Sulla "qualità perduta" e scenari futuri
Qualità televisiva e dati strutturali dell'industria
Le considerazioni che vorrei proporre sul tema della qualità sono quelle - in un certo senso - di un non addetto ai lavori. Il periodo in cui ho avuto responsabilità in RAI infatti è stato breve, anche se la provenienza da esperienze e culture diverse mi ha consentito di avere non solo un ruolo di attore, ma anche quello di osservatore attento della realtà televisiva, anche con una certa "terzietà" rispetto all'ambiente, credo.
Ritengo pertanto che, nel ragionare di qualità in TV, tema talmente annoso da essere ormai perfino noioso, occorra non dimenticare quanto i dati di struttura, di assetto e di tecnologia dell'industria influenzino il prodotto, il modo in cui viene proposto, in una parola il palinsesto.
Una premessa innanzi tutto: il tema è complesso e non riguarda solo la televisione italiana. Nella mia esperienza personale ho potuto constatare la difficoltà, il travaglio - direi - che hanno quasi tutte le televisioni europee di servizio pubblico nel motivare la propria identità e la propria offerta editoriale nell'era della competizione globale. Non a caso - ricordo - il panorama delle principali televisioni (Francia, Spagna, Gran Bretagna) è stato o è traversato da proposte e progetti di ristrutturazione profonda, privatizzazioni parziali o totali, ridefinizioni di ruolo.
Insomma siamo di fronte ad un problema generale della televisione pubblica, almeno europea, che ho trovato ben sintetizzato in una copertina dell'Economist di qualche anno fa che presentando e commentando l'informazione televisiva mostrava una televisore da cui usciva un pupazzo a molla con la scritta: Sono queste le notizie?
E' evidente da queste considerazioni che siamo di fronte ad un problema, quello "della qualità perduta" che deriva soprattutto da fenomeni strutturali e non solo e non tanto da volontà perverse di qualche malvagio; conseguentemente - senza interventi "strutturali" - non molto può in definitiva cambiare.
Se la TV è un business, in competizione sul mercato dell'ascolto, infatti, la logica dell'ascolto sarà inesorabilmente dominante e conformerà alla domanda (vera o presunta) del pubblico la propria offerta sulla base del principio di ogni business: massimo risultato con il minimo costo e, badate, la competizione sull'ascolto prescinde spesso da motivi economici, anche la BBC, che è finanziata solo da canone cerca di fare ascolti. A questa regola non ci sono eccezioni.
Insomma come non circolano più carrozze o anche auto con volanti in legno e sedili di cuoio, non è pensabile riproporre i varietà degli anni 60, con le loro prove di giorni, le loro orchestre professionali, gli attori ed i conduttori di qualità; semplicemente perché la domanda di ascolto può essere soddisfatta apparentemente in identico modo con prodotti molto meno costosi, meno preparati e più ammiccanti.

Così come la funzione della mobilità viene soddisfatta in modo molto più efficiente da auto di plastica ed acciaio.
In fondo i reality-shows nascono anche dal fatto che qualcuno ha scoperto che i dilettanti possono attrarre pubblico tanto quanto i professionisti e costano- ovviamente - molto meno.
Infatti, non è vero che la competizione migliori di per sé la qualità. La concorrenza infatti è un processo "darwiniano" che seleziona non il migliore, ma il "più adatto" ad un determinato assetto di riferimento.
D'altra parte le scelte economiche e di investimento alla base dei palinsesti televisivi generalisti diventano sempre più difficili e tendono, inesorabilmente, ad irrigidire le scelte a disposizione ed a favorire la ripetitività e non l'innovazione. La necessità infatti di coprire tutti i generi televisivi si confronta con:
- l'enorme aumento dei costi dei fattori "soft" (i diritti) esposti ad una concorrenza ormai globale sui contenuti (sport, cinema etc.). In RAI l'incidenza sui costi dei fattori immateriali è cresciuta dal 1990 al 2001 dal 22% al 44%;
- la più generale competizione sull'intrattenimento, inoltre, fa sì che i prodotti attrattivi siano sempre più scarsi e le scelte di investimento devono, in questo contesto, essere sempre più collegate a tempi lunghi ed a scelte rigide, che riducono le opzioni a disposizione. Quando si incontra un prodotto di successo, pertanto, scatta quella che io chiamo la "tecnica del maiale", cioè si sfrutta fino all'estremo ogni possibile utilizzo o passaggio per recuperare i notevoli investimenti sostenuti; tutto questo ovviamente non facilita la novità o la sperimentazione;
- la televisione generalista, quella di cui tutti parliamo si rivolge inesorabilmente ad un pubblico assolutamente medio anzi - come sapete - di età medio alta e di cultura medio bassa e non può che tentare di soddisfare i gusti "medi" di questo pubblico. Se a Roma i ristoranti potessero offrire solo 2 menu per tutta la popolazione a cosa somiglierebbe questo menu: a quello di un sofisticato ristorante citato dal Gambero Rosso o piuttosto a quello di una pizzeria dell'Ostiense?
