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I giovani e il lavoro nell'era della flessibilità

Il fantasma di San Precario

di Arianna Amato
14/06/2006

Culto della Flessibilità: è così che in un originalissimo e attualissimo articolo comparso su “ La Repubblica ” nel 2002 Luciano Gallino definiva la tendenza dell'uomo post-moderno alla fluidificazione della vita lavorativa. Una tendenza tanto apprezzata dai dirigenti aziendali quanto detestata e criticata dai lavoratori, o aspiranti tali.

In un immaginario “diario postumo di un uomo flessibile”, ritrovato in tempi futuristici e considerato dai ricercatori a venire un documento di rara importanza per la comprensione dell'uomo che fu, Gallino traccia la storia di un giovane e del suo lavoro. Una storia in cui non pochi giovani d'oggi – diplomati, laureati o dottori che siano – finiscono per riconoscersi, quasi fino a chiedersi se il triste futuro dell'uomo flessibile tratteggiato nel diario (una precarietà lunga 20 anni, tra contratti interinali, a progetto o a tempo determinato) non sarà anche il loro. Un'inquietudine, questa, dal doppio effetto: il giovane flessibile – o precario che dir si voglia – del terzo millennio può accettare lo status quo, districandosi tra l'atipicità e la temporaneità del nuovo lavoro, e limitarsi a esternare il proprio disappunto in tiepide lagnanze con i compagni di “disavventura”, rievocando i bei tempi andati dei padri e dei nonni - quando il lavoro era per sempre - e condannando le istituzioni, incapaci di comprendere e di render conto delle urgenze dei nuovi uomini e delle nuove donne.

Il giovane flessibile però ha un'altra chance: può decidere di fare gruppo, spinto dalla percezione di una precarietà generalizzata, condizione che fa da collante tra individui diversi dando vita ad un nuovo blocco sociale, l' esercito dei precari, come loro stessi sono soliti definirsi. Un esercito che, all'interno di un contesto sociale in cui il senso della collettività, della continuità e della stabilità vengono meno – conseguenze queste di una flessibilizzazione generale della vita quotidiana – lotta contro la destrutturazione delle modalità d'impiego e la frammentazione dei percorsi di vita. D'altronde, in questi ultimi mesi la stampa internazionale e nazionale ha speso fiumi di parole per riportare e commentare le numerose manifestazioni di ribellione alla precarietà da parte della nuova generazione di lavoratori, tra i quali troviamo in prima linea i francesi anti-CPE (Contrats première embauche). Ragazzi che per più di due mesi hanno occupato le università, organizzato assemblee e realizzato cortei per protestare contro la villepiniana riforma dell'accesso al lavoro, con cui le aziende venivano legittimate a licenziare nei primi due anni del contratto di lavoro, in qualunque momento e senza giusta causa i lavoratori under26: una condanna al precariato integrale.

Viene a questo punto da chiedersi cosa spinga alcuni giovani – e non – a compiere il salto definitivo dalla critica sterile e solipsistica al precariato verso la lotta collettiva, in vista di un rovesciamento del sistema consolidato.

O più concretamente possiamo domandarci perché i francesi siano scesi in piazza a manifestare contro un provvedimento per loro scoraggiante, se non addirittura offensivo, mentre gli italiani polemizzano ma non protestano, maledicono la Legge 30 e invocano San Precario, ma non chiedono con forza la soppressione della normativa attuale. E la questione si fa assai interessante, se pensiamo che la percentuale di lavoratori temporanei nei due Paesi è pressoché identica e in entrambe i casi non si colloca tra le stime più alte d'Europa.

Pur non esistendo una risposta univoca al quesito – potremmo dover tornare indietro di secoli per trovare una risposta che renda conto delle differenze storico-culturali tra francesi e italiani – , Aris Accornero, nel suo ultimissimo lavoro (“San Precario lavora per noi”, Ed. Rizzoli, 2006), offre un punto di vista interessante sull