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Intervista a Giuseppe Riva

CMC e Realtà Virtuale, non c'è nulla di più reale

Con il computer pensiamo come gruppo, con la Realtà Virtuale comprendiamo la mente
di Maria Cristina Gori
16/06/2005


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Il Prof. Giuseppe Riva è Professore Associato di Psicologia della Comunicazione (C.d.L. in Scienze e Tecniche Psicologiche) presso l'Università Cattolica di Milano. Docente di di Psicologia Sociale dei Media, di Psicologia e Nuove Tecnologie della Comunicazione presso la stessa università. E’ inoltre ricercatore presso il laboratorio di Neuropsicologia applicata dell’ Istituto Auxologico Italiano, a Milano.
Scheda completa .

Parlando di Comunicazione mediata dal Computer (CMC), in un Suo lavoro del 2002, Lei ha definito tra l’altro due elementi importanti mancanti nella CMC rispetto alla comunicazione face to face: 1) l’impegno collaborativo dei partecipanti alla co-formulazione del messaggio; 2) il feedback per la decodificazione del messaggio. Ritiene che esistano invece elementi mancanti nella comunicazione face to face rispetto a quella CMC?

Riva: Sicuramente uno dei vantaggi che offre la CMC è quella di offrire al soggetto dei canali nuovi rispetto a quello della comunicazione face to face.  Quando comunichiamo face to face il nostro strumento principale il corpo. Da una parte la CMC toglie  il corpo dall’interazione, da qui la difficoltà a riuscire a comunicare finché non riesco ad inserire quei segnali paralinguistico che sono gli emoticons, le icone, ed altri strumenti. La sfida della CMC è di utilizzare le tecnologie ed aumentare i canali s comunicativi. Uno studio interessante è quello sugli artisti che sono arrivati a  potenziare le capacità di comunicazioni. Un'opera artistica di Stelarc ha creato un terzo braccio robotica che aumenta le capacità di comunicazione. Dietro le visioni da fantascienza di questi strumenti che potenziano la comunicazione ci sono in realtà tecnologie già abbastanza disponibili.

CMC e coscienza collettiva. Quale rapporto è ipotizzabile?

Riva: Quello che noi sappiamo è che il grande vantaggio della CMC è di consentire e di facilitare la comunicazione molti a molti. Se pensiamo ai media tradizionali ci accorgiamo che il tipo di comunicazione classico è uno-a-molti.  In realtà la CMC consente un passaggio molti-a-molti. E’ possibile per molti condividere le proprie conoscenze e questo in realtà facilita una creazione della conoscenza collettiva che è culturalmente definita  al gruppo e non soltanto a chi possiede il canale televisivo. Ciò facilita l’apprendimento di nuovi significati. In effetti è come quando si mettono tante persone in un gruppo: si sa che il gruppo è più efficace per esempio  per prendere decisioni. Lo stesso è per la CMC. Facilita il processo di creazione  e rende più facile trovare persone che hanno interessi simili. Non a caso molte chat e newsgroup nascono intorno a persone che hanno interessi simili. Mentre nella vita reale può essere difficile incontrare un collezionista di francobolli, nella vita virtuale posso trovare numerose persone e questo facilità la creazione di una coscienza collettiva in cui ciascuno  di noi è più libero di esprimere se stesso.

Quindi una grossa modificazione rispetto al passato alle comunica tradizionali, in cui esisteva una conoscenza estremamente limitata?

Riva: Assolutamente si. L’unico limite è l’accesso alle informazioni. Oggi, la maggior parte delle informazioni che escono di canali tradizionali media sono seguite da poche persone. Nel momento in cui l’accesso è distribuito diventano visibili le cose più interessanti, le più rilevanti per il gruppo e non solo per il singolo che le propone.

Esiste per così dire una “categoria” di persone che è esclusa dai CMC?

