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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Il caso Colombia: la guerra irachena vista da un Paese che non conosce pace

L'emergenza dell'emergenza

di Ana Maria Forero
09/08/2004

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 'stato di emergenza' nel quale viviamo non è l'eccezione, è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza, e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo
(Walter Benjamin, Tesi della filosofia della Storia)
Il 17 marzo 2003, sulla prima pagina di El Tiempo, si legge: "E' arrivato il momento della verità".
E' la prima frase del discorso con cui il presidente Bush dichiara l'ultimatum all'Iraq, e fa da titolo all'articolo principale. Le notizie riguardanti il conflitto interno colombiano non sono più al centro dell'attenzione, e una fotografia 11 x 24 del presidente Bush sostituisce le solite immagini di guerriglieri, soldati e paramilitari in divisa. I titoli minori si riferiscono alle armi di Saddam Hussein, alla crisi dell'ONU e all'alleanza tra l'Inghilterra e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la Colombia, ci si chiede soltanto quale sia la sua posizione di fronte a un'eventuale dichiarazione di guerra: si parla della solidarietà dovuta agli Stati Uniti e della necessità di inviare truppe in Iraq.
Il 17 marzo la prima pagina annuncia una crisi, il pericolo di atti che possano mettere in bilico la stabilità internazionale. Il 17 marzo si parla della paura che si è impadronita degli Stati Uniti, tanto da costringerli alla cosiddetta guerra preventiva: la situazione è paragonata a un nuovo stato d'emergenza, non circoscritto al territorio statunitense ma esteso a tutto il 'mondo libero e civilizzato'.
Se si sfoglia il giornale, è evidente che la novità non riguarda esclusivamente la prima pagina. Le sezioni Conflicto Armado, Internacional e Polìtica descrivono il pericolo di una guerra imminente. La questione occupa quasi la metà dello spazio normalmente dedicato all'ordine pubblico e alla sicurezza interna colombiana, alle relazioni tra Venezuela e Colombia e alle contingenze della vita politica internazionale.

La Guerra in Iraq: un filo conduttore Il 20 marzo si legge: "Guerra in Iraq". Il titolo è accompagnato da quattro fotografie: città bombardate, rovine e volti pieni di paura testimoniano l'effettività dell'emergenza. In questa prima pagina, diversamente da quanto accadeva nei giorni dell'ultimatum, le immagini occupano quasi la totalità dello spazio. Il testo si riduce e gli eventi sono documentati solo dalla classica iconografia bellica.

