L'applicazione della RV attraverso una rivisitazione dei modelli psicoterapeutici classici
La comunicazione dell'inconscio nella realtà virtuale

L’inconscio, i conflitti psichici, la sofferenza psicologica sono
concetti adimensionali, privi di spazio e di tempo. Numerosi modelli teorici sono stati proposti nel tentativo di risolvere tali conflitti: tra quelli classici prevalgono i modelli cognitivi, analitici e comportamentali. Ognuno di questi modelli fornisce la propria chiave di lettura e di risoluzione ai conflitti. Questo lavoro costituisce una rivisitazione dei modelli psicoterapeutici classici alla luce delle possibilità offerte dalla realtà virtuale.
La ricerca di un mondo virtuale nella psicoanalisi di Freud
Sigmund Freud nasce il 6 maggio 1856 a Freiberg . Uno dei primi studi di cui si occupa riguarda gli effetti della cocaina. Nell'aprile del 1884, Freud aveva infatti iniziato una ricerca su questa sostanza, una componente attiva delle foglie di coca, un alcaloide a quel tempo sconosciuto. Egli aveva scoperto che alcuni popoli indiani la usavano come analgesico, e se ne fece spedire un grammo dalla Società farmaceutica Merck, cominciando a sperimentarla su se stesso e sui suoi conoscenti, e constatandone gli effetti stimolanti: "Produce un effetto stimolante e dalla durevole durata - scriverà - che non differisce in alcun modo dall'euforia normale delle persone sane". Gli effetti della cocaina erano, per Freud, forme parallele di “sensibilità al mondo”.
Per i primi anni di professione egli utilizzò con i suoi pazienti le tecniche allora in uso: l'idroterapia e l'elettroterapia, ma si rese ben presto conto che malgrado quel che veniva comunemente affermato esse non conducevano a nessun risultato concreto e si dedicò all’
ipnosi. Era riuscito a dimostrare che le manifestazioni dei malati sottoposti ad ipnosi erano corrispondenti al vero, ed aveva introdotto una seria classificazione nei casi d'isteria. L’ipnosi permetteva una serie di rilevazioni su fatti altrimenti nascosti dalla coscienza e dai meccanismi di difesa.
Il contatto con Joseph Breuer, con cui era legato da una grande amicizia, gli fu di estremo aiuto. Breuer era un eminente fisiologo che aveva a lungo aiutato psicologicamente ed economicamente lo stesso Freud; aveva in cura una paziente isterica, colei che passerà alla storia come Anna O. grazie all'ipnosi era riuscito a guarirla da una sorta di idrofobia, dimostrando che in realtà il paziente isterico soffre di reminiscenza e che tali ricordi traumatici possono risultare purificatori sotto ipnosi.
Questo metodo fu perciò chiamato catartico. Dunque,
la reminiscenza ed il rivivere gli eventi , al di fuori di un contesto spaziale e temporale, nonostante il tempo passato dal trauma,
poteva essere risolutivo di conflitti. Verso la metà degli anni novanta, dopo aver abbandonato l'ipnosi e il metodo catartico, aveva scoperto le cosiddette libere associazioni, che consistevano nell'abbandonarsi acriticamente alle proprie intuizioni e pensieri, senza censure; questa tecnica fu la prima che gli permetterà di giungere al concetto di autoanalisi, conducendolo ad un altro tipo di visuale, diversa da quella che la conoscenza era abituata a considerare. Cominciò ad occuparsi di pazienti nevrotici, dei quali al tempo si sapeva molto poco. C'è da aggiungere che, in quanto neurologo, non aveva vaste conoscenze in campo psichiatrico; questo non fu uno svantaggio, in quanto ciò gli permise di creare punti di partenza, e più libertà di creare nuovi modelli.
Negli anni seguenti Freud mise a punto la scoperta che lo rese celebre anche fuori dall'impianto psichiatrico: il complesso di Edipo. Egli sosteneva che tutti i bambini, in particolare i maschi, nei primi anni di vita attraversano una fase molto conflittuale con i genitori, in quanto tendono a vedere il genitore del sesso opposto come un possesso esclusivo, e di conseguenza interpretano un rivale nel genitore dello stesso sesso. Le teorie del complesso di Edipo suscitarono fortissime resistenze.
Nel 1899 pubblica L'interpretazione dei sogni, tra le sue opere quella che di sicuro ha raggiunto la maggiore notorietà, e che esprime la più famosa e fondata teoria sul significato dei sogni mai formulata. Tra tutte la persone che erano rimaste fortemente impressionate da L'interpretazione dei sogni c'era anche Carl Gustav Jung, con cui Freud inizia ben presto a scambiare lettere, scritti ed estratti. Più tardi si separarono per divergenze di idee.
