I reality sta occupando i palinsesti. In Italia, sia Rai che Mediaset, ne programmano in genere tre: due la televisione commerciale e uno quella pubblica. Il reality a mio parere ha successo, e credo che la pensi così anche John De Moll che si è inventato il “Grande fratello” creando un business mondiale, perché assomma in sé molti generi televisivi. Un po’ di varietà, un po’ dalle trasmissioni sui sentimenti, uno spolvero di game (le prove alle quali sono sottoposti i concorrenti) e anche di talk show. C’è poi la possibilità per il pubblico di farsi più prossimi all’oggetto televisione, di entrare nella “macchina” cominciando a spiarla in attesa di collocarsi sotto i riflettori. Non solo: se il casting è fatto bene, potrà scattare, come accade per le soap, un processo di identificazione assai fidelizzante. Ci sono reality vissuti da anonimi ed altri da semi vip alla ricerca di un altro applauso. Personalmente preferisco i primi. E’ malinconico dirlo, eppure da ricerche mirate si testimonia che il personaggio in caduta di visibilità ne recupera al momento del programma ma poi, con rapidità, torna ai livelli di non visibilità di prima. E poi, quando i reality sono interpretati da personaggi noti o semi noti scatta nella platea la cattiveria per dire: facevi tanto il superuomo,/la super donna, vediamo adesso come te la cavi a camminare fra serpentelli e altri animaletti ambigui.
In America, dove i reality hanno trovato ospitalità nei palinsesti con qualche ritardo, la stanno per fare da padroni in quanto i responsabili dei network hanno annullato impegni di brevi o lunghe serialità al fine di ospitare i nuovi reality.
Non credo comunque che si possa ipotizzare per il reality una presenza di molti anni ma credo però che da questo genere di programmi nascerà una nuova linea. Questa linea vedrà, escludendo le news, un macro genere. “Elisa di Rivombrosa” piuttosto che “Orgoglio” sono già, nel loro impianto narrativo, senza che nessuno si offenda, un po’ reality.
