I contenuti del lavoro richiedono di lavorare sempre di più con la testa che con le braccia, a prescindere dai luoghi e dai momenti che la società industriale riservava allo svago o al riposo. E' in sostanza sufficiente avere a disposizione un portatile, il collegamento a Internet, i pacchetti applicativi giusti per riconfigurare gli spazi tra il lavoro e il resto, tra l'occupazione e i bisogni di socialità e convivialità. Cadono gli steccati costruiti dalla società industriale, mentre aumentano le zone di sovrapposizione tra la sfera privata e quella pubblica. Il lavoro tende a modularizzarsi ancora di più sulla soggettività dell'individuo verso un processo che personalizza percorsi, aspirazioni e carriere. Subentra più libertà, ma anche più stress. Quando si assottigliano le coordinate imposte dal sistema produttivo l'individuo si riprende la sua soggettività, nel bene e nel male. Nel bene: aumenta la possibilità di determinare traiettorie e contenuti del lavoro. Nel male: l'opportunità di scegliere implica esistenze più movimentate, orizzonti più accidentati e tensioni emotive più ricorrenti.
Le forme dell'occupazione, flessibili e discontinue, consentono di alternare periodi dedicati al lavoro con periodi dedicati ad altre attività, declinando un nuovo equilibrio tra il ruolo del lavoratore in quanto tale e quello del cittadino impegnato nelle funzioni riproduttive, creative o di servizio sociale, siano essi uomini o donne.
Le tecnologie della comunicazione e dell'informazione allentano i vincoli temporali e spaziali: per tante professioni moderne non ha più senso essere incardinati nell'orario di lavoro, così come del resto non ce l'ha più essere sul luogo di lavoro ad ogni costo. Un progetto, poniamo, di marketing e/o una campagna pubblicitaria può prescindere dal luogo e dal tempo in cui si definiscono le coordinate.
Nelle scienze sociali i ricercatori tendono a semplificare la realtà delle cose, non per vezzo ma per isolare le variabili che meglio di altre spiegano il fenomeno sotto esame. L'allentamento dei vincoli temporali ossia non significa che non ci siano ancora milioni di lavoratori che hanno un orario di lavoro. Di certo però l'orario è più corto e soprattutto più variabile rispetto al periodo in cui l'uniformità e la rigidità scandiva la vita dell'industria e del territorio circostante. Sistemi orari variegati, ridotti e turnati dominano il campo in tante imprese, influenzandone i profili socio-professionali e le implicazioni nella vita di relazione. Basti pensare al vertiginoso aumento dei lavori a turni negli ultimi anni nei settori della sicurezza, della sanità e, non da ultimo, in quello delle comunicazioni. Quindi le trasformazioni in atto liberano parti significative della settimana, del mese e dell'anno determinando una polivalenza di identità culturali che non portano necessariamente a un “incapsulamento” dei significati attribuiti al lavoro. Per chi vive in condizioni economiche precarie l'incremento di libertà sul mercato del lavoro indurrà a lavorare di più svolgendo un'altra occupazione o facendo straripare il lavoro oltre i confini del tempo libero, complici gli strumenti “portatili” dell'attività professionale tipica della Knowledge Society. Ecco che la chiave USB diventa una protesi con la quale occupo trasversalmente tutti gli spazi di vita. In definitiva, la polivalenza d'identità culturali è una ricchezza soltanto se per i soggetti rappresenta scelte vissute e interiorizzate. Altrimenti molte identità fragili significano nessuna identità. Prospettiva molto distante da quando il lavoratore si sentiva “classe”, aveva strumenti di lotta, rappresentanze univoche e controparti visibili. Allora non si trattava soltanto di rivendicazioni contrattuali, ma di un senso d'appartenenza a una comunità da cui trarre forza e identità chiare, con cui condividere i conflitti e le ansie, condividere le conquiste.
Le occupazioni consentono i margini di libertà, cui si è accennato, soprattutto in relazione all'uso dell' Information & Communication Technology , che enfatizza il peso delle risorse cognitive nelle prestazioni professionali. In altri termini, nella Società della Conoscenza i lavori assumono più che mai uno stato liquido o liofilizzato , come afferma Zygmunt Bauman. Anche le note che sto scrivendo attraverseranno più di una volta la Rete qualora poi dovessero prendere la forma cartacea. Mentre una volta il prodotto tipico del lavoro era un bene materiale (per antonomasia, l'automobile), oggi il prodotto tipico è il risultato di un processo di conoscenza in quanto valore aggiunto a questo o a quel contesto produttivo, a questa o a quella impresa. Mentre una volta la produzione era la ragione prioritaria del processo, oggi altre funzioni concorrono alla realizzazione degli obiettivi per comunicare all'utente/cliente l'esistenza di una nuance in più rispetto alla concorrenza. Beninteso, le industrie continuano e continueranno a produrre automobili, ma: a) esse non hanno più la stessa portata esplicativa e la stessa pregnanza sociologica che avevano nel passato assetto sociale; b) ora conta molto di più la cultura del prodotto nella quale essa ti può introdurre, piuttosto che la struttura materiale del bene proposto. Il possesso di quel prodotto ti introduce in un mondo esclusivo, realizza progetti di vita, valorizza il tuo bisogno di individualità, incontra le tue emozioni, si rivolge al tuo ego. All'apparenza tutto ciò non ha nulla a che fare con il bisogno di consumo, ma con l'esigenza di farti sentire unico rispetto alla massa; quello che acquisti non e' un bene di massa, ma l'idea di “avercela fatta”. Questa la ragione per cui, al contrario di quanto si possa pensare, si e' più soli di fronte ai tanti mondi che il consumismo ti propone.
La comunicazione, quindi, diventa un fattore vero e proprio della produzione; un fattore soft , morbido che influenza le relazioni tra i vari settori dell'impresa, tra un'impresa e l'altra e tra l'impresa e i destinatari dell' output . La comunicazione, infine, come nuovo “requisito” del lavoro pone al centro del processo produttivo e del contesto culturale le abilità relazionali, ovvero la capacità di fare mercato attraverso l'opportunità di interfacciarsi con il cliente/utente in termini di flussi interni, oltre che esterni.

Riferimenti bibliografici
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M. Castells, La nascita della società in rete, Milano, Università Bocconi, 2002
R. Dahrendorf, Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Roma-Bari, Laterza, 1995;
R. Dore, Il lavoro nel mondo che cambia, Bologna, il Mulino, 2005.