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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Dal senso ai sensi. Breve storia del concetto di postumano.

di Francesca Guglielmi
03/08/2004

Per comprendere l’espressione “postumano” è necessario ripercorrere la sua relazione con il paradigma moderno e postmoderno. Se il primo porta a compimento lo spirito dell'illuminismo con l’idea di una tassonomia del reale che classifica e scompone gli elementi complessi in elementi semplici, il secondo, con la nascita del post-strutturalismo e decostruzionismo, segna il passaggio dalla quadrettatura di elementi reali alla quadrettatura di relazioni e specie.
Tutte le ideologie novecentesche (e le sue tecnoutopie) si ispirano, infatti, allo stesso criterio razionale. Secondo l’analisi di Foucault è il principio della mathesis universalis inaugurato nel XVII secolo a indirizzare ogni indagine e comportamento umano e la filosofia cartesiana a concepire, fin dal 1619, una riforma del sapere basata su una nuova scienza universale dell'ordine e della misura che avrebbe condotto alla quantificazione geometrica dello scibile umano. Da questa matrice nascono la rivoluzione industriale e il capitalismo maturo con il trionfo dei criteri di performatività ed efficienza, il marxismo e la psicologia freudiana, come, sul terreno opposto, liberismo e strutturalismo.
Il tramonto dell'episteme moderna, consumato all’ombra dello scontro fraticida tra marxismo e liberalismo, veicola a sua volta la crisi del concetto di umano. In altre parole a fronteggiarsi sono due visioni del mondo antitetiche, l'umanismo e l'antiumanismo, la cui irriducibilità è ben esemplificata dall'esito dell'archeologia di Foucault che, pur consapevole delle conseguenze dell’antiumanismo, “non può uscire dal paradigma storico che ha istituito".
Da questo momento la ragione rinuncia ai suoi attributi tradizionali, il dinamismo, lo storicismo, il carattere organicistico e fa il suo ingresso nel paradigma postmoderno, che tenta di sottrarsi alle circolarità dell'ermeutica in un ottimismo spesso acritico. Antimetafisica, superficie vs. profondità, opacità, i caratteri del postmoderno. Nel postmoderno, in definitiva, l'opposizione umanismo-antiumanismo non è stata ancora pienamente risolta. Il postumano, al contrario, accoglie e metabolizza entrambi grazie alla relativizzazione operata dall'apparizione della macchina.
Proprio dall'evoluzione delle teorie informatiche e cibernetiche nasce lo scarto tra postmoderno e postumano. Questo salto epistemico, e siamo cronologicamente tornati ai giorni nostri, determina una serie di aggiustamenti. Inizialmente l’informatica è dominata dal pragmatismo di antesignani come Babbage e Turing che puntano con decisione verso l’intelligenza artificiale. Ai loro primi manufatti la società risponde con paura, rifugiandosi, come suggerisce Turkle, in una "reazione romantica". Nel momento in cui il postmoderno incamera principi come l’Artificial Life, la logica fuzzy, l’autopoiesi la società reagisce con minor resistenza. Dalla reazione romantica a una più flebile reazione vitalistica. Dal terrore di una macchina più brava e più intelligente dell’uomo, all’evidenza della “cosa che sente”, uomo o macchina che sia. Forse a causa della temporanea inadeguatezza tecnica, spiega Sherry Turkle, percepiamo l’incontro-scontro tra ciò che è vivo e ciò che non lo è meno pericoloso di quello tra intelligenza umana e artificiale. Antirazionalismo e antimetafisica ci hanno resi più tolleranti verso l'idea di identità multiple e collettive, più disponibili a ridefinire i confini tra vita e non-vita, a immaginare l’incrocio tra corpo umano e corpo artificiale, tra sensi e cose.
Mentre il paradigma postmoderno tende a ignorare, o semplicemente, a giustapporre i vecchi confini in un continuum in cui il problema della definizione e dell’individuazione delle differenze scolorisce in favore di una navigazione disimpegnata e casuale, nel postumano tali domande chiedono un nuovo approccio e nuove metodologie. Si tratta di pensare non alla fusione di elementi antitetici in vista di un’entità primigenia (è il terrore della simbiosi Brandon-Mosca nel capolavoro di Cronemberg), o alla dominazione dell'una sull'altra (lo scontro tra civiltà che fa da motore all'intera letteratura fantascientifica e alla sua tradizionale rappresentazione antropocentrica), né a una pacifica ma irrelata evoluzione delle due entità in direzioni imprevedibili e quindi ancora più inquietanti di ogni profezia tecnofobica, ma niente di meno che, utilizzando ogni facoltà combinatoria, di riprogettare l'incontro tra uomo e macchina, di costruire una nuova buildung.
Il postumano non si pone come interstizio resistenziale al dilagare del logos artificiale, né come riscatto all’alienazione denunciata dall’etica marxista, o ricerca di fondamento aurorale e originario, un Ur-uomo capace di sfuggire al condizionamento del consumo, o, ancora, Aufhebung hegeliana che compone le antinomie logiche, ma come oscillazione tra due poli, meglio come oscillazione tra le infinite relazioni di un sistema complesso, come compresenza simultanea di più fenomeni. Il rifiuto dell'unitarietà, così come il collasso del soggetto liberale, apre quindi un range di possibilità nuove che vanno dall'accettazione e riconoscimento dell'Altro (macchina, creatura, organismo artificiale), alla rilettura del cyborg come epigono dell'umano, mutualmente impegnato nella definizione dell’identità reciproca di uomo e macchina.
Ciò non significa che le differenze tra corpo organico e corpo artificiale (come tra cervello umano e computer) siano state interamente abolite, ma che la tecnologia ridisegna e negozia incessantemente le frontiere tra umano e postumano. Da questo punto di vista uno degli snodi più promettenti da cui indagare il concetto di postumano è proprio la presunta naturalità e “apertura al mondo” del corpo, da cui muovono indifferentemente sia coloro che interpretano il corpo come costrutto culturale, sia coloro che temono la riduzione del biologico al tecnologico.
Le macchine si impossessano delle strutture biologiche, gli uomini imparano a modellare o a riparare il proprio corpo con l'ausilio di tecnologie e protesi meccaniche. Il corpo che risulta da queste modifiche va considerato artificiale o naturale? Che genere di enti sarebbero macchine organiche che possiedono il libero arbitrio? Oppure macchine capaci di sviluppare un’identità, capaci di sentire? Una volta sciolti i lacci dell'episteme postmoderma, saremo in grado di simulare i movimenti del corpo e la sua organicità o penseremo, come accade alle frange estreme del tecnognostismo, che il corpo è del tutto superato?
Domande che pur non esaurendo il conflitto interspecifico, spazzano via gli ultimi residui deterministici, moderni e postmoderni mostrando, con l’agonia del soggetto liberale, i vagiti del postumano e il suo progetto di dar vita a un nuovo kosmos. Letteralmente di dar vita alle macchine.
Si pensi al film A.I. di Steven Spielberg che, a partire dall’intuizione di Kubrick, raffigura gli esiti di un società in cui le macchine sono capaci di amare. Dopo l'ennesima catastrofe antropologica, la razza umana e quella cibernetica convivono. La differenza tra gli organismi viventi (ORG) e quelli meccanici (MECCA) è diventata talmente trascurabile che gli umani sono costretti a scansionare un corpo per sapere se all'interno ci sono ossa, muscoli e sangue oppure chip elettronici. Gli umani rischiano di diventare una minoranza, - le coppie non possono mettere al mondo più di un figlio - e organizzano truculente "fiere della carne", muscolosi rituali orfici dove folle trasognate festeggiano il culto dell'umano contro la macchina. Altri lavorano, invece, a costruire Mecca-bambini in grado di ricambiare l'affetto genitoriale con una devozione e una risolutezza maggiore di quella dei figli in carne e ossa. Sull'onda della favola di Collodi, il film presenta l’iniziazione del Mecca all’umano, in una spasmodica fusione tra sogni, desideri, intenzioni "umane" e il rigore logico-razionale della macchina. I circuiti del mecca-bambino non si incarneranno in un corpo "vero", come avviene in Pinocchio, ma il protagonista, junghianamente, potrà sognare, come un essere umano, di riconciliarsi con la propria anima. L'uomo viceversa accetterà lo scambio emotivo con i Mecca.
Al di là della dialettica tra umanismo e antiumanismo brillantemente reificata dal film di Spielberg potrebbe essere utile analizzare la sorprendente conclusione a cui giunge l’epistemologa Evelin Fox Keller: "Alla fine del Novecento è il computer a dominare la nostra immaginazione e ci ha liberati dalla strana locuzione l'uomo ha un corpo. Oggi potrebbe essere corretto dire che il corpo - nel senso che la parola ha ora acquisito - ha un uomo". Estranea alla polemica contro la dematerializzazione della cultura postmoderna, di cui mette in luce gli aspetti positivi, Fox aggiunge prudentemente che "quel corpo potrebbe racchiudere l'uomo in una morsa ben più stretta di quanto abbia mai fatto un corpo materno".
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