I pochi articoli ancora presenti riguardano titoli di minore importanza e sono dedicati alla questione della guerra preventiva, all'inesistenza dell'ONU e alla richiesta di solidarietà militare del presidente Bush.
Nelle pagine interne delle sezioni sopra menzionate, le notizie nazionali riguardano per lo più la posizione della Colombia nel conflitto, o in caso diverso si riferiscono esclusivamente al problema del terrorismo interno. La guerra in Iraq è già diventata l'asse attorno al quale si articolano le principali sezioni del quotidiano: a una situazione di emergenza corrisponde una struttura narrativa d'emergenza. Ne segue che le prime pagine sono consacrate esclusivamente al conflitto iracheno, e non lasciano spazio alcuno a notizie che non riguardino, direttamente o indirettamente, la guerra in Oriente.
Nelle sezioni in esame l'argomento guerra soffoca ogni altra notizia, e non si legge nemmeno una riga che non alluda al lontano Iraq. Gli avvenimenti di politica e cronaca interna hanno perso interesse, e sono pertanto relegati alle sezioni marginali del giornale.
Nei giorni della guerra, dunque, la Colombia ha perso la scena: se ne parla soltanto nelle sezioni minori, e in ogni caso senza dimenticare la relazione particolare che lega la nazione al conflitto iracheno: le notizie interne vengono inserite in un contesto geografico internazionale, come se da sempre le variabili del terrorismo avessero determinato il destino nazionale. La struttura narrativa dell'emergenza, pertanto, tende a inserire la vita politica nazionale in un contesto che prima sembrava estraneo, e presenta il problema del terrorismo nazionale come un problema da sempre esistito.
Nei giorni della guerra, El Tiempo assume una struttura più solida, come se la guerra costituisse la colonna vertebrale che sostiene l'intero organismo. Adesso c'è un chiaro filo conduttore che lega le prime pagine alle sezioni interne, e la prima pagina non è più un semplice collage di notizie sconnesse. Il giornale intero costituisce adesso una chiara unità narrativa articolata intorno alla questione della guerra. L'argomento è evitato solo nelle sezioni minori: Bogotà, Ciencias, Cultùra, Sport, Economìa, Educaciòn, Gentes, Salud, Vida de hoy.
Il 10 aprile si legge: "Cade Saddam". La fotografia, che dimostra la veridicità del titolo, ritrae un soldato statunitense nell'atto di coprire il volto della statua di Saddam con la bandiera degli Stati Uniti. Quest'immagine precede l'intera sequenza fotografica che documenta la caduta e la demolizione del monumento, ed è a sua volta il simbolo della fine di un regime vecchio e dell'inizio di uno nuovo.
Il supporto iconografico è utilizzato come prova inappellabile della vittoria degli Stati Uniti: tra gli applausi e l'amore del popolo iracheno, la loro presenza liberatoria sostituisce la statua del dittatore. La narrazione iconografica e scritta della guerra è finita: si avvicina il momento di raccontare la pace, il ritorno alla normalità. Gli articoli che chiudono la prima pagina non descrivono più i successi di guerra, e si concentrano invece sul futuro dell'Iraq sotto l'amministrazione statunitense.
Nella sezione Internacional gli articoli tendono a formulare un bilancio, descrivono le difficoltà della ricostruzione e riaprono la questione della legittimità del conflitto. Il tono degli articoli non è più neutrale e tanto meno complice, la legittimità dell'operazione bellica è messa direttamente in questione: si ricorda che le armi di distruzione di massa irachene non sono mai state trovate, e si parla anche delle antiche alleanze che legarono Bush e Saddam Hussein. La descrizione quasi radiografica della realtà lascia più spazio alla riflessione. Contemporaneamente, aumenta lo spazio concesso ad altre località geografiche: tornano sulla scena il Venezuela e il Perù. Sembra che il tempo non sia passato, le narrazioni riprendono l'argomento come se i processi politici e sociali fossero rimasti paralizzati per ventitré giorni.
Nella sezione Conflicto Armado le notizie nazionali riprendono la solita ubicazione e il solito peso, però si verifica un sottile cambiamento: l'uso della parola "terrorismo" non scompare. Sembrerebbe che i fatti di politica interna siano descritti e interpretati in funzione del conflitto appena concluso. Anche se la Colombia torna a essere l'unica protagonista delle pagine centrali, l'Iraq ha lasciato la sua impronta.
Il titolo principale del 21 aprile è: "Guerra ufficiale contro il terrorismo nazionale". Quello del 22 aprile è: "Il governo negozia", e quello del 23: "Vertice tra Colombia e Venezuela". Il 25 si legge: "Venezuela e Colombia: conflitto di sovranità", e il 28: "FARC: nominati tre portavoce per accordo umanitario". E l'Iraq? La ricostruzione? Il Nuovo Regime? La solidarietà per un paese dilaniato, come la Colombia, da una guerra interna? Le notizie dall'Iraq scompaiono, e con loro si dissolve la struttura d'emergenza.

Ritorno al mosaico Già dall'ultima settimana d'aprile la struttura torna ad essere quella di sempre: da un lato le forze nemiche dell'ordine interno, impegnate nel tentativo di destabilizzarlo, dall'altro un governo "dalla mano dura", che cerca di difendersi in tutti i modi. E poi un referendum che non avanza. Il mondo esterno resta relegato ai titoli di minore importanza, e torna sulla scena soltanto nella sezione Internacional: anche qui, comunque, il tema centrale costituito finora dalla guerra si è dissolto, e non rimane che un collage di notizie diverse, quasi senza relazione tra loro. Un panorama, come si dice, di quel che succede nel mondo. Si tratta, in pratica, di una serie di narrazioni, riguardanti quei paesi che di volta in volta, a causa di emergenze secondarie, attirano la luce dei riflettori.

