicazioni. Entrambi sono forniti di organi sensori di ricezione che agiscono come primo stadio del sistema di funzionamento: in entrambi esiste, cioè, un apparato speciale per raccogliere informazioni dal mondo esterno a bassi livelli di energia, e per renderle utilizzabili nel comportamento dell'individuo o della macchina. In ambedue i casi questi messaggi esterni non sono utilizzati al loro stato naturale, ma dopo un processo interno di trasformazione operato dalle forze dell'apparato, siano esse viventi o no. Le informazioni sono tradotte quindi in una nuova forma utilizzabile dagli stadi successivi del funzionamento [...] [7]
Quel che più importa, però, è comprendere che il sistema uomo-macchina funziona, e l'interazione tra i due elementi del sistema è tale da consentire sempre più la fusione delle parti. La distinzione di Searle – ripresa e rivista da Longo – tra sintassi e semantica, utile a chiarire l'importanza della differenza tra l'agire cognitivo umano e il ragionamento formale delle macchine, non impedisce in ogni caso di considerare integrato il sistema di comunicazione uomo-macchina. Non si tratta affatto di aderire al vecchio modello informazionale di Shannon e Weaver, peraltro ampiamente sconfessato da più parti, e ritenere pertanto che l'uomo e la macchina si comportino o gestiscano l'informazione allo stesso modo. La posizione della cibernetica non implica un'analogia totale tra essere umano e nuove macchine, ma un'analogia nella gestione e nel trattamento dell'informazione; Wiener parla infatti non di identità, ma di parallelismo dei comportamenti. In breve, anche se con tutta probabilità la macchina in funzione non sa cosa sta facendo nella maniera in cui l'uomo ne è invece cosciente attivando complessi processi di significazione, essa è capace di ricevere e trasmettere informazioni, nonché di serbarle in memoria.
L'informazione è dunque un termine per indicare il contenuto di ciò che è scambiato con il mondo esterno non appena noi ci adattiamo ad esso e ad esso facciamo sentire il nostro adattamento. Il processo di ricezione e di utilizzazione dell'informazione s'identifica con il processo del nostro adattamento all'ambiente esterno, e del nostro vivere in modo effettivo in questo ambiente.[8]
Anche la macchina è predisposta per il contatto con il suo ambiente esterno; è una macchina «regolata dai suoi rapporti con il mondo esterno e dai fenomeni del mondo esterno». Può essere semplice come una cellula fotoelettrica, spiega Wiener, che modifica il proprio comportamento non appena la luce la investe e dunque in qualche modo «sa distinguere la luce dall'oscurità»[9], oppure può essere complessa come un ricevitore televisivo. Con le tecnologie dell'elettricità, insomma, l'inorganico perde le qualità tipicamente meccaniche che lo avevano caratterizzato nell'era pre-elettrica, finendo per somigliare sempre più all'organico. Nessun modello computazionale dell'intelligenza e del comportamento umani, dunque, ma semplicemente un sistema integrato tra due componenti diversi, l'uomo e la macchina, che raggiunge un alto grado di funzionalità, come dimostrano le protesi biomeccaniche applicate in medicina alle persone affette da handicap o gravi lesioni fisiche. L'organismo cibernetico, o cyborg, è una realtà già da diversi anni, frutto concettuale delle riflessioni della disciplina fondata da Wiener e di altre che si sono interessate agli stessi temi, come la medicina o la ricerca spaziale[10]. Antonio Caronia è convinto della progressiva integrazione di organico e inorganico, che ha preso avvio con le tecnologie dell'elettricità e sta subendo una forte accelerazione con le tecnologie digitali:
l'organico e l'inorganico si avvicinano, certo, ma non nel nome della riduzione di uno qualunque dei due all'altro: è piuttosto l'affiorare di un nuovo terreno intermedio e comune.[11]
È in questa dimensione intermedia resa possibile dalle tecnologie elettroniche, secondo Caronia, che si dissolve «ogni opposizione tra naturale e artificiale», e questa dimensione inizia con la televisione, benché si realizzi più compiutamente con le tecnologie digitali. In realtà, inizia ben prima della televisione, si può dire anzi che sia iniziata con la realizzazione di reti elettriche su scala planetaria. Dunque, prima della televisione, telegrafo e telefono hanno gettato le basi per lo sviluppo di un sistema di comunicazioni che, come notò McLuhan, somigliava da vicino al sistema nervoso umano. Proprio il funzionamento di questa rete comunicativa esemplifica la differenza sostanziale tra vecchie e nuove macchine: le prime linee elettriche furono costruite seguendo le linee ferroviarie, ricorda Flichy, tanto da essere concepite da molti come "il completamento obbligato dell'esistenza delle ferrovie"[12]. Traspare da una simile definizione la consapevolezza dello stesso scopo – l'accorciamento delle distanze – perseguito dalle reti ferroviarie e dalle reti elettriche, ma quel che è più importante, e che inizialmente forse sfuggì all'attenzione dei più, è il fatto che l'elettricità, al contrario di ogni altro tipo di supporto comunicativo, è istantanea. La ferrovia ha accorciato le distanze e i tempi, l'elettricità li ha annullati. La comunicazione elettrica ha consentito così il diffondersi, tra ottocento e novecento, di un senso di simultaneità così ben descritto da Kern ne Il tempo e lo spazio.
