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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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La fabbrica delle notizie e l'inappeal dell'organico: la guerra quotidiana in Iraq

E' la stampa. Bellezza?

di Pasquale Mallozzi
09/08/2004



videoCitizen Kane
- "Girls delightful in Cuba. Stop. Could send you prose poems about scenery but don't feel right spending your money. Stop. There is no war in Cuba. Signed, Wheeler" Any answer?
- Yes. "Dear Wheeler. You provide the prose poems.
I'll provide the war"
Siamo tutti figli di Citizen Kane. O, se volete, dell'ineffabile Wheeler. Molte idee sulla stampa di guerra e/o sulla guerra dei media fanno riferimento dall'iper-citato passaggio del Quarto Potere di Orson Welles. Il giornalismo da allora è cambiato tantissimo, per non parlare poi delle guerre. Eppure durante ogni conflitto, più o meno guerreggiato, torniamo ad usare vecchi stereotipi e vecchie griglie di interpretazione. Nell'affrontare il complicato intreccio fatto di politica, mezzi di informazione, opinione pubblica torna sempre utile richiamare qualche sempreverde luogo comune.
Un esempio per tutti: "ormai sono guerre virtuali, non si vedono più cadaveri, ma solo i lampi colorati di una grande videogame". Bene, anzi male: sarà un caso, ma le cronache più recenti ci offrono (?) quotidianamente corpi e sangue.
 
Se l'11 settembre aveva fissato l'ennesimo anno zero, un punto di non ritorno sterilizzato, però, dalla presenza del corpo umano, a partire dall'attentato terroristico della stazione madrilena di Atocha, è stata un'escalation di esposizione di corpi e sangue. Si ha l'impressione che quei corpi sospesi nel cielo di New York siano improvvisamente precipitati a distanza di tre anni. Altro che postumano e virtualità: il più prosaico "umano" si è ripreso la scena. Tristissima. Serve ricordare i video delle decapitazioni (veri e falsi)? O le torture di Abu Ghraib? Abbiamo riempito le nostre cronache con immagini "embedded" e frammenti di giochi elettronici: non avevamo fatto i conti con l'irriducibilità, con l'opacità del corpo umano, con l'in-appeal dell'organico (vedi polemiche sulla pubblicazione delle immagini delle bare dei caduti statunitensi)
Chi ricorda più quell'icona da prima pagina della caduta della statua di Saddam: nel frullatore del nostro immaginario le cartoline televisive dal fronte sono state sostituite con la bassa definizione del web. La creazione di nuovi simboli, la costruzione di senso collettivo ha rinunciato abbastanza presto ai megapixel e agli effetti speciali. Così come si dimentica troppo facilmente che dall'11 settembre in poi i "migliori" documenti visivi sono arrivati da narratori dilettanti.
 
Per capire, anzi per cercare di capire tutto questo, all'interno del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione della facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza di Roma è stata realizzata una ricerca sulla costruzione del giornale di guerra. Ma perché proprio il giornale, nell'era del web e della post-televisione? Perché è nostra convinzione che la stampa quotidiana ancora oggi venga percepita come la naturale "culla" dell'opinione pubblica. E' come se la "società civile" avesse fatto proprio l'ideale habermasiano: l'agire "informativo" trova una naturale, spesso autoreferenziale, paternità nel quotidiano cartaceo. E mentre entra in crisi il concetto stesso di mediazione paradossalmente viene riconosciuta alla stampa la legittimità della costruzione dell'agenda. Complice, anche, la virata del quotidiano verso un giornalismo d'opinione, finalmente (?) manifesto e non più nascosto tra le retoriche dell'obiettività.
 
La necessità di accreditare il quotidiano come luogo di costruzione dell'opinione pubblica, tuttavia, spinge il mondo editoriale ad enfatizzare, ad esempio, il ruolo dell'inviato speciale e la particolare identità politica di ogni testata: ne segue che spesso, nella fabbrica delle notizie, alla catena causale notizia-inviato-spazio redazionale si sostituisce un percorso diverso, che parte dalla presenza dell'inviato, passa dallo spazio che di regola gli dev'essere riservato e alla fine produce la notizia
L'opinione pubblica vuole costruirsi un'opinione a partire dai fatti, dagli eventi. Il lettore vuole capire, oltre che sapere: ha bisogno di cornici interpretative. A questa esigenza il giornalista, l'inviato, risponde con vere e proprie strategie narrative che hanno in primo luogo la funzione di guidare il lettore o lo spettatore in contesti loro parzialmente estranei, secondo modalità non dissimili da quelle del racconto. Il "newsmaker" organizza gli eventi in prospettive e contesti, secondo trame consolidate e ritmi ricorrenti, facendo leva sulla sfera emotiva oltre che su quella razionale. Il che non significa manipolare, ma rendere accessibile - nell'unico modo in cui ciò è possibile - un significato.
Ci vuole una fede molto salda nell'esistenza di una realtà che si nasconde dietro il paravento del racconto, per ritenere che imparzialità, neutralità e oggettività siano un naturale obiettivo dei mezzi di informazione. Una fede che può riuscire persino pericolosa, quando narcotizza i lettori rassicurandoli; meglio, forse, prendere consapevolezza della propria inevitabile parzialità, salutare complemento della complessità e delle ambiguità del reale.
 
I quotidiani, dunque, ma soprattutto la fabbrica quotidiana delle notizie di guerra: questo il tema del primo modulo della nostra ricerca. Un'analisi ancora più importante, a nostro giudizio, nel momento in cui i mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, non possono essere considerati semplici veicoli di informazioni più o meno gestiti dalle diverse ideologie in campo: i media, oggi più di ieri,  devono essere visti come autentici mezzi di guerra. Era senz'altro grottesco il comportamento del ministro per l'Informazione iracheno, ma non meno grottesche sono state certe "costruzioni" di prove e certezze sulla pericolosità di Saddam e del suo esercito. E le polemiche attorno al caso Blair-Bbc, i dossier "sexed-down", il caso Kelly, le dimissioni di Andrei Gilligan aggiungono altri dubbi: nel frullatore della propaganda di guerra la verità (?) rischia di essere sempre imbarazzante di fronte alle bugie più o meno palesi.
La nostra ricerca ha cercato di analizzare i processi di elaborazione e narrativizzazione del conflitto quando gli eventi attraversano la filiera industriale dei mezzi d'informazione. E quindi gli effetti di selezione cui l'informazione va incontro quando attraversa le routines redazionali nella competizione per gli spazi in pagina.
 
In realtà ci eravamo già imbattuti nell'imbarazzo mediale nei confronti del corpo umano. Un esempio le strategie di esibizione (o non esibizione) dei corpi dei figli di Saddam Hussein  dopo la loro uccisione. Proprio in quella occasione sono emersi gli aspetti autoreferenziali della macchina organizzativa giornalistica: le immagini fotografiche, stampate, che acquistano una potenza d'impatto che le rende autonome dal testo scritto. Allo stesso tempo, anche la decisione di non usare immagini forti rappresenta solo apparentemente un polemico luogo di scontro, ma in realtà costituisce un inevitabile momento di strumentalizzazione. Lo stesso vale per lo spazio volutamente lasciato in bianco, sulle prime pagine del Manifesto e di Liberazione, o utilizzato polemicamente, sulla prima pagina di The Independent.
 
La nostra è una ricerca "modulare": non prevediamo una fine, anzi pensiamo ad un osservatorio permanente sulla costruzione dell'emergenza. Sembrerà paradossale un "osservatorio permanente sull'emergenza", ma l'idea è proprio quella di smascherare la ritualità delle crisi e delle soluzioni: ovvero come si costruisce e si risolve il "media-alarm" anche in contesti dove i conflitti armati hanno una particolare intensità e quotidianità. Una costruzione non necessariamente programmata e voluta, ma sempre funzionale ai meccanismi di produzione redazionale. Una costruzione non necessariamente programmata e voluta, ma sempre funzionale ai meccanismi di produzione redazionale. Il punto di arrivo, ma la strada è lunga e anche un po' arbitraria, è cercare di ritrovare nella stampa un'idea di Morin: "Le emergenze, le qualità nuove, sono nello stesso tempo le qualità fenomeniche del sistema. (...) esse costituiscono il segno e l'indice di una realtà esterna al nostro intelletto. Ritroviamo questa idea sul nostro cammino: il reale non è ciò che si lascia assorbire dal discorso logico, ma ciò che gli resiste. Qui ci sembra che il reale non si trovi soltanto celato nelle profondità dell'"essere"; zampilla anche alla superficie di ciò che è, nel carattere fenomenico delle emergenze"
 
Lungo il percorso della pubblicazione in pagina la costruzione della notizia di guerra ha trovato sulla sua strada il "format d'emergenza" inaugurato con successo a partire dall'11 settembre. Il 'format di guerra' ha dovuto far ricorso a soluzioni originali per esaltare il momento dell'Evento. Fondamentale, a questo proposito, si è rivelato l'uso delle immagini: le foto non hanno rappresentato e non rappresentano solo la più diretta testimonianza dell'effetto di realtà, ma anche una precisa esigenza di visualizzazione del momento emergenziale. La grande foto in prima pagina è il segno visivo del giornale da non perdere. C'era una volta il titolo a nove colonne: ora c'è la foto a tutta pagina.
Le notizie di guerra, a partire del crollo delle Twin Towers, definiscono uno statuto assolutamente nuovo dell'immagine: a causa del suo forte impatto simbolico, pubblicare una fotografia diventa una scelta di campo, anche o soprattutto quando si tratta di un documento di cronaca. La cronaca, sia nei testi sia nelle foto, si allontana così dall'oggettività retorica,e affronta sempre più di frequente gli impervi sentieri della soggettività manifesta. Basterebbe analizzare la presenza nelle foto di bambini, soldati, bambini con soldati, per risalire automaticamente ai riferimenti ideologici delle posizioni giornalistiche. Ed è un meccanismo perfettamente conosciuto dalle parti in causa: prova ne siano le pianificate sceneggiature dei momenti topici, dei pacchetti informativi pronti per la pubblicazione.

Sullo sfondo di questa ricerca insiste anche una convinzione: a partire dall'11 settembre siamo invasi da un senso di impotenza e di angoscia. Non solo i luoghi e i simboli della metropoli ma anche le certezze dell'Occidente si dimostrano sempre meno inviolabili. Come sostiene Cioran "Aver paura significa pensare continuamente a sé. Il pauroso si crede, assai più degli altri uomini, il bersaglio di avvenimenti ostili". (Sommario di decomposizione). E i media sono diventati i grandi celebratori della paura, dell'emergenza.
Nei mezzi di comunicazione alle grandi cerimonie festive1 si sono sostituite le celebrazioni del terrore, nella speranza di poter gestire una sorta di quotidiana costruzione dell'emergenza.


"L'origine delle grandi e durevoli società deve essere stata non già la mutua simpatia degli uomini, ma il reciproco timore" (Hobbes, De Cive)
 

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