Da quando si tace della guerra in Iraq, non esiste più un asse che sostenga l'intera struttura del giornale. El Tiempo torna alla sua essenza frammentaria: gli eventi non sono più giudicati in funzione di un criterio unico d'importanza, e ogni notizia ha il suo spazio proprio, indipendentemente dalle altre.

La normalità o del riconoscimento dell'emergenza permanente

Le parole sono importanti:
chi parla male, pensa male.
(Nanni Moretti, Palombella Rossa)
E il ritorno alla normalità? Si può parlare di normalità, quando si parla di stampa colombiana, quando si parla di stampa in generale?
Ricapitoliamo. "E' arrivato il momento della verità". Questo era il titolo principale della prima pagina di El Tiempo del 17 marzo. L'articolo riproduceva la dichiarazione d'ultimatum del presidente Bush. In quel discorso, Bush invitava le nazioni amiche a sostenere la sua nuova crociata per la difesa della pace e della sicurezza internazionale. I pericoli che minacciavano l'ordine costituito erano conosciuti: il dolore e la costernazione per l'attentato dell'11 settembre erano ancora presenti, e servivano a dimostrare la pericolosità effettiva e potenziale del terrorismo organizzato.
I tempi sono maturi, secondo il presidente Bush, per la nascita di una nuova coalizione, in modo da rendere definitivamente chiari i due schieramenti: da un lato la democrazia, dall'altro i terroristi e tutti quelli che li difendono; da un lato, le nazioni favorevoli alla cosiddetta guerra preventiva, dall'altro quelle contrarie; e infine, da un lato gli Stati Uniti e i loro alleati, dall'altro Osama Bin Laden, Saddam Hussein e il terrorismo internazionale.
Il mondo, così, è di nuovo diviso in due blocchi. Dal discorso del presidente, emerge uno scenario nel quale gli Stati Uniti sono al di là di ogni critica e di ogni dubbio, ed esigono dalle altre nazioni un'alleanza incondizionata, pronti a considerare come nemici tutti coloro che non si dichiarino contrari al terrorismo, e anche coloro che per caso intendano la parola "terrorismo" in maniera diversa dalla loro.
Per quanto riguarda l'autore dell'articolo, bisogna dire che non è facile individuare la sua opinione: si presenta come un osservatore puro, libero da pregiudizi o da convinzioni previe. È in fondo la stessa tonalità degli articoli minori di questo numero: si riscontra un identico distacco, per esempio, nelle righe dedicate alla crisi dell'ONU, o nella pagina dedicata alle reazioni di Inghilterra e Colombia. È la stessa, quieta indifferenza di una fotografia, tale che il lettore della cronaca riesce difficilmente a intuire quale sia la posizione dello scrittore: si trova direttamente di fronte a una testimonianza, e in un certo senso partecipa lui stesso alla messa in scena.
Questo atteggiamento della stampa durerà molto poco. Dopo la dichiarazione di guerra, infatti, lo stile si fa meno distaccato, più coinvolto, e contemporaneamente le cronache diventano sempre meno numerose: non costituiscono più, in altri termini, il genere narrativo privilegiato, e lasciano spazio a una serie di articoli nei quali la passione e le opinioni degli autori vengono in primo piano. Si tratta per lo più di un rifiuto incondizionato della guerra: gli autori non entrano nel merito delle singole risoluzioni, non le commentano né le condannano; semplicemente, rifiutano la violenza come manifestazione umana, con un tono di denuncia piuttosto che di accusa. Al coro di proteste contro la guerra si unisce, con la sua apparente obiettività, la documentazione fotografica. Si può dire, di conseguenza, che El Tiempo racconta di una guerra che è soggetto attivo: si avvicina, progredisce, s'intensifica, lascia vittime, orfani, e poi s'avvia a conclusione e finisce.
Questa passione che rifiuta qualsiasi guerra, insieme alle descrizioni piane e obbiettive, finisce per conferire al conflitto una personalità propria e indipendente. Gli attori sociali che ne sono la causa si fanno invisibili, sembra che la guerra sia essa stessa l'unico attore, capace di prendere decisioni, di amministrare destini, di separare il mondo politico nei due blocchi già menzionati.
Alla struttura d'emergenza, si è detto, corrisponde un linguaggio di emergenza: Bush e Saddam Hussein da un lato, il giornalista dall'altro, diventano in questi giorni semplici testimoni, impotenti di fronte alle azioni di quest'unico attore sociale - il conflitto - che vive di vita propria e il 10 aprile si dissolve da sé.
La foto del soldato statunitense, che con la bandiera copre la statua del dittatore, ricorda infatti qual era il burattinaio dietro la marionetta: già dal 10 aprile, gli attori sociali tornano a ricoprire i loro ruoli effettivi. Bush spiega quale sarà il futuro iracheno, Saddam è sconfitto e fugge, il popolo ringrazia le truppe statunitensi, i giornalisti fanno bilanci. Il tono degli articoli è ancora appassionato, ma ha perso la genericità del rifiuto incondizionato della violenza: si parla delle responsabilità di Bush, si mette in questione il concetto stesso di guerra preventiva, si ricorda che le armi del dittatore non sono ancora state trovate. Infine, i bilanci sono presentati come non conclusivi: il futuro dell'Iraq è ancora in dubbio. Nel contesto dell'incertezza e delle aspettative generate dalla fine della guerra, dunque, tornano sulla scena i volti dei protagonisti.