L’utilizzazione della cocaina, l’ipnosi, ma anche il sogno, possono essere attualmente rilette in una chiave interpretativa diversa: la ricerca di una realtà parallela, collegata al vissuto reale, che possa risolvere i conflitti intrapsichici.
Il modello psicoanalitico, primo in ordine cronologico, rappresenta il conflitto intrapsichico quale esito di un trauma vissuto in epoche molto precoci della vita. Il compito classico del terapista è quello di riappropriarsi del contenuto inconscio, prevalentemente con l’uso di strumenti quali i lapsus e i sogni,di portarlo ad un livello conscio e di rielaborarlo. Un limite principale di questo metodo è rappresentato proprio dallo strumento narrativo che è, per sua stessa definizione, un modello che sfrutta le sole immagini mentali associate al ricordo. La realtà virtuale può permettere non più la sola narrazione degli episodi, ma soprattutto la sua visualizzazione concreta, all’interno di uno spazio “protetto”. Permetterebbe inoltre la rappresentazione delle possibilità alternative, quelle che non si sono vissute. L’effetto catartico non deriverebbe quindi più dalla sola narrazione degli avvenimenti, ma dal rivivere con tutti gli organi sensoriali un evento traumatico.
La ricerca di un mondo virtuale nel modello comportamentale
La terapia del comportamento in Italia si diffonde negli anni 70. Essa costituì un fenomeno d'importazione, qualcosa di estraneo per la cultura e la tradizione italiana e faticò molto per superare le iniziali reazioni di rigetto, per radicarsi nella nostra realtà, sviluppare la propria autonomia. Questo radicamento fu favorito negli anni ‘80 dallo sviluppo delle teorie e delle tecniche cognitive, che risultavano più coerenti con le nostre tradizioni culturali.
Nell'uso d'oggi l'espressione psicoterapia comportamentale sostituisce quella di terapia del comportamento. Essa potrebbe essere descritta come un albero che affonda le sue radici nella reflessologia pavloviana ed erge la chioma nelle epistemologie della complessità e nelle ideologie post-moderne. Dagli esperimenti di Pavlov, si definisce il condizionamento classico il processo per cui è prevedibile che ad uno stimolo segua una risposta, e che stimolo e risposta possano essere condizionati. Possiamo parlare quindi di apprendimento condizionato o pavloviano, secondo il quale la risposta a un certo stimolo dipende dal tipo di evento che, sulla base dell’esperienza passata, è associata alla stimolo. Secondo questa visione ciò che noi apprendiamo è un’associazione di stimoli.
Sempre all’inizio del secolo scorso con gli studi dello psicologo americano Edward Lee Thorndike, venne introdotto il concetto di condizionamento operante. Anch’esso è una forma di apprendimento di tipo associativo, ma diversamente da quella pavloviana, la risposta viene evocata non da stimoli che la possono attivare, bensì da una situazione ambientale, un contesto a cui è stata associata la possibilità di trarne certo beneficio: l’animale apprende che un determinato stimolo fa prevedere un evento successivo.
Lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona mette in atto in tali circostanze, mediante l'apprendimento di nuove modalità di risposta, l'esposizione graduale alle situazioni temute e il fronteggiamento attivo degli stati di disagio.
Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l'eliminazione degli attacchi di panico e dell'eventuale concomitante agorafobia, la riduzione o l'eliminazione dei rituali compulsivi o dei comportamenti alimentari patologici, la promozione delle relazioni con gli altri, la diminuzione dell'isolamento sociale, e cosi via.
Fondamentale è l’esposizione progressiva all’elemento scatenante il disagio psichico (ad esempio, una piazza aperta nel caso di agorafobia). In tal senso appare rilevante l’ausilio che può essere fornito da una realtà virtuale che contemporaneamente esiste e non esiste, espone e protegge nello stesso momento. Questa realtà può costituire una sorta di verità intermedia tra pensiero e piano di realtà.
Il modello comportamentale si fonda sul circolo vizioso stimolo-risposta, secondo cui il disagio deriva dall’aver appreso una risposta “inadeguata” ad uno stimolo e di aver cristallizzato tale risposta in modo che, davanti allo stesso stimolo non potrebbero esistere alternative diverse. Un esempio è rappresentato dalle fobie, ad es. le agorafobie in cui la presenza di spazi aperti genera una risposta di allarme, stress e fuga. Il compito classico del terapista è quello di interrompere questo circolo vizioso, permettendo l’apprendimento di risposte alternative. La realtà virtuale può consentire non più la sola narrazione degli eventi critici, ma soprattutto la possibilità di viverli in una realtà virtuale “protetta” in presenza dello psicoterapeuta o di persone rassicuranti, di disassuefare il soggetto dai comportamenti stabilizzati, attraverso stimoli graduati, di permettere l’attuazione di comportamenti alternativi.
