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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Della tecnologia fraintesa: il digitale terrestre in Italia

di Alberto Marinelli
25/05/2004

Strano destino quello del digitale terrestre in Italia. Promosso da una legge emanata dal governo di centro-sinistra - che fissava al 2006 la data dello switch over, per accelerare l’integrazione del sistema televisivo con le tecnologie IT - è stato poi utilizzato politicamente dal centro-destra come il grimaldello tecnologico che legittima definitivamente l’assetto della vecchia televisione generalista. L’aumento del numero di canali reso possibile dal passaggio alla nuova tecnologia di trasmissione del segnale in digitale, senza alterare l’attuale distribuzione delle frequenze via etere tra gli operatori, pone infatti i presupposti per mantenere 3 reti nazionali free to air a Mediaset e ingessare il regime di sostanziale duopolio del mercato. Raramente una tecnologia si è trovata al centro di una contesa politica così forte. L’opinione pubblica negli ultimi mesi è stata sommersa e frastornata da roboanti proclami: Emilio Fede, che eroicamente prepara le trincee per la resistenza e la difesa del posto di lavoro dei dipendenti di Rete 4, che rischia di migrare sul satellite; il centrosinistra, che grida all’ennesimo colpo di mano della maggioranza, piegata agli interessi privati del suo leader; gli spot (del governo e di Mediaset, in particolare), che cercano di convincere il pubblico a comprare il nuovo “box interattivo” offerto a prezzi di saldo (anche in virtù di un contributo assicurato dalla finanziaria) nelle televendite e negli ipermercati.
Per chi osserva l’evoluzione tecnologica e il suo radicamento nella cultura e nelle abitudini sociali, certamente, si poteva aspirare ad un esordio meno sovraccarico di valenza politica e più attento alle trasformazioni nelle possibilità di accesso degli utenti televisivi ad una parte del mondo digitale, finora loro preclusa,  e alla diversa qualità dell’offerta televisiva sospinta in un  ambiente sempre più interattivo. Anche perché – occorre sottolinearlo subito e con forza – di televisione digitale si parla in questo momento in tutto il mondo, mentre solo nel nostro paese il dibattito è ossessivamente concentrato sulle interazioni del nuovo sistema con il vecchio e sugli effetti economici (e politici) per gli attuali broadcaster (pubblici e commerciali). Solo in Italia, inoltre, l’attenzione si concentra su una specifica tecnologia di trasmissione – il digitale via etere terrestre – semplicemente perché questa tecnologia ha la disavventura di essere politicamente utilizzabile per sanare questioni aperte da dieci anni. Nel resto del mondo, invece, si lavora (si investe, si sperimenta) sulla televisione digitale interattiva o, meglio ancora, su quello straordinario ambiente di sintesi che si sta componendo sugli schermi domestici all’intersezione tra personal computer e televisione. Non è importante che la televisione digitale interattiva passi dal satellite, dal cavo, dalla fibra ottica, dall’etere, da sistemi wireless o da raffinate combinazioni dei vari sistemi di trasmissione; che entri da un set top box, da un computer o da una consolle. La cosa importante è che un medium, finora emblema della logica push, della tendenziale passività dei pubblici – a stento temperata dal frenetico ricorso allo zapping – del consumo di massa, tendenzialmente omologante, provi a reinterpretarsi in maniera radicalmente differente, ibridandosi con caratteristiche (linguaggi, estetiche) che finora hanno contraddistinto il personal computer, le tecnologie di rete, il world wide web.
È difficile provare a descrivere la mediamorfosi della televisione; e si corre anche il rischio di sbagliare. L’unica certezza è che, se da un lato la nostra società non può rinunciare ad avere un rapporto privilegiato con le tecnologie a schermo, dall’altro, non possiamo continuare ad inserire tutti i contenuti (libri, foto, musica, film, comunicazione interpersonale, etc.) in una solo scatola magica interattiva - il personal computer, emblema delle tecnologie digitali. Se è vero, come sostiene Manovich, che l’ambiente sviluppato all’interno del computer rappresenta l’interfaccia della cultura contemporanea, capace di sviluppare una forza di attrazione straordinariamente intensa e pervasiva, allo stesso tempo dobbiamo accettarne - con Norman - tutti i limiti in termini di usabilità, di sovraccarico cognitivo ed economico per gli utenti. Anche perché, ormai, il computer ha imparato a nascondersi all’interno delle altre tecnologie digitali e a dialogare attraverso le reti con tutti gli altri dispositivi di comunicazione. E questo rende tutto più semplice.