La facoltà di sperimentare molti eventi lontani nello stesso tempo, resa possibile dalla radiotelegrafia e drammatizzata dall'affondamento del Titanic, era parte di un più ampio cambiamento nell'esperienza del presente. La comunicazione elettronica e i trasporti rapidi riempivano il presente di sensazioni svariate [...] la tecnologia abbracciava i luoghi e i tempi. [...] la simultaneità estendeva spazialmente il presente [...] Le giustapposizioni del Titanic alla radiotelegrafia e al telefono, alla simultaneità e al presente spazialmente dilatato [...] delineano la caratteristica esperienza del presente in questo periodo.[13]
Dunque il senso di simultaneità è stato indotto e rafforzato dalla tecnologia, anche se proprio in quegli anni la simultaneità "assoluta" di eventi lontani stava diventando insostenibile dal punto di vista teorico[14]. Le persone si sentivano coinvolte dalla comunicazione in tempo reale – si pensi solo alle conversazioni telefoniche – come mai prima di allora. Fino a quel momento, infatti, come nota Meyrowitz, «l'interazione faccia a faccia in un luogo delimitato era l'unico mezzo per avere un accesso "diretto" alle immagini e ai suoni dei comportamenti reciproci»[15]. La soggezione di fronte all'utilizzo delle tecnologie della comunicazione istantanea era forte, e la percezione del tempo e dello spazio ne risultò stravolta. «Le nostre estensioni elettriche – scrive McLuhan – scavalcano lo spazio e il tempo e creano problemi di coinvolgimento e di organizzazione per i quali non esistono precedenti»[16].
Le riserve culturali e spirituali che i popoli d'Oriente possono opporre alla nostra tecnologia non gli serviranno a nulla. Gli effetti della tecnologia non si verificano infatti al livello delle opinioni o dei concetti, ma alterano costantemente, e senza incontrare resistenza, le relazioni sensoriali o le forme di percezione.[17]
Anche Popitz è convinto che alcuni correlati sociali di tecnologie fondamentali abbiano un «significato universale»: si impongono come invarianti in diversi sistemi, si dimostrano storicamente duraturi e si diffondono su tutta la Terra:
Ci sono condizioni e conseguenze di [...] tecnologie fondamentali che sono indipendenti dal fatto se i mezzi di produzione sono nella mani di privati o di funzionari, se i sistemi politici sono organizzati come Stati di diritto oppure no, e sono perfino indipendenti dal fatto se le innovazioni tecniche sono state sviluppate autoctonomamente oppure adattate. Esse [...] non possono essere aggirate. Società con le stesse tecnologie fondamentali certo non si somigliano come gocce d'acqua, ma per l'essenziale sono soggette alle stesse costrizioni. Le loro forme di vita e le loro strutture sociali diventano sempre tanto più simili quanto più simile diventa il grado di affermazione delle stesse tecniche.[18]
Il concetto moderno di rete di comunicazione nasce con il telefono, più che con il telegrafo. Flichy riporta la definizione di rete proposta da Théodore Vail, responsabile del sistema postale ferroviario degli Stati Uniti e in seguito dirigente capo della prima società di telefonia Bell: "un sistema in grado di assicurare la comunicazione con ogni corrispondente possibile, in qualsiasi momento" [19]. Una rete è utile in proporzione al numero di persone che raggiunge, non è come altre tecnologie, caratterizzate da una fruizione solitaria, come ad esempio il fonografo. Il telefono è una «forma partecipazionale», afferma McLuhan, ed è anche in questo caso che si rivela inadatto il modello matematico di Shannon e Weaver, che «tende a ignorare la funzione della forma in quanto tale». A partire dagli Stati Uniti, col tempo tutte le reti urbane vennero presto unificate in un'unica grande rete, un sistema di comunicazione universale interdipendente. Una ragnatela elettrica di cavi, antenne e ripetitori ha avvolto il globo durante il ventesimo secolo, una ragnatela funzionale, "sensibile", divenuta col tempo sempre più simile al sistema nervoso animale:
Le reti elettroniche, come quelle organiche, sono piene di intelligenza. Sanno come interagire fra loro senza difficoltà e con efficienza. Sono fatte di diversi livelli di attività, da persone e da macchine, da vera intelligenza (i software) e concrete invenzioni, da miscele di processi consci e inconsci. Esse mettono insieme aree distanti per attività comuni e qualche volta incidono su queste aree in modi visibili. Queste reti sono legittimamente complesse.[20]
Naturalmente il fatto di essere media dell'elettricità non rende telefono, radio e televisione tecnologie indistinguibili, tutt'altro: per tipo di fruizione e uso sociale i media elettrici sono spesso lontanissimi tra loro. Ogni medium crea una propria dinamica quando viene introdotto, e De Kerckhove ricorda che «strumenti di comunicazione differenti propongono differenti configurazioni d'uso e diversi raggruppamenti sociali»[21]. L'essere elettrici (being electric) accomuna media differenti come telefono, radio, televisione, computer, dispositivi cellulari, etc.
L'elettricità sta prendendo il posto di «primo motore» in questo regno. Interrompetela e tutto quanto svanirà come un sogno. Internet è figlio dell'elettricità, non dei computer. L'elettricità sta imponendo il suo carattere in tutti i territori che prima appartenevano all'età industriale, e anche a un'età molto più vasta, quella dell'alfabeto. L'e-principio sta conquistando tutti gli ambiti prima dominati dall'a-principio, quello dell'alfabeto che ha accompagnato e alimentato l'era precedente, l'età meccanica. Sta frantumando tutto in bit.[22]
Non è un caso che nelle guerre di quest'ultimo secolo fra i primi obiettivi militari sono state spesso inserite le centraline elettriche. Quando ci si affida in toto a una tecnologia, si comincia a diventarne dipendenti. E la dipendenza a sua volta trasforma il vivere sociale e individuale, influenza le visioni del mondo, condiziona le interpretazioni delle esperienze. È in questo senso che McLuhan parla di neotribalismo elettrico, un modo nuovo – ma per certi aspetti non del tutto sconosciuto – di sentire il mondo.
«Dopo tremila anni di espansione in ogni settore e di crescente alienazione specializzata nelle innumerevoli estensioni tecnologiche del corpo umano e delle sue funzioni, il nostro mondo, con drammatico rovesciamento di prospettive, si è ora improvvisamente contratto»[23]. L'abbraccio globale del nostro sistema nervoso esteso tramite i media elettrici ha trasformato la nostra percezione di tempo e spazio. Azione e reazione sono quasi contemporanee, scompare il distacco al quale ci aveva abituati il predominio della vista; siamo necessariamente implicati in profondità nelle conseguenze delle nostre azioni. L'individuo separato dalla comunità ma uguale davanti alla legge scritta, tipico dell'era tipografica, comincia a sentirsi parte – in parte anche consapevolmente – di una comunità allargata all'intera umanità, non senza traumi. Secondo McLuhan, l'occidentale ancora legato all'idea di razionalità come qualcosa di uniforme, continuo e sequenziale, che confonde la ragione con l'alfabetismo, è convinto che l'uomo stia diventando irrazionale. Noi viviamo, per così dire, miticamente e integralmente, ma continuiamo a pensare secondo gli antichi e frammentari moduli di spazio e tempo dell'era pre-elettrica [24]. Entrando nel dominio dell'elettricità, il mondo occidentale comincia a sentirsi «alienato da molta parte della propria tradizione visiva»:
Nel nostro ambiente alfabeta siamo preparati ad affrontare la radio e la TV quanto l'indigeno del Ghana è in grado di misurarsi con l'alfabetismo che lo stacca dal suo mondo tribale e collettivo per gettarlo sulla spiaggia dell'isolamento individuale. Nel nuovo mondo elettrico ci sentiamo intontiti quanto l'indigeno coinvolto nella nostra cultura alfabeta e meccanica. La velocità elettrica mescola le culture della preistoria con i sedimenti delle civiltà industriali, l'analfabeta con il semi-analfabeta e con il post-alfabeta. Collassi mentali di vario genere sono spesso il risultato dello sradicamento e dell'inondazione di nuove informazioni e di modelli d'informazione incessantemente nuovi.[25]
Sul piano del mutamento sociale, la riunione improvvisa di tutte le funzioni sociali e politiche, intensificando il senso di comunità e la consapevolezza della responsabilità umana, avrebbe contribuito a modificare l'atteggiamento dei più verso i gruppi minoritari, come ad esempio gli adolescenti e i neri negli Stati Uniti durante la seconda metà del secolo XX. È grazie ai media elettrici, afferma McLuhan, che questi gruppi vengono coinvolti a pieno titolo nella vita sociale; non è più possibile contenerli politicamente in una società dove le comunicazioni sono istantanee e accessibili a tutti. Su queste tematiche si sviluppa la ricerca di Meyrowitz, che dimostra come radio e televisione, pur non favorendo sempre un'autentica comprensione degli argomenti trattati, per l'evidente differenza di profondità d'analisi rispetto al medium libro, procurino ad ampi segmenti della popolazione «almeno una vaga familiarità con una vasta serie di temi e con persone immerse nelle situazioni più disparate»[26]. Il neotribalismo non è altro che un'accresciuta consapevolezza, un nuovo sentire comunitario, impossibile in una cultura fondata sul libro a stampa.
È questo nuovo mondo elettrico, dunque, a consentire la simultaneità di cui vive il neotribalismo; è la velocità istantanea che riconfigura l'equilibrio tra i sensi. All'espansione e all'esplosione meccanica si sostituiscono la contrazione e l'implosione elettrica. I principi dello specialismo e della divisione non valgono più come fattori di velocità. «Quando l'informazione si sposta alla velocità dei segnali del nostro sistema nervoso, l'uomo non può che considerare antiquate tutte le precedenti forme di accelerazione»[27]. Proprio come la stampa è stato il punto di incontro tra linguaggio e meccanizzazione, spiega De Kerckhove, il telegrafo è stato l'incontro tra linguaggio ed elettricità:
Mentre prima dell'elettrificazione del linguaggio il compito dei libri era di accelerare l'informazione, il loro nuovo ruolo, forse altrettanto critico per la conoscenza umana, è adesso di rallentarla. In effetti, i libri sono adesso l'unico luogo dove l'informazione non si muove.[28]
Il mutamento non è mai stato tanto rapido, d'un tratto l'informazione acquista velocità prima impensabili, coinvolgendo attraverso il carattere istantaneo del movimento elettrico l'uomo alfabeta nella «vita coesiva del villaggio». Il potere di separazione e di frammentazione derivato dall'accentuazione della funzione visiva perde di rilevanza nelle nuove dinamiche totalizzanti dei media elettrici. La segmentazione visiva si verifica in luoghi isolati nello spazio e in momenti isolati nel tempo, tralasciando udito, tatto, olfatto, gusto e movimento. «Imponendo rapporti non visualizzabili, che sono conseguenza della velocità istantanea, la tecnologia elettrica detronizza il senso della vista e ci restituisce la sinestesia e le strettissime implicazioni tra gli altri sensi»[29].
