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Che senso ha parlare di post-umano

di Alberto Abruzzese
25/05/2004

C’è nella letteratura sul post-umano una abbondanza di immaginari premoderni o tardomederni, carichi di erotici catastrofi, che, per quanto di grande fascinazione, rischia di disperdere il senso migliore e più lucido della attuale prospettiva epocale a cui allude. Questo rischio a mio avviso si corre anche lasciandosi prendere troppo da un opposto sentimento, quello di reagire all’eccesso di seduzione per gli scenari post-umani della fiction fantastica e fantascientifica – di cui i mercati del consumo apocalittico oggi abbondano più che mai – rimarcando che su qualsiasi metamorfosi e mutazione ambientale verso la Bestia e verso la Macchina la mente umana continua a conservare la sua sovranità. Credo che accogliere nelle nostre comunità di lavoro – scientifico o operativo che sia – una sensibilità post-umana possa invece fruttare molto proprio dal punto di vista sociale perché aiuta a mettere in crisi alcuni dei presupposti cognitivi e esperienziali che il sapere umanistico ci ha storicamente inculcato in famiglia, a scuola, a lavoro, in politica.

Detto in parole semplici, la circolazione del termine post-umano all’esterno dei “libri” – in cui, come sempre, non c’è nulla che non si possa trovare, nessuna genesi che possa venir meno, nessuna veggenza che non si sia già manifestata – ci spiega molto semplicemente che, mentre sino ad oggi l’uomo ha creduto di avere il dominio del mondo, ora comincia a convincersi davvero che è il mondo a dominare l’uomo. E non è l’uomo a dire le cose del mondo, ad essere il linguaggio che lo mette in forma, ma al contrario è il mondo che dice l’essere umano, lo mette in forma. E per certi aspetti, se si pensa alla “trinità” divina, questo salto di consapevolezza ha del clamoroso, poiché, risalendo dalla carne allo spirito e infine a dio, è come rendersi conto che è il mondo ad avere creato dio e non il contrario. Il corpo delle cose a farsi anima e non viceversa.

Ma mi sono riferito non a caso alla “trinità divina”. Infatti è solo in questa straordinaria invenzione monoteista, giudaico-cristiana, che appare il trauma della post-umanità che saremmo diventati, del mondo inorganico in cui, per troppa distrazione dal cielo e dalle sue sacre scritture, saremmo precipitati e in cui rischiamo di dissolverci, perdendo in un sol colpo tanto la parte caduca quanto la parte immortale del nostro essere al mondo. Se pensiamo il post-umano in un contesto politeista, l’ibridismo tra soggetti e oggetti a cui allude si fa meno tragico, meno clamoroso. Il post-umano ci dice con più forza di quanto fosse possibile nel tempo tradizionale – e questa forza appartiene alla rapidità con cui oggi si comunica rispetto al passato – che siamo parte di un tutto in cui ogni cosa è in relazione con l’altra: esseri umani, pietre, animali, minerali. Nelle comunità primitive era il rituale sacro a occuparsi della faccenda. Nella condizione umana post-industriale sono i consumi e i media.

Ecco quindi il motivo di maggiore interesse che quanti vogliano sottrarsi all’umanesimo – radice del pensiero della Città e dello Stato, quindi delle basi materiali dell’autorità, del dominio e della religiosità che stanno ora franando sotto i colpi di molteplicità divise e inconciliabili – possono trovare nel post-umano: la legittimazione di un paradigma della realtà tragico invece che dialettico, di un politeismo dei consumi che è segno di apertura culturale invece che sopruso sulla coscienza, di una visione delle tecnologie che non le colloca all’esterno ma all’interno del corpo umano e dei suoi desideri. Si potrebbe continuare, ma mi pare che un primo giro di pareri sul post-umano può comportare alcune domande preliminari. Tanto per capire da che parte si sta.

Ad esempio. Possiamo condividere la rilevanza dei temi sollevati dall’annuncio del post-umano restando dentro una cornice umanistica?  E’ utile ragionare dei simboli e delle metafore e degli immaginari del post-umano conservando una cultura politica legata alle identità collettive? Gli scenari post-umani – penso ad esempio alle nuove piattaforme espressive costituite dall’innesto tra vita quotidiana e telefonia mobile – possono tollerare le pratiche politiche delle democrazie di massa? E le tradizionali aspirazioni delle culture moderne ad essere “progetto sociale” e “teoria” come possono conciliarsi con territori in cui le dinamiche post-umane lasciano svanire ogni distinzione tra soggetto e oggetto?

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