Vai al contenuto della pagina
tasti di accesso rapido

Mediazone - Magazine di Comunicazione e Media - www.mediazone.info

MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
MediaZone
Newsletter Iscriviti alla newsletter Autori Autori: A|B|C|D|E|F|G|H|I|L|M|N|O|P|Q|R|S|T|U|V|Z
Temi

Storia di un ascolto complice

Tv? No, grazie!

di Valeria Covato
28/04/2008

Nella seconda metà del novecento, in seguito alla sua rapida ascesa, la televisione ha conquistato gradualmente uno spazio sempre maggiore fino ad assumere funzioni centrali nella vita sociale, tra cui l'informazione, l'intrattenimento e la socializzazione.

L'eventualità messa in conto da McLuhan, in base alla quale l'avvento di un nuovo mezzo avrebbe portato nel tempo, non alla morte ma al progressivo cambiamento e inglobamento di quello precedente, è stata avvalorata dalla storia e dall'evoluzione delle comunicazioni di massa. Si assisterebbe, infatti, ad un reciproco e lento adattamento tra il mezzo esistente e il nuovo, come una sorta di aggiornamento nel campo dei media, che con lo scopo di differenziarsi, ricercano nuove forme per diffondere l'informazione.

La nascita della radio aveva tolto ai quotidiani il primato temporale nella diffusione delle notizie, consentendo di far arrivare le informazioni a grandi masse lontane. La concorrenza però risultò relativa, perché non intaccava le funzioni che erano prerogativa dei quotidiani. Poi, l'arrivo della televisione contribuì di gran lunga a mutare questo scenario. Questa volta la concorrenza agì a tutto campo, riducendo il tempo di lettura, modificando le modalità di trattamento dell'informazione e sottraendo ai quotidiani risorse pubblicitarie. Le conseguenze dirompenti del trionfo della televisione sono innegabili, ma spesso pessimismi eccessivi sembrano dettati da un'esigenza a giustificarsi.

Come scrisse Jean-Louis Servan Schreiber1 “L'irruzione della televisione ha ossessionato la stampa[…] La televisione avrebbe soppiantato la stampa come, si diceva, mezzo secolo prima l'automobile aveva spazzato via la carrozza a cavalli”. L'autore del libro “Il potere d'informare”, vuole mettere in risalto il fatto che la stampa era ben lontana dall'essere sgominata dalla televisione, così come la nascita di un secondo figlio in una famiglia non comporta la fine del mondo per il primo. “Certo – afferma – non è piacevole accorgersi che non sarà mai più l'unico, ma qualunque bambino si libera in qualche mese di questo problema”, mentre la stampa continua ad accusare la tv di essere la responsabile della sua rovina”2 .

Il fondatore del quotidiano “Le Monde”, Hubert Beuve-Méry, a metà del secolo scorso, per spiegare il cambiamento dello scenario mediatico post-televisivo, affermava che “la radio lancia le notizie, la tv te le fa vedere, il giornale te le spiega”3 .

La rincorsa alla televisione ha portato negli anni novanta i giornali ad utilizzare un linguaggio più violento, una titolazione più forte, ad insistere sul sensazionalismo , su finti scoop e a sviluppare prodotti giornalistici sempre più legati alla formula “omnibus”, il giornale per tutti. Oltre a tutti questi “vizi”, cresce l'attitudine alla teledipendenza. Il dominio della televisione e la sua influenza sul pubblico, induce i quotidiani a cercare nei protagonisti e nel linguaggio del teleschermo, gli elementi indispensabili per attrarre a sé i lettori.

La televisione ha portato nelle case l' entertainment, l'intrattenimento, categoria fondata sul relax e sul divertimento, ma anche sulle passioni e i sentimenti. Questo modo di fare televisione ha gradualmente intaccato anche i quotidiani, nella continua ricerca di piacere ai lettori. L'intrattenimento televisivo ha subito un'importante evoluzione nel corso degli anni. Con la diffusione della televisione commerciale, all'inizio degli anni ottanta, l'offerta di intrattenimento è cresciuta notevolmente, sia in termini di ore di programmazione, sia per quanto riguarda l'offerta di diverse tipologie di prodotti. Inizialmente si è assistito ad una definizione del genere attraverso una specializzazione dei programmi, successivamente non sono mancate le integrazioni e le contaminazioni con macrogeneri diversi.

È difficile riuscire a tracciare una linea di confine netta tra informazione e intrattenimento nell'epoca della neotelevisione, dove la commistione di generi domina il flusso televisivo. Un lungo periodo della storia della televisione ha visto trionfare l'informazione come il genere che qualifica la televisione stessa; la qualità di una rete veniva giudicata in relazione alla completezza e all'obiettività della sua programmazione informativa. Con gli anni ottanta e l'espandersi delle reti commerciali, il genere dell'intrattenimento ha avuto una crescita impetuosa a scapito dell'informazione; anzi l'informazione ha subito una sorta di invasione di campo, con un conseguente nuovo genere “l'infotainment”, che nasce dalla fusione di due parole come information (informazione) e entertainment (intrattenimento). Questo termine, che oggi è diventato di uso comune, indica la spettacolarizzazione dell'informazione, in particolare di quella televisiva.