Riva: L’altra faccia della medaglia è che purtroppo, per usare un mezzo di comunicazione bisogna imparare. Ossia anzitutto bisogna avere la disponibilità del mezzo di comunicazione.  Qui in Italia la percentuale di famiglie che possiede il pc è bassa rispetto all’Europa. E poi avere il pc non è sufficiente. In molte condizioni il tempo non c’è, bisogna perdere del tempo per imparare . Lo spazio nel sistema tradizionale di istruzione non è molto, se pensiamo alle risorse che ci sono nelle scuole, dove sarebbe più facile avvicinare lo studente alla tecnologia, le reali possibilità di utilizzo sono scarse. Quindi bisogna  avere la tecnologia, ma   bisogna  anche aver qualcuno che ci aiuta a capirla. Altrimenti l’alternativa resta il televisore. Oggi c’è un gruppo di persone  culturalmente più elevato, con maggiori  risorse economiche che sta passando dalla TV ad internet e un gruppo di persone con livello culturale più basso  e scarse risorse che resta attaccatto alla TV.

Nello studio della cyberpsicologia Lei parla di un metodo di analisi definito Analisi esplorativa multilivello e integrata dei dati. Sinteticamente, di cosa si tratta?

Riva:  Uno dei problemi tipici della ricerca scientifica è il tipo di approccio. Per semplificare nella ricerca scientifica  si usano due modalità: la ricerca quantitativa , quando ho ipotesi da verificare e la ricerca qualitativa, per comprendere situazioni. Se si vuole capire l’impatto della tecnologia, uno solo di questi due metodi non basta. Devo da una parte fare esperimenti e anche osservare in modo approfondito quello che sta avvenendo. Una sola descrizione della realtà rischia di non darci informazioni su quello che potrà succedere. Se dico “oggi c’è una diffusione del cellulare” non dico nulla sul futuro. Se faccio un esperimento e, ad esempio, verifico che la maggior parte dei giovani al di sotto del 14 anni tende a chiamate SMS rispetto alle chiamate vocali queste informazione è utile, ma la devo inserire all’intero di un quadro generale. L’obiettivo del mio gruppo è un metodo che cerchi di unire i due approcci per descrivere meglio ciò che succederà.

Cos’è il Vepsy  project?

Riva: E' un acronimo : Virtual Enviroment for  clinical Psychology (ambiente virtuale per la psicologia clinica) è il nome di un progetto europeo finanziato per capire come utilizzare la realtà virtuale come strumento di terapia . E’ terminato nel 2003 ha portato ad applicazioni della realtà virtuale (ansia, disturbi alimentari, impotenza psicogena).

Parlando di realtà virtuale (RV), una delle principali critiche che le viene rivolta dagli oppositori è nella consapevolezza di una “pseudorealtà” che ne invaliderebbe i risultati.  In realtà lei nel 2003 ha pubblicato uno studio in cui dimostrava le variazioni delle risposte fisiologiche (come la frequenza cardiaca) all’immersione nella realtà virtuale. L’obiettivo dello studio era di mostrare che il vissuto virtuale è analogo a quello reale? E se differiva, in quali aspetti?

Riva: L'obiettivo era quello. In particolare capire quando la realtà virtuale diventa reale per il soggetto. Quello di cui ci siamo accorti è che il problema non è di tipo tecnologico, ma psicologico: la realtà virtuale non è una pseudorealtà ma è una realtà quando il soggetto si sente presente. Questo concetto di presenza ha un ruolo importante. Una delle domande cui stiamo cercando di rispondere è: che cosa rende un utente presente all’interno  di una tecnologia? Le risposte sono tante. Non basta un ambiente realistico, devo potermi muovere ed interagire come all’interno di un ambiente reale. Recentemente Nature Neuroscience ha segnalato la necessità di capire il concetto di presenza per capire meglio non solo il rapporto con la tecnologia, ma addirittura sul rapporto uomo coscienza. Da questo tipo di ricerca è nato un filone che potrebbe portarci a intuizioni rilevanti.

Lei ha approfondito moltissimo il campo della RV in neuropsicofisiologia pubblicando un libro di cui l’ultima edizione risale al 2002, proponendo la sua applicazione in campi sterminati, dalla testistica psicologica, all’autismo, alle dispercezioni corporee o addirittura alla terapia palliativa per cancro. Si tratta di una vera e propria rivoluzione scientifica. Cosa limita attualmente l’applicazione di tali procedure?

