“Alle giovin ragazze s’insegna a odiare le puttane, prima ancora che sappiano cosa la parola significhi; e non appena crescono, scoprono che i loro interessi mondani dipendono dalla fama della loro castità”. Così scriveva Mandeville nel 1724 in un pamphlet a difesa dei bordelli pubblici (B. Mandeville, A modest defence of public stews, tr. It. Modesta difesa delle pubbliche case di piacere, a cura di D. Castiglione, Palermo, ed. Flaccorio, 1989, pag. 157). Testimonianza di quanto antichi (e molto di più) siano il disprezzo e la condanna per chi scambia il proprio corpo con il denaro. Giudizi che pervadono ancora la nostra società di benpensanti: a tutt’oggi “puttana” è il peggior insulto che una donna possa ricevere. Eppure c’è chi della prostituzione ne ha fatto un mestiere, senza che dallo scambio ne sia uscita necessariamente umiliata o sottomessa: la vendita del proprio corpo è la strada più semplice per ottenere grandi somme di denaro in tempi rapidissimi e senza sottostare a regole fisse. Ecco le parole di Carla Corso che il mestiere lo ha svolto per più di vent’anni e oggi è Presidente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute: “All’inizio può anche essere una decisione sofferta, però non come pensano gli altri [… ] perché la gente vuol sentirti dire che ti sei sentita violata, violentata, che hai messo in vendita la tua anima. Invece non mi sono mai sentita così e nemmeno le altre donne che conosco e fanno questo mestiere come me. Ti metti in vendita perché hai bisogno di denaro. Molte donne si sono liberate di un passato di lavoro, di bassa manovalanza […] ora guadagnano bene e possono permettersi uno standard di vita che non si sarebbero neanche sognate” (C. Corso, S. Landi, Ritratto a tinte forti, Firenze, Giunti ed., 1991, pag. 113)
Notevole, dunque, la distanza nel modo di percepire l’atto della prostituzione da parte dell’opinione pubblica e da parte di chi la prostituzione la pratica per professione. Basta consultare il dizionario della lingua italiana (in questo caso il Garzanti) per rendersene conto. Alla voce “prostituzione” leggiamo :
prostituzione: il prostituire, il prostituirsi, in partic., attività di chi fa commercio abituale del proprio corpo dal lat. tardo prostitutione(m).
Un po’ di etimologia: nel latino tardo il termine prostitutione è il sostantivo del verbo prostitûere , che ha il significato di “porre davanti, esporre”, composto da pro (“davanti”) e statuere (“porre”), che deriva a sua volta da status (“stato, condizione”). Estendendo il significato, il termine sta per “porre davanti alla dignità un interesse materiale” (il denaro) : interpretazione che viene a coincidere con la definizione [“commercio”] data dal dizionario della lingua italiana.
Cerchiamo ora i sinonimi di “prostituzione”: in questo caso ho provato con lo strumento che il programma di videoscrittura Word mi mette a disposizione (Thesaurus – Microsoft Office 2000). Ecco a voi i sinonimi: “turpe commercio; disonore; immoralità; vergogna”. Così nel linguaggio, così in tutte le dimensioni sociali: la prostituta è una donna caduta, una deviante dalle regole e dalle prescrizioni sociali sulla sessualità femminile. Porta addosso l’etichetta di diversa, da escludere dalla vita comune, dalla quale è bene stare lontani, anzi lontane, cosicché attraverso l’innalzamento di barriere la sessualità delle altre donne, le “donne per bene”, venga protetta e disciplinata. Distinguere le mogli dalle mulieres publicae, le Madonne dalle Maddalene, le donne per bene dalle donne “permale”, parafrasando Carla Corso, è un’imposizione antica, tanto che in diversi luoghi e tempi la prostituta è stata costretta a portare visibili segni di riconoscimento. Tuttavia finché la meretrice è stata una figura sociale istituzionalizzata, la “donna di piacere” cui spettava il soddisfacimento delle fantasie maschili, il suo valore sociale era socialmente accettato, riconosciuto, giustificato. Chi andava con una meretrix non commetteva peccato di fornicazione poiché a questo era adibita. Ma con la diffusione della sifilide da un lato e del cattolicesimo dall’altro, la prostituta è diventata “puttana; donna di malaffare; mala femmina” (sinonimi di “prostituta” estratti ancora dal Thesaurus). Nel 1895 Lombroso scrive: “le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c’è una grande concordanza tra le due categorie, entrambi i fenomeni originano dall’ozio, dalla miseria e soprattutto dall’alcolismo” (C. Lombroso e W. Ferrero, La donna delinquente. La prostituta e la donna normale, Milano, F.lli Bocca, 1915, pag. 111). Prostituta uguale