La ricerca di un mondo virtuale nel modello cognitivista
Il cognitivismo é presentato come paradigma scientifico emergente, in antitesi al comportamentismo e in associazione ad una vasta serie di potenzialità innovative e valori progressisti. Tale approccio postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti evidenziando come i problemi emotivi siano in gran parte il prodotto di credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo, a dispetto della sofferenza che il paziente sperimenta e delle possibilità ed opportunità di cambiarle, a causa dei meccanismi di mantenimento. La teoria di fondo, sottolinea l'importanza delle distorsioni cognitive e della rappresentazione soggettiva della realtà nell'origine e nel mantenimento dei disturbi emotivi e comportamentali. Ciò implica che, non sarebbero gli eventi a creare e mantenere i problemi psicologici, emotivi e di comportamento, ma questi verrebbero piuttosto largamente influenzati dalle strutture e costruzioni cognitive dell'individuo (assunto già condiviso ai tempi del filosofo stoico Epitteto).
La psicoterapia cognitiva si propone, di conseguenza, di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d'interpretazione della realtà, al fine di sostituirli e/o integrarli con convinzioni più funzionali. La psicoterapia cognitiva ha assunto il ruolo di trattamento d'elezione per i disturbi d'ansia.
Come nel caso del comportamentismo, lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l'eliminazione degli attacchi di panico e dell'eventuale concomitante agorafobia, la riduzione o l'eliminazione dei rituali compulsivi o dei comportamenti alimentari patologici, la promozione delle relazioni con gli altri, la diminuzione dell'isolamento sociale, e cosi via. Aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, gli schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni problematiche vissute dal paziente, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più realistici, o, comunque, più funzionali al proprio benessere.
La rappresentazione virtuale di un elemento scatenante l’ansia, la depressione, la fobia, può facilitare non più solo la narrazione dei pensieri, ma il loro vissuto in estemporanea.
Secondo il modello cognitivo non sono tanto i problemi, i conflitti interpersonali le cause del disagio psichico, quanto i processi del pensiero che ne conseguono. Questo modello spiega perché persone diverse, poste davanti a problemi analoghi gravi reagiscono con modalità psichiche differenti. Sarebbero i pensieri responsabili della sofferenza, non i problemi ad essi associati. Esisterebbero eventi “trigger” che possono innescare l’elaborazione di pensieri negativi. Il compito classico del terapista è quello di decodificare istante per istante i percorsi patologici del pensiero davanti ad una rappresentazione mentale di un evento scatenante. La realtà virtuale può permettere non più la sola immagine mentale di un evento trigger, ma la sua rappresentazione concreta “virtuale”, permettendo una decodifica immediata della cascata di pensieri successiva.
Conclusioni
La terapia comportamentale è stata ampiamente utilizzata nel trattamento delle fobie, graduando l’esposizione del paziente agli stimoli scatenanti il disturbo (desensibilizzazione). Tuttavia, nell’utilizzazione della desensibilizzazione, è stata spesso segnalata la
difficoltà di immaginare ed evocare la scena che induce l’ansia, probabilmente per una reazione difensiva. In tal senso la realtà virtuale può offrire lo stimolo adeguato al paziente che ha difficoltà nell’immaginare le scene o in quelli ancora troppo fobici per sperimentare una desensibilizzazione “de vivo” (2). La possibilità di provare una situazione fobica all’interno di un
contesto protetto, lontano dai giudizi delle altre persone, con l’aiuto dello psicoterapeuta costituisce un indubbio vantaggio. Inoltre lo stimolo può essere graduato, per ipotesi anche superiore a quello potenzialmente presente nell’ambiente reale. Ciò può costituire un rafforzamento della sicurezza del paziente a sperimentare le situazioni reali, forte dell’esperienza amplificata del setting virtuale. E’ stata già utilizzata nell’ambito del trattamento di alcune
fobie specifiche, come l’aracnofobia, ossia la paura dei ragni (5), del volo, di parlare al pubblico, nelle claustrofobie, nelle agorafobie, nelle fobie sociali, nei disturbi di panico, nei disturbi
postraumatici da stress dovuti ad incidenti stradali (6) nei disturbi di ansia, nei disturbi ossessivo compulsivi (7)
L’ambiente virtuale ha molte applicazioni potenziali in medicina, ma alcuni problemi potrebbero limitarne l’uso. Alcuni soggetti hanno avuto esperienza di effetti collaterali dopo essere stati sottoposti ad ambienti virtuali. I sintomi includono problemi oculari, disorientamento, disturbi dell’equilibrio e nausea (8).