Il legame tra corpo e tecnologia – fondamentale nelle culture a oralità primaria come in quelle pienamente alfabetizzate, ma reso in qualche modo evidente dall'introduzione dei media elettrici – diviene ancora più manifesto con le tecnologie digitali dell'informazione. Il digitale, lungi dall'essere tecnologia "smaterializzante" o capace di disincorporare alcunché, sta riscoprendo più di altri media elettrici l'importanza della totalità del campo sensoriale umano per la cognizione e la comunicazione in genere. Parlare del digitale come di un medium richiede però una precisazione: digitale, infatti, può oggi essere un ipertesto o un software, ma anche televisione, radio, e persino un libro possono esserlo. La caratteristica del digitale è appunto quella di rappresentare – già attualmente ma sempre più nel futuro – il medium unificante, un linguaggio in cui ogni cosa sia potenzialmente traducibile, tramite il quale uomo e tecnologia possono dialogare, fino alla loro più intima fusione. Naturalmente il digitale nasce ed è possibile solo con le tecnologie elettriche; ha ragione De Kerckhove quando afferma che Internet è prima di tutto figlia dell'elettricità, non dei computer. La digitalizzazione è l'aspetto dell'elettricità che consente la fusione vera e propria di organico e inorganico, ed è con molta probabilità proprio questo che intendeva McLuhan affermando che «ci stiamo rapidamente avvicinando alla fase finale dell'estensione tecnologica dell'uomo»[30]. Il neotribalismo digitale è allo stesso tempo simile e differente rispetto al neotribalismo elettrico del secolo XX, appare anzi come un inevitabile sviluppo delle potenzialità da quello dischiuse. La rapidità con la quale Internet si sta affermando come medium rende sempre più evidenti le differenze di fruizione e di brainframe che esistono con le tecnologie precedenti. Per certi versi, i computer sono persino più simili ai libri che alla televisione, come ricorda De Kerckhove:
i computer sono come libri elettronici, vi restituiscono il potere del libro e il potere di controllare il linguaggio, anche se condividete questo potere con una macchina. La macchina mette la vostra mente sullo schermo all'esterno, ma siete ancora voi a controllare la relazione. Così, i libri vi rendono "privati", mentre radio e TV vi rendono "pubblici", e i computer vi fanno diventare di nuovo "privati". [...] La rete è il computer più la televisione più la radio più il telefono. Una volta congiunti i computer e i telefoni, avete linguaggio esterno, collettivo, e linguaggio interno e privato con la macchina. Per la prima volta nella storia, c'è una situazione in cui abbiamo un controllo privato del linguaggio che non viene eliminato dal collettivo, e che non elimina il collettivo. I computer in sé sono privati proprio come i libri; il computer più il telefono rimettono insieme il privato e il pubblico. Così, questa è la storia della nostra relazione con il linguaggio attraverso i media.[31]
Il computer, tramite il modem, sfrutta la rete telefonica per connettersi ad altre macchine, e comunicare con esse. Una tecnologia elettrica fra le più "vecchie", dunque, diventa l'infrastruttura necessaria della rete telematica che collega milioni di altri media elettrici, elaboratori digitali dell'informazione. Anche se oggi le reti telefoniche analogiche vengono progressivamente sostituite con quelle digitali, va ricordato che di fatto è stato inizialmente l'ibrido analogico-digitale tra telefono e computer a dar vita alle prime reti e successivamente a Internet[32]. La differenza sostanziale tra il network brainframe e gli schemi mentali precedenti, ad ogni modo, sembra dipendere dal grado differente di interattività consentito all'utente, e dal pieno sviluppo di quella ipertestualità teorizzata da Vannevar Bush e dalla teoria critica letteraria ben prima dello sviluppo del World Wide Web.
Lévy sembra conscio di ciò, quando scrive che la costruzione e la sistemazione dell'ambito interattivo e mutevole del cyberspazio costituirà «il maggiore progetto architettonico del XXI secolo»[33]. Quel che pare fondamentale è comprendere le dinamiche attuali del mutamento, tentando di definire il ruolo delle architetture connettive nel processo di affermazione di un brainframe chiaramente differente rispetto ai precedenti.
La connettività è veramente una delle grandi scoperte che resta ancora da fare nel mondo moderno: è importante capire, attraverso le reti tutte collegate tra di loro e la cui complessità interna è sempre più grande, che questa possibilità è sempre esistita tra gli uomini, ma prima non si era capaci di servirsene. Adesso sappiamo servirci del nostro cervello, sappiamo accelerare la nostra intelligenza, ci sono metodi per pensare più velocemente, quindi devono esserci anche metodi per far pensare più velocemente un collettivo. Questo è assolutamente chiaro. La connettività è questo: trovare dei metodi che facciano procedere insieme i pensieri in tempo reale, che facciano pensare più rapidamente in gruppo.[34]
L'architettura connettiva è per De Kerckhove l'infrastruttura che «provvede all'interconnettività fisica e mentale dei corpi e delle menti», nella quale le connessioni sono sostenute da tecnologie che consentono alle persone di riunirsi in momenti specifici per raggiungere obiettivi specifici. Il passaggio teorico evidenziato dalla sostituzione terminologica di "collettivo" con "connettivo" serve a sottolineare le potenzialità insite nelle tecnologie digitali dell'informazione, rispetto ad esempio alla televisione e alla radio.