Riva: I limiti sono 3: un primo problema tecnologico; ancora c’è per il terapeuta finale una barriera legata al prezzo, anche se 10 anni fa la RV costava centinaia di migliaia di euro, oggi siamo nell’ordine di decina di migliaia di euro. La RV oggi è più accessibile per un centro di ricerca, meno per un terapeuta finale. Finché i costi non saranno più accessibili,  questo limita l’applicazione. Un secondo limite è legato all’apprendere tali tecnologie. Oggi in Italia sono pochi i corsi, a parte qualche realtà sporadica a Milano, Tornio, Padova. Quindi il problema è che non ci sono corsi di formazione che spiegano in maniera efficace come utilizzare la tecnologia. Il terzo problema è legato a cosa rende una tecnologia un’esperienza. Il vantaggio della RV è che sembra una esperienza a certe condizioni. Cosa rende la tecnologia un’esperienza in senso forte? Questa è la domanda cui ci stiamo avvicinando, ma non c’è ancora la risposta finale. Stiamo procedendo per tentativi ed errori.

Inserire questo argomento all’interno di un corso universitario, in Scienze della formazione, ma anche in Psicologia o Medicina può avere un ruolo importante?

Riva: All’interno della nostra laurea in Psicologia della comunicazione abbiamo inserito un corso annuale legato a queste poroblematiche per introdurre i giovani a queste tematiche. Qualcosa di simile avviene per il master sulla RV a Torino, o in alcuni corsi di specializzazione in chirurgia. Ma è difficile trovare docenti. Non ci sono molti studiosi in questo ambito. Per cui auspico che diventeranno sempre di più.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Riva: Al momento sto coordinando il progetto FIRB  . Si tratta di un progetto all’interno  del ministero dell’Università il cui obbiettivo è di elaborare modelli  di tipo neuropsicologico che ci consentino di capire meglio il concetto di “presenza”. Quando siamo presenti all’interno delle tecnologie come facciamo ad aumentare il nostro senso di presenza? Un secondo filone di ricerca è legato alla terapia.  I risultati del progetto europeo ha mostrato che la RV come  strumento terapeutico funziona in una serie di aree come i disturbi di ansia, i disturbi alimentari, le fobie. Stiamo lavorando su una serie di strumenti pratici che possono aiutare sia il terapeuta sia il paziente finale nella cura. Il nostro interesse si è anche spostato sulla telefonia cellulare. Oggi  ci sono telefonini di ultima generazione che consentono forme ancora primitive di RV ma non molto diverse da quelle ottenibili con il pc 10 anni fa. Capire se è possibile aver un sistema di RV portatile è una sfida ulteriore.

Scheda intervistato

Giuseppe Riva è Professore Associato di Psicologia della Comunicazione (C.d.L. in Scienze e Tecniche Psicologiche) presso l'Università Cattolica di Milano. Docente di di Psicologia Sociale dei Media (C.d.L.S. in Teoria e Tecniche della Comunicazione Mediale), di Psicologia e Nuove Tecnologie della Comunicazione (C.d.L.S. in Psicologia dello Sviluppo e della Comunicazione) presso la stessa università. Docente di Metodologia e Teoria della Misurazione in Psicologia, presso il Corso di Laurea in Psicologia.  Docente di Psicologia Generale con Elementi di Psicologia dello Sviluppo presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Ricercatore di Psicologia Generale
Coodinatore del progetto di ricerca europeo "VEPSY UPDATED - Virtual Environments in Clinical Psychology", IST-2000-25323 e coordinatore dei progetti di ricerca europei VREPAR "Virtual Reality Environments in Psycho-Neuro-Physiological Assessment and Rehabilitation" e VREPAR 2 (HC 1053 e 1055). Associate Editor della rivista internazionale "CyberPsychology and Behavior" e Content Editor della rivista internazionale "International Journal of Virtual Reality". Membro dell’American Psycholgical Association e della New York Academy of Sciences.