Oggi i cittadini si trovano immersi in un flusso quasi ininterrotto di informazioni che giungono da mille fonti diverse, e questa espansione delle occasioni informative ha certamente dei lati positivi per quel che riguarda la velocità della diffusione delle informazioni, ma altrettanti negativi, tra cui il rischio di nuocere al livello della qualità, dell'approfondimento e dell'originalità. Parlando di contenuti, questa tendenza ha portato poi, all'avanzare di forme di informazione più commerciali, meno impegnate, che raggiungono l'apice nell' infotainment e nei talk show e si caratterizzano per una marcata presenza di temi di svago, passatempi, curiosità e leggerezze.

Un indice significativo all'interno della stampa di massa italiana è il calo delle vendite, che perdono copie anche sotto l'influsso della sempre maggiore diffusione di internet e della free press , la nuova stampa gratuita. D'altra parte, ha resistito, e in alcuni casi si è rafforzato, il settore della stampa periodica, dedito sempre più all'intrattenimento e ai consumi, impegnato in un'indispensabile sinergia con gli altri mass-media, prima tra tutti la televisione.

Sotto il profilo della qualità e dei contenuti, i giornali italiani appaiono, a distanza di molti anni, destinati principalmente alle fasce alte della popolazione, in quanto ricorrono ad un linguaggio che necessita di conoscenze superiori alla media del paese. Per quanto riguarda la cultura, infine, la tradizionale Terza pagina sembra ormai lontana. Le tematiche culturali, nella maggior parte dei casi, appaiono frammiste a spettacolo e tempo libero; a prevalere l'informazione leggera su casi umani, sentimenti, costumi sessuali, stili di vita, salute, cibo, viaggi ed altro ancora4 .

Tutto ciò che gravita intorno alla tv è diventato come una sorta di “calmiere dell'informazione”, che decide la qualità e il valore della merce.

“Ciò che non passa per la Tv , non esiste”, ha detto il giornalista statunitense Giesbert. Se ciò che noi comunemente consideriamo una “scemenza”, viene presentato dalla tv, ecco che allora può diventare un tesoro5 .

La televisione e i nuovi media, hanno già collocato la stampa in posizione marginale, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto quantitativo delle vendite. Da questa posizione il quotidiano non riesce a liberarsi, nemmeno ricorrendo a numerose strategie, incentrate soprattutto sull'intrattenimento e su metodi spettacolari.

Oggi più del 90% della popolazione italiana dichiara di guardare la televisione. Parallelamente aleggia un diffuso malcontento sulla qualità della programmazione televisiva, soprattutto per quel che riguarda i suoi contenuti, malcontento che non è direttamente riscontrabile dai dati dell'ascolto televisivo.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: ”Chi si cela dietro le percentuali, spesso alte, degli ascolti televisivi?” In poche parole, chi guarda al giorno d'oggi la televisione? A prescindere dalle critiche, i dati quantitativi del consumo televisivo non hanno subito delle contrazioni nel corso degli anni, anzi il consumo medio continua a crescere risentendo poco della diffusione dei nuovi media e attestandosi a 237 minuti giornalieri a persona. Una delle più frequenti accuse ai dati Auditel sembra essere quella di misurare l'ascolto in termini quantitativi e non il gradimento del mezzo televisivo da parte degli utenti. Ciò è contestabile in quanto il posizionarsi su un determinato programma presuppone una scelta che consiste prima nel preferire il mezzo televisivo alle altre possibili alternative di svago o informazione, poi un determinato programma tra i tanti offerti dalla programmazione delle reti.

Non bisogna dimenticare che da sempre oltre alla “conoscenza”, all'informazione, la televisione ha offerto al suo pubblico compagnia e svago. E che male c'è ad ammettere di “svagarsi” tra le mura del Grande Fratello o tra i fornelli della Clerici? Il consumo televisivo sta diventando sempre più a carattere personale. Ciò spesso porta a negare in pubblico la visione di alcuni programmi, primi tra tutti quelli più popolari, spinti come da un inspiegabile senso di vergogna che porta a rinnegare e criticare la visione degli stessi.

Il divismo di alcuni personaggi “sponsorizzati” dalla TV ( tronisti, grandi fratelli ecc. ) non potrebbe esistere senza un ampio consenso da parte dei telespettatori, il quale non può che derivare da un precedente “abuso” del mezzo televisivo. Lo dimostrano anche le migliaia di persone disposte a file interminabili pur di partecipare alle selezioni dei programmi di punta delle stagioni televisive come “Amici” o “Il Grande Fratello”, a testimonianza del fatto che il desiderio di diventare protagonisti della scatola televisiva è sempre più dirompente. Parallelamente si collocano poi migliaia di persone che preferiscono l'identificazione con i suddetti personaggi stando comodamente distesi sul divano di casa propria.

Da una parte dunque si desidera la televisione, ci si identifica con essa, dall'altra si disprezza, come spinti quasi da un pizzico di invidia nei confronti della “gente comune” senza pregi e competenze che al giorno d'oggi riempie il piccolo schermo.

Spesso si parla di scadimento della qualità televisiva, della mancanza di programmi educativi e culturali. Ma siamo proprio sicuri che coloro che oggi formano il target di riferimento delle emittenti televisive, siano disposti a rinunciare alla visione dei loro programmi “trash”, per dare spazio ad un bel documentario, ad un programma di approfondimento giornalistico oppure ancora alla rappresentazione di un'opera lirica? Purtroppo i dati dimostrano il contrario!

A fruire maggiormente della tv sono oggi le persone anziane, dato che si espande anche grazie al prolungamento dell'età media degli individui. Ma se teniamo conto della situazione spesso precaria dei giovani e delle condizioni di molti studenti universitari, spesso intrappolati in affitti e spese insostenibili, ecco che spesso la tv potrebbe rappresentare il mezzo prescelto se non il più conveniente. Se poi consideriamo la funzione di “baby sitter”, cui molti genitori delegano l'educazione dei propri figli, ecco che il quadro è completo. Solitamente le critiche ai contenuti televisivi derivano da una sopravvalutazione del mezzo e da un'esigenza a giustificare le proprie abitudini e le proprie mancanze. Si affidano alla televisione funzioni che in realtà sono di competenza di altre agenzie di socializzazione come la famiglia o la scuola. Spesso si dimentica che la tv è un'impresa e che compito dell'impresa è compiere delle scelte legate al profitto aziendale. Come noto, l'obiettivo delle reti televisive è quello di vendere “contatti”, “utenti” agli inserzionisti pubblicitari, e ciò si realizza attraverso l'ideazione di programmi che si prevede riscontrino il gradimento del pubblico di riferimento. Se alle critiche seguisse un reale distacco in termini di ascolto, potrebbe essere avvalorata l'ipotesi di una tv “migliore”.

“Chi l'ha vista?”6 , si chiede Norma Rangeri nella sua analisi sulla televisione moderna. Secondo l'autrice, in Italia sarebbe impossibile fare televisione con più intelligenza di quanto non si faccia oggi. Questo perché, dando ragione a MacLuhan, il mezzo è il messaggio. E quello televisivo è un mezzo che seduce e rende passivi, nonostante l'illusione dell'interattività: “puoi scegliere il menù, ma sono la Rai e la Mediaset , che cucinano”. L'analisi spietata di Norma Rangeri, pone la televisione come l'elettrodomestico che attira l'attenzione dello spettatore, facendo leva soprattutto sul corpo femminile “per solleticare propensioni adolescenziali e voyeur”. E allora bisognerebbe almeno ammettere che la televisione “è un incantatore di serpenti, ben che vada, un incantatore colto di serpenti riflessivi”7.

Ovviamente non si può sperare che avvenga un totale crollo degli ascolti televisivi per far ricredere le emittenti sulla qualità dei contenuti della loro programmazione. E poi…che cosa si intende per “qualità” dei programmi televisivi? Per fare tv di qualità è indispensabile innanzitutto interrogarsi sulle richieste dei telespettatori che guardano e ascoltano, su che cosa si vuole dire e come, con quali parole, con quali personaggi, insomma rispondere alle esigenze dell'utenza cui tale prodotto è rivolto.

Infine non dimentichiamoci che la tv è lo specchio del nostro paese, criticarla equivale a criticare noi stessi.

L'augurio per il futuro risiede nella speranza che un giorno la qualità della programmazione televisiva possa migliorare, così come possa essere più dialettico il rapporto che il pubblico ha con il mezzo, momenti che inevitabilmente coincideranno anche con un parallelo “miglioramento” della società.

Articolo scritto per il corso di Economia dell'audiovisivo e del multimediale .

1.Jean-Louis Servan-Schreiber, giornalista e scrittore francese, è uno dei fondatori del gruppo Expansion ed è attualmente editore del mensile Psychologies .

2.Jean-Louis Servan Schreiber, “Il potere di informare”, Milano 1973, pag 30-31.

3.Eva Grippa, “Il Newsmagazine. Dal supplemento illustrato alla concorrenza della Tv” in Aurelio Magistà, “l'Italia in prima pagina.Storia di un paese nella storia dei suoi giornali”, Mondadori 2006.

4.Oliviero Bergamini, “ La democrazia della stampa. Storia del giornalismo ”, Editori Laterza, Bari, settembre 2006, pag. 388-446.

5.Nello Ajello, “Quotidiani e TV: il lamento infinito” ; Problemi dell'Informazione, a.XXVI, n.2-3, giugno-settembre 2001.

6.Chi l'ha vista? è il titolo del libro di Norma Rangeri, edito da Rizzoli, 2007.

7.Rossana Rossanda, La realtà manipolata a colpi di emozioni , Il Manifesto, venerdì 7 dicembre 2007, pag. 14.

stampa

riferimenti
H
T
A
D
O