immoralità, dunque e, in un periodo in cui si andava consolidando l’ordine borghese, anche prostituta come simbolo delle classi pericolose, della devianza, della marginalità, della malattia. Ma non solo: la meretrice diviene nella concezione cattolica la donna da salvare, la sfida della pietà cristiana, la Maddalena da far pentire e recuperare. Questa visione demoniaca si è cristallizzata nel tempo fino a creare i pregiudizi tuttora diffusi nell’immaginario collettivo, la cui esistenza viene legittimata da un falso interesse per le prostitute e la loro dignità e da una reale paura di un contagio di immoralità (e non solo) a tutta la società. Oggi non è più socialmente accettabile che un uomo vada a prostitute ed è scomparsa la loro funzione, fino a pochi anni fa assai diffusa, di iniziare i giovani all’attività sessuale. La prostituta è disprezzata anche da chi, in realtà, la prostituzione la crea. In un’inchiesta svolta nel 2000 dal Censis sul comportamento sessuale degli italiani, solo l’8,7% degli uomini ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con prostitute (da D. Danna, Donne di mondo, Milano, ed. Elèuthera, 2004, pag. 51). Ma molto del disprezzo e del rifiuto per la prostituzione da parte degli uomini è solo di facciata: una copertura ipocrita di fronte alle mogli e ai conoscenti, una moralità di plastica dietro la quale si cela un’attrazione per il proibito e per il “sesso sporco”, il desiderio di esprimere o confermare la propria virilità. O più semplicemente la ricerca di un contatto umano che offra quello che la vita a molti non dà: non è raro, infatti, che il cliente cerchi “più di una classica marchetta senza sentimento” ( C. Corso, S. Landi, Quanto vuoi? Clienti e prostitute si raccontano, Firenze, Giunti ed., 1998, pag. 218).
E le prostitute? Cosa pensano di sé? La percezione soggettiva di chi vende il proprio corpo è quella di trovarsi in una situazione di netta preminenza nei confronti del cliente: la prostituta può, infatti, manifestare orgoglio per la professione praticata ed essere stimolata e motivata nel lavoro dal denaro e dal forte senso di potere che prova sui clienti. Come in qualunque altro mestiere la motivazione è una componente importante ai fini della produttività del lavoratore, così nel sex-work sono fondamentali il gioco della contrattazione, il senso del rischio, la competizione per il dominio sull’altro. Ma la prestazione sessuale non è piacere per chi la offre e viene esclusa qualunque partecipazione emotiva: la concezione del sesso che si adotta è quella tipicamente maschile di separazione tra sesso e amore, una scissione delle sfere frutto di un meccanismo di dissociazione psicologica.
Il mercato del sesso appartiene al mercato del lavoro e se oggi come ieri tanti lavoratori hanno venduto il proprio corpo o la propria mente a prestazioni meccaniche e alienanti, perché la vendita del corpo nel mercato del sesso (dove la domanda è ampia) è biasimabile? Roberta Tatafiore, che tanti studi ha dedicato al mercato del sesso, afferma che “le prostitute hanno piena signoria del proprio corpo nei confronti di uomini così miseri da accontentarsi della sua apparenza, del suo agire teatralmente” (R. Tatafiore, Le prostitute e le altre in Memoria, n. 17, 1986). Il sesso si fa finzione, il piacere e l’appagamento nient’altro che illusioni, il tutto al fine di creare uno “spettacolo” che soddisfi il cliente e confermi la sua virilità. Il bacio, il sentimento, il piacere vengono riservati a quell’intimità con il partner dove il sesso non è mestiere, dove la finzione non è necessaria, dove le sfere (sesso/amore) che la professionalità aveva separato vengono riunite. Nel lavoro la professionalità deve essere assoluta. E le prostitute, quelle che il mestiere l’ hanno scelto, negano l’immoralità della propria attività: l’uso del corpo per ottenere denaro è semplicemente una manifestazione dell’ autodeterminazione sessuale. In fondo la seduzione, intesa come attrattiva sessuale, è una risorsa che molte donne “normali” usano quotidianamente per ottenere vantaggi, materiali o affettivi. Proviamo solo a pensare ai matrimoni per interesse.
Mettendo da parte i ritratti folkloristici e coloriti della prostituta, che si alterna tra il ruolo di corruttrice e quello di vittima, si riuscirebbe a dare rilievo a quella faccia della prostituzione, un po’ scomoda forse, che viene ignorata: l’orgoglio. In fondo “questo è l’unico genere di lavoro vincente, perché entrambe le parti restano soddisfatte; ognuno ottiene quello che vuole” (Isabel Pisano, Io puttana, Milano, Marco Tropea Editore, 2002, pag. 66).