Negli ultimi anni l’evoluzione delle tecnologie informatiche e l’introduzione delle modalità altamente interattive ha portato con se forti riflessioni sul ruolo che queste svolgono e sulle opportunità che esse potranno fornire per la comprensione dell’interazione umana. In particolare l’uso emergente della realtà virtuale ha portato con sé forti entusiasmi circa l’influenza di questi nuovi sistemi nella ricerca. Per meglio comprendere le potenzialità dell’uso della realtà virtuale è necessario superare la visione strettamente ancorata all’insieme di dispositivi informatici e tecnologici su cui è basata, e rivolgere uno sguardo più approfondito all’insieme di risposte cognitive a cui gli stessi dispositivi possono dar luogo. L’interazione, soprattutto l’interazione immersiva, con ambienti di realtà virtuale può infatti dar luogo a peculiari esperienze. Proprio questo particolare aspetto ha permesso di utilizzare la realtà virtuale come veicolo di processi cognitivi complessi e di modificare radicalmente i modi attraverso i quali avvengono i nostri processi di conoscenza. Giuseppe Riva, nelle sue opere, sottolinea gli aspetti dell’esperienza virtuale e delle sue interessanti opportunità per l’acquisizione di conoscenza legate all’azione.

Uno dei suoi progetti più recenti  è il  progetto MIUR- FIRB  NeuroTiv  http://www.neurotiv.org - a cui partecipano l’Università Cattolica di Milano, l’Istituto Auxologico Italiano e Telecom Italia Learning Services che ha sviluppato una serie di applicazioni di telemedicina avanzata mirate al trattamento di questi disturbi.  Il progetto della durata complessiva di tre anni, iniziato nel novembre 2003 e coordinato dal professor Giuseppe Riva, ha ricevuto il mese scorso il prestigioso premio Laval Award per la medicina dal Ministro della Ricerca francese Francois D’Aubert come riconoscimento per i risultati scientifici ottenuti. E’ la prima volta che un progetto di ricerca italiano riceve il Laval Award, considerato il più importante riconoscimento mondiale per la ricerca nelle tecnologie avanzate. «E’ stata premiata la modalità innovativa di applicazione della realtà virtuale, che mette la tecnologia al servizio della psicologia e non viceversa - dice Giuseppe Riva -. Per esempio, nel trattamento dei casi di obesità ci siamo accorti che molti soggetti mangiano perché sono ansiosi. Una percentuale che varia da un terzo alla metà di essi usa il cibo come ansiolitico. Così abbiamo cercato di pensare come fosse possibile utilizzare il potenziale della realtà virtuale per intervenire su questi processi».  L’inizio di questa sperimentazione risale al precedente progetto “VEPSY Updated – http://www.vepsy.com”, progetto europeo terminato nel giugno 2003 che aveva posto l’attenzione sulla percezione corporea di sé, mentre in questo progetto italiano il focus è anche centrato sui disturbi d’ansia.
“Dal punto di vista tecnologico l’elemento innovativo di questa ricerca è la definizione di protocolli di trattamento integrati che  includono sia l’utilizzo di sistemi di realtà virtuale tradizionali, collocati nello studio del terapeuta, sia strumenti portatili (telefoni cellulari che riproducono mini ambienti virtuali) - continua Giuseppe Riva – che aiutano il soggetto a memorizzare meglio quanto appreso. Questo grazie all’utilizzo di telefoni cellulari di ultima generazione che consentono l’utilizzo di filmati o altre esperienze virtuali, permettendo la riproposizione di esercizi specifici appresi con il terapeuta, da attuare nelle situazioni di ansia”.
 Secondo Giuseppe Riva due i traguardi che stiamo raggiungendo: dal punto di vista tecnologico l’ampliamento dell’uso della realtà virtuale utilizzando le nuove opportunità offerte dai cellulari avanzati; dal punto di vista clinico l’uso della realtà virtuale per combattere alcuni disturbi psichici.

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