Ed allora, non è importante con quale tecnologia digitale si accede ai contenuti e ai servizi di rete, ma quali sono i nostri obiettivi, le modalità che preferiamo nelle varie, distinte fasi della nostra vita di lavoro, di svago, di relazione. Le tecnologie a schermo debbono solo abilitarci ad accedere alle risorse digitali e piegarsi docilmente al nostro stile di interazione, non sovrastarci con la loro complessità. Penso ad un mondo in cui quando lavoro sono seduto alla scrivania, ho una tastiera, uno o più  dispositivi di puntamento, altre periferiche (stampante, scanner, etc.) a disposizione e uno schermo a 70 cm. di distanza dal mio naso da cui passano, prevalentemente anche se non esclusivamente, attività legate alla gestione professionale di formati digitali nella società della conoscenza. Allo stesso tempo, sono anche sicuro che, se dispongo di un accesso (a banda larga, ovviamente) alle risorse di rete a ridosso degli schermi che uso nei momenti in cui non sono impegnato in una attività professionale (nel salotto, con l’Home Theater, ma non solo), non ho bisogno di ricorrere all’interfaccia e alle funzionalità di un personal computer. Posso navigare sullo schermo con il telecomando, comodamente seduto sul divano, leggere rapidamente quel che mi serve per aggiornarmi sulla situazione internazionale, selezionare in modalità pull (video on demand, motori di ricerca) i contenuti che desidero, inviare la foto del compleanno dei bambini ai nonni, impostare la colonna sonora di sottofondo per la serata, decidere la regia di un gran premio di Formula 1 e tantissime altre cose.
Quando si parla di televisione digitale interattiva preferirei che il dibattito si concentrasse su questi punti: su quale nuova forma di domesticazione aspetta l’elettrodomestico più diffuso nelle nostre case; su come cambieranno le nostre abitudini; su quali nuove opportunità di socializzazione al mondo digitale potranno essere sviluppate; su quali nuovi servizi saranno a disposizione per tutti i cittadini. La tecnologia di trasmissione del digitale terrestre ha il merito di far avanzare la frontiera della sperimentazione, ma forse non ha in sé le risorse sufficienti per alimentare l’intero processo di mediamorfosi della televisione. Rappresenta, con una certa efficacia, una strategia cauta di approccio al problema, più in sintonia con la cultura e le aspettative attuali dei broadcaster e delle forze politiche ed economiche, attente a non alterare troppo rapidamente gli assetti del sistema televisivo italiano.
Nel gioco, però, intervengono con prepotenza altri attori (del mercato globale), interessati ad una accelerazione molto più decisa del sistema, per non perdere la sintonia con la parte più evoluta e alfabetizzata degli utenti di tecnologie digitali. La disponibilità di banda larga (via cavo e wireless) rappresenta un detonatore di incredibile portata, che si sostiene sulla struttura bidirezionale della connessione di rete e rende finalmente disponibili straordinarie opportunità, spesso annunciate ma mai finora seriamente sperimentate nei videoportali, ambienti interattivi che ibridano la navigazione veloce delle pagine web con il video on demand, il download di contenuti multimediali, la videocomunicazione, il gioco online multiplayer, etc.. Anche le tecnologie di Personal Video Recording, sempre più efficaci e semplici da impiegare, premono in direzione di una forte personalizzazione del consumo televisivo e contribuiscono a rimuovere la convinzione che solo in Italia, quasi per miracolo o per volontà superiore, si possa migrare dal sistema analogico a quello digitale lasciando del tutto inalterata la vecchia tv generalista.

È probabile allora che si dispieghi una fase abbastanza lunga di transizione in cui più sistemi portano avanti la sperimentazione senza che nessuno riesca ad esercitare un’influenza totalizzante. E progressivamente, mi auguro, riusciremo anche a liberarci dalle deformazioni (totalizzanti) dell’attuale dibattito italiano.

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