Iraq: l'oblio Dal 15 aprile in poi, scompare quasi ogni allusione al conflitto: gli eventi iracheni perdono peso e rilevanza, il linguaggio e la struttura d'emergenza cedono, senza opporre resistenza, alla normalità di El Tiempo. Le prime pagine ora attribuiscono personalità e vita a un altro conflitto: l'antico e perenne conflitto interno colombiano. Tutto è rimasto uguale? L'Iraq non ha lasciato tracce nel lessico dei giornalisti? Nella sezione che è espressamente dedicata al Conflicto Armado, gli articoli sono caratterizzati soprattutto dalla frequente e nuova ricorrenza della parola "terrorismo". Guerriglieri e paramilitari, adesso, sono detti semplicemente "terroristi". Il Conflitto iracheno scompare delle pagine ma le parole di Bush sembrano servire da sfondo alle nuove narrazioni.

El Tiempo, erede dei giornali indipendentisti, difensore della democrazia dell'ordine interno, usa la parola "terrorismo" o "terroristi" per descrivere i nemici della stabilità colombiana, si tratti di guerriglieri o di paramilitari: come per dire che i nemici del sistema colombiano sono gli stessi nemici del sistema mondiale. Ripudiarli, stigmatizzarli e sottolinearne l'assoluta marginalità serve a ricordare a tutti i lettori che la Colombia sa bene da che parte schierarsi. Il vecchio conflitto viene dunque rivestito di nuovi termini, per ripetere ancora una volta che la democrazia è stata raggiunta da molti anni, che non si può permettere un ritorno alla barbarie. Guerriglieri, paramilitari, Hussein, Osama Bin Laden: tutti appartengono allo stesso schieramento.
Il linguaggio del terrore sembra consolidarsi. Il mondo, come la Colombia, gode di una stabilità immaginata. La stampa cerca ogni volta di sottolineare l'eccezionalità della violenza, di identificare un ordine a cui credere e un nemico contro cui lottare. Sulle pagine di El Tiempo, l'ordine è rappresentato dallo Stato nazionale, mentre i nemici dell'ordine, che un tempo erano detti "comunisti" o "guerriglieri", hanno preso definitivamente il nome di "terroristi".
La stampa colombiana entra a formare parte della cornice globale, che in buona parte del globo, o per lo meno in quella che Bush descrive come libera e civilizzata, divide al mondo nelle due forze antagoniste: terrorista e democratica.
La struttura dell'emergenza colombiana è uguale alla struttura globale dell'emergenza e perciò non solo aiuta a riprodurre un certo tipo d'identità nazionale ma è complice, anche, della riproduzione di una identità globale.
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