Questa l'analisi, credo corretta, dei meccanismi che determinano l'offerta televisiva in competizione di ascolti. D'altra parte ricordo che qualche anno fa, appena arrivato in RAI, fui invitato ad un dibattito con Giorgio Gori, all'epoca direttore di Canale 5 che - alla consueta domanda sulla qualità - rispose in modo un po’ agghiacciante.
"La qualità in TV non può che peggiorare perché la televisione diventa sempre più simile al proprio pubblico".
Io stesso ricordo che interpellato in continuazione - come potete immaginare - su questo argomento rispondevo un po’ provocatoriamente. "Ripristiniamo il monopolio pubblico".
Infatti la qualità perduta, l'Eldorado dei nostri ricordi televisivi è figlio solo di un fatto strutturale, cioè di una televisione di monopolio pubblico che imponeva la propria offerta in totale autonomia. Il teatro in TV non sarebbe forse mai andato se il pubblico, all'epoca, avesse potuto scegliere delle alternative.
Escludendo il ripristino del monopolio, per il quale non ci sono né le condizioni storiche né quelle civili, quali le soluzioni, le proposte possibili non per recuperare la "qualità perduta" ma per riaprire il ventaglio delle opzioni, per dare alla logica di mercato anche le sue possibilità positive, quelle cioè di proporre sempre nuovi prodotti e nuovi servizi per i bisogni delle persone?
Qualche aiuto può venire forse dalla tecnologia.
La progressiva crescita delle piattaforme alternative - molto meno spettacolare di quanto non ci volessero fare credere qualche tempo fa - ma comunque reale aiuta a cercare soluzioni.
Il numero dei menu (satellite, broad band, forse digitale terrestre) che i ristoranti possono offrire è in crescita, e questo, magari, consentirà qualche piatto un po’ più originale. Su alcune piattaforme (la TV-pay ad esempio), la funzione ascolto pur importante, è meno determinante che non nella TV-free, dove il responso quotidiano dell'Auditel diventa il padre, figlio e spirito santo di tutti gli operatori.
Quello che possiamo immaginare per il futuro è:
- una progressiva frammentazione dell'offerta e quindi una fruizione più individuale dei programmi;
- un policentrismo dell'industria della comunicazione che, certamente, accrescerebbe le opzioni (pensiamo già oggi a qualche programma offerto da la 7) e, tra l'altro consentirebbe di "spalmare" su più gambe la straordinaria e talvolta intollerabile pressione che il sistema socio-culturale esterno esercita nei confronti dell'industria televisiva, condizionandone l'autonomia professionale.
Migliorerebbe la "qualità"? Non lo so ma certamente si moltiplicherebbero le possibilità di espressione ed i gradi di libertà del sistema.
Infine (dulcis in fundo) il servizio pubblico in televisione. Non entro nel dibattito sulla privatizzazione, non mi compete; constato che nell'esperienza europea tutti i paesi hanno mantenuto una televisione pubblica a tutela o di identità ed industrie nazionali o di valori di informazione e pluralismo (in Germania, addirittura, mi pare che la TV pubblica sia prevista da una norma costituzionale).
E' certo però che il servizio pubblico, al di là delle risorse economiche e dei contratti di servizio, necessita assolutamente di una "legittimazione morale" oggi certamente molto attenuata.
L'eventuale mantenimento, in dimensioni da definirsi, di un servizio pubblico richiede pertanto, a mio avviso, non solo una trasparenza economica e contabile ma soprattutto un progetto editoriale rigoroso e nettamente più riconoscibile che, esplicitamente, proponga contenuti diversi e possa, in parte, derogare dalla inesorabile funzione dell'ascolto.
Questi sono, mi pare, gli unici percorsi oggi identificabili, ma tuttavia - e concludo - vale pur sempre la considerazione che l'offerta televisiva è lo specchio di una società e una TV non può essere migliore del mondo che rappresenta e qualunque ipotesi risulta debole se non c'è un retroterra civile, culturale e professionale adeguato e forte.
I temi della qualità e delle proposte che la TV ci offre interrogano pertanto, e prima di tutto, le nostre coscienze di cittadini, la nostra competenza di professionisti e le nostre culture di riferimento; se non progrediamo su questo fronte, come società, non troveremo, temo, grande conforto nei mezzi di comunicazione.
Mi auguro pertanto che venga anche un tempo in cui, parafrasando l'affermazione di Gori, la qualità televisiva migliori perché è migliorato il pubblico.