e-lettori. Una provocazione, certo. Per dire che i milioni di naviganti che hanno vissuto anche online (alcuni, non pochi, soprattutto online) la campagna elettorale italiana del 2006 sono stati trattati così. Da e-lettori, ossia non più che elettori elettronici, rinchiusi nella gabbia dei semplici aventi diritto al voto il cui compito si esaurisce infilando la propria scheda debitamente segnata nell’urna. e-lettori e non e-cittadini, o meglio, cittadini in rete: questi ultimi, infatti, sono messi in grado di esercitare con piena libertà il loro diritto costituito di concorrere alla vita politica del proprio Paese sia prima che dopo l’ingresso nel proprio seggio.
La corsa verso il voto del 9 e 10 aprile 2006 è stata fra le più aspre del dopoguerra. Sicuramente la più mediatica: ore e ore di talk-show, i discussi faccia a faccia all’americana tra i leader, montagne di carta (di giornali, di volantini, di manifesti), e, per la prima volta davvero a livelli degni di nota, centinaia di siti, migliaia di blog, di forum, di foto/videogallery, miliardi di byte dedicati al duello fatale fra l’Unione e la Casa delle Libertà: un clima da campagna hi-tech, in un Paese dove la diffusione di Internet ha raggiunto oramai livelli tali da poterne parlare come un fenomeno di massa.
Ma la campagna elettorale la fanno – specie in tempi di proporzionale come il nostro – soprattutto i partiti. Tra portali ufficiali, siti vetrina, programmi in pdf e dirette web dei comizi, stavolta, almeno apparentemente, anche questi hanno fornito larghissimo spazio agli elettori: blog personali, discussioni, web-satira e web-goliardia. E non solo: per la prima volta molte formazioni politiche e/o elettorali hanno “chiamato alle armi” i propri elettori per coinvolgerli nella campagna elettorale. Diversissime le forme della mobilitazione: dalla ricerca di veri e propri militanti digitali alla promozione di iniziative sul territorio, che in alcuni piccoli ma significativi casi si sono sviluppate spontaneamente, senza preventiva organizzazione delle strutture tradizionali.
Eppure, per sapere se davvero in occasione delle ultime elezioni la rete ha avvicinato la politica ai cittadini, rendendola veramente più accessibile, partecipabile, dunque realmente più democratica, è necessario guardare più in profondità. Potremmo scoprire che le cose non stanno esattamente così. Che i partiti spesso hanno riverniciato la facciata dei loro siti con le ultime novità del web design senza lasciare che il mezzo modificasse il messaggio, il loro modo di comunicare. Che le esperienze di mobilitazione dei partiti hanno coinvolto numeri ancora troppo ridotti e soprattutto (la cosa più grave) non hanno investito il web-militante di un ruolo da protagonista nella battaglia elettorale.
L’intenzione di questo lavoro è proprio quella di capire la vera qualità dell’offerta online del mondo politico: una realtà spesso accusata di mantenere eccessivamente le distanza dal Paese reale, e verso la quale sale, da anni, una forte domanda di rinnovamento.
Questo è anche il nostro piccolo, piccolissimo contributo per un cambiamento nella pratica di ricerca, individuazione e promozione del bene comune (in una parola: politica). Consapevoli – lo abbiamo imparato nelle aule e negli spazi informali abitati in questo percorso accademico – che la comunicazione è un agente di libertà, che la libertà è legata alla partecipazione, e quest’ultima alla democrazia, quella vera.