Manca alla televisione, come alla radio, quella «bidirezionalità» che Nelson considerava carattere fondamentale dell'ipertestualità[35]. Analizzando le differenze tra la telefonia cellulare e la radio, De Kerckhove scrive:
La tecnologia cellulare fa ciò che la radio non poteva, cioè riempire lo spazio delle onde radio con la mia presenza, o almeno con la mia potenziale presenza. Improvvisamente lo spazio delle comunicazioni è veramente mio, proprio come lo spazio fisico. Posso ricavarmi un mio posto. [...] la differenza tra la radiolina portatile e il telefono cellulare è che, se ricevo la radio attraverso le cuffie, il mondo mi invade, ma se telefono ovunque io voglia nel mondo, sono io a invadere il mondo.[36]
È ancora il telefono, questa volta portatile, insieme a tutti i terminali trasportabili capaci di connettersi alla rete, una delle tecnologie chiave per comprendere in che modo i nostri sensi vengano diversamente stimolati nell'interconnessione digitale. «Il telefono cellulare è quasi letteralmente un nuovo organo di senso – scrive De Kerckhove – la tecnologia possiede la peculiarità di diventare un'indispensabile parte della carne»[37]. Il telefono cellulare è il dispositivo tecnologico che meglio sottolinea la nostra nuova scala mentale, tendente al globale, e che sempre più in futuro renderà lo spazio un ambiente permeabile, esteso fino ai limiti delle capacità tecniche di raggiungimento delle "chiamate" o dei trasferimenti di dati.
In un linguaggio che ricorda da vicino quello fenomenologico, De Kerckhove scrive: «il telefono cellulare è la connessione privilegiata del mio stare al mondo». Per la sua portabilità, il telefono cellulare è visto dallo studioso canadese come lo strumento di comunicazione più vicino al corpo, estensione allo stesso tempo del tatto, della visione e dell'udito. Quando sarà davvero globalizzato, cambierà la nozione di scala individuale che le persone hanno di sé, poiché – come tutte le tecnologie senza fili, o wireless – trasforma le relazioni con lo spazio fisico, dilatando gli assembramenti umani piuttosto che raccogliendo le persone in un solo posto. Il telefono cellulare, come anche ogni dispositivo portatile per l'interconnessione e l'elaborazione di informazione, è dunque «la più intima di tutte le nostre tecnologie di comunicazione»[38]. Un nuovo punto di vita, o «punto d'essere», si contrappone al punto di vista tipico del brainframe alfabetico; la tattilità riacquista così un ruolo decisivo in un equilibrio sensoriale decisamente sbilanciato in favore della visione.
La sensazione fisica di essere in qualche luogo specifico è un'esperienza tattile, non visiva; è ambientale, non frontale; è globale, non esclusiva. Il mio punto di vita, invece di distanziarmi dalla realtà come fa il punto di vista, diventa il mio punto d'entrata nella condivisione del mondo.[39]
Il nuovo «punto d'essere» (point d'être) implica pertanto una relazione col mondo che recupera il senso dell'être au mond fenomenologico, e sostiene – completando l'uso e le proprietà del punto di vista – l'immagine di un corpo individuale situato nello spazio e dotato di un punto di origine. «Potrebbe essere che a livello tecnoculturale si recuperino le più antiche categorie delle società umane», suggerisce De Kerckhove, categorie sensoriali che secoli di cultura alfabetica e frontale hanno fatto dimenticare, attraverso una narcotizzazione dei sensi provocata dall'affidamento in toto ai poteri della vista. Se il punto di vista unidimensionale dell'uomo tipografico viene sempre più messo in crisi dall'espansione e dalla connessione della coscienze che – elettronicamente e digitalmente – contrae il pianeta, è proprio il point d'être che ci permette di «serbare una traccia di noi stessi» mentre le estensioni tecnologiche dei nostri sensi sono all'opera su tutto il globo. Tramite le architetture connettive entriamo in contatto con un ambiente che cessa di rapportarsi alla scala dimensionale del corpo umano, o più correttamente, entriamo in contatto con un ambiente che si rapporta alla nuova scala dimensionale del corpo umano, resa possibile dall'espansione digitale della nostra sensorialità estesa.
[1] Wiener N., Introduzione alla Cibernetica. L'uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino, 1966, cit., pp. 23-24.
[2] McLuhan M., Understanding media. The Extensions of Man, ed. it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967, pp. 193, 194, 197.
[3] Ivi, pp. 65-66.
[4] Ivi, p. 66.
[5] Ivi, p. 155.
[6] Ivi, p. 157.
[7] Wiener N., Introduzione alla Cibernetica, cit., pp. 29-30.
[8] Ivi, p. 141.
[9] Ivi, p. 25.
[10] Donna Haraway ha proposto la nozione di cyborg come corpo plasmabile, un «nuovo ibrido» libero da stereotipi tradizionali e codici di appartenenza quali sesso e razza: "I nostri corpi sono mappe del potere e dell'identità […] L'intenso piacere della tecnica, la tecnica delle macchine, non è più un peccato, ma un aspetto dello stare nel corpo. La macchina non è un quid da animare, adorare e dominare; la macchina siamo noi, i nostri processi, un aspetto della nostra incarnazione". Anche la teoria femminista concepisce l'ibrido come quel «momento di libertà» dal quale prendono vita nuove forme di cui parlava McLuhan negli anni Sessanta.
[11] "Su questo terreno ha sempre meno senso l'opporre il mentale al fisico, il pensiero all'azione". Caronia A., Il corpo virtuale, Muzzio, Padova, 1996, pp. 157-158.
[12] Flichy P., Storia della comunicazione moderna, Baskerville, Bologna, 1994, pp. 74-75.
[13] Kern S., Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna, 1988, pp. 89, 96, 104, 111.
[14] "Nella teoria della relatività ristretta, Einstein giunse alla conclusione che le coordinate spazio-temporali variano con il moto relativo, che nessuna determinazione esatta della simultaneità di eventi lontani è possibile per un osservatore in movimento rispetto a tali eventi e che di conseguenza non si può attribuire uno statuto assoluto al concetto di simultaneità. […] Naturalmente, quasi nessuno era a conoscenza di queste idee, o in grado di comprenderle correttamente, in particolare negli precedenti la guerra. La gran maggioranza restava in soggezione di fronte alla comunicazione elettronica, e credeva che la radiotelegrafia e il telefono avessero «annientato» lo spazio e il tempo". Ivi, p. 104.
[15] Meyrowitz J., Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993, p. 58.
[16] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 115.
[17] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 27.
[18] Popitz H., Verso una società artificiale, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 30.
[19] Flichy P., Storia della comunicazione moderna, cit., p. 155.
[20] De Kerckhove D., L'architettura dell'intelligenza, Testo & Immagine, Torino, 2001, p. 20.
[21] Ivi, p. 26.
[22] Ivi, p. 22.
[23] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 11.
[24] Ivi, p. 10.
[25] Ivi, p. 25.
[26] Meyrowitz J., Oltre il senso del luogo, cit., p. 137.
[27] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 114.
[28] De Kerckhove D., L'architettura dell'intelligenza, cit., p. 24.
[29] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 121.
[30] McLuhan M., Understanding media, cit., p. 9.
[32] Così come, prima dell'introduzione del sistema GSM, le comunicazioni mobili via telefono cellulare avvenivano tramite codifica analogica dei segnali.
[33] Lévy P., L'intelligenza collettiva, Per un'antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 31.
[35] Cfr. Pedemonte E., Personal media, Storia e futuro di un'utopia, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, pp. 40-41.
[36] De Kerckhove D., L'architettura dell'intelligenza, cit., pp. 27-28. Naturalmente ci si riferisce qui all'uso sociale prevalente della radio, perché esistono da decenni sistemi per comunicare via radio con altre persone, sistemi la cui diffusione però non è mai andata oltre il mercato di nicchia dei radioamatori o dei lavoratori che li adoperano per necessità, come ad esempio gli autotrasportatori.
[37] Ivi, p. 28.
[38] Ivi, p. 27.
[39]De Kerckhove D., Brainframes, Mente, tecnologia, mercato, Baskerville, Bologna, 1993, pp. 191-192.