La realtà virtuale offre la possibilità, oltre a quelle citate, di sottoporre soggetti a test di valutazione psicologica nel reale. Può essere cioè considerata una forma sofisticata dei test psicologici. E’ già stato sperimentato con successo in tal senso un test non virtuale, il Body Image Virtual Reality Scale, per la valutazione della propria percezione corporea. Può essere utilizzato come coadiuvante nelle forme di anoressia, bulimia e nelle dismorfofobie. Consiste in una interfaccia non immersiva tridimensionale in cui il paziente può scegliere tra 9 diverse figure di diversa taglia dal sottopeso al soprappeso. Questo test, sia pure realizzato in modo non virtuale, costituisce una applicazione primordiale al sistema virtuale (3).
La possibilità immersiva in un ambiente tridimensionale consente un apprendimento più facilitato al mondo. Diverse teorie hanno tentato di spiegare il ruolo prioritario svolto da una percezione tridimensionale ai fini dell’apprendimento (4). Di queste due sono le più significative: la tridimensionalità ridurrebbe il dispendio energetico per la risoluzione dei problemi perché è in grado di fornire più informazioni, la soluzione di problemi bidimensionali richiederebbe sempre la ricodificazione del problema in immagine mentale tridimensionale (la cosiddetta ri-rappresentazione).
Il modello psicoanalitico, primo in ordine cronologico, rappresenta il conflitto intrapsichico quale esito di un trauma vissuto in epoche molto precoci della vita. Il compito classico del terapista è quello di riappropriarsi del contenuto inconscio, prevalentemente con l’uso di strumenti quali i lapsus e i sogni,di portarlo ad un livello conscio e di rielaborarlo. Un limite principale di questo metodo è rappresentato proprio dallo strumento narrativo che è, per sua stessa definizione, un modello che sfrutta le sole immagini mentali associate al ricordo. La realtà virtuale può permettere non più la sola narrazione degli episodi, ma soprattutto la sua visualizzazione concreta, all’interno di uno spazio “protetto”. Permetterebbe inoltre la rappresentazione delle possibilità alternative, quelle che non si sono vissute. L’effetto catartico non deriverebbe quindi più dalla sola narrazione degli avvenimenti, ma dal rivivere con tutti gli organi sensoriali un evento traumatico.
Il modello comportamentale si fonda sul circolo vizioso stimolo-risposta, secondo cui il disagio deriva dall’aver appreso una risposta “inadeguata” ad uno stimolo e di aver cristallizzato tale risposta in modo che, davanti allo stesso stimolo non potrebbero esistere alternative diverse. Un esempio è rappresentato dalle fobie, ad es. le agorafobie in cui la presenza di spazi aperti genera una risposta di allarme, stress e fuga. Il compito classico del terapista è quello di interrompere questo circolo vizioso, permettendo l’apprendimento di risposte alternative. La realtà virtuale può consentire non più la sola narrazione degli eventi critici, ma soprattutto la possibilità di viverli in una realtà virtuale “protetta” in presenza dello psicoterapeuta o di persone rassicuranti, di disassuefare il soggetto dai comportamenti stabilizzati, attraverso stimoli graduati, di permettere l’attuazione di comportamenti alternativi
Secondo il modello cognitivo non sono tanto i problemi, i conflitti interpersonali le cause del disagio psichico, quanto i processi del pensiero che ne conseguono. Questo modello spiega perché persone diverse, poste davanti a problemi analoghi gravi reagiscono con modalità psichiche differenti. Sarebbero i pensieri responsabili della sofferenza, non i problemi ad essi associati. Esisterebbero eventi “trigger” che possono innescare l’elaborazione di pensieri negativi. Il compito classico del terapista è quello di decodificare istante per istante i percorsi patologici del pensiero davanti ad una rappresentazione mentale di un evento scatenante. La realtà virtuale può permettere non più la sola immagine mentale di un evento trigger, ma la sua rappresentazione concreta “virtuale”, permettendo una decodifica immediata della cascata di pensieri successiva.
Complessivamente la realtà virtuale può costituire uno strumento molto potente di ausilio psicoterapeutico applicato alle tecniche psicoterapeutiche classiche.
Ripropone un evento così come viene vissuto a livello intrapsichico, privo delle dimensioni spaziali e temporali . Quegli oggetti e quegli spazi esistano solo nella memoria del computer e nella mente del soggetto stesso e sono condivisi con il terapeuta. Il contrasto tra
percepito e vissuto, ossia la consapevolezza di una realtà artefatta, non vera, virtuale, non costituisce il limite, bensì il vantaggio utilizzabile dallo psicoterapeuta, una sorta di verità intermedia tra pensiero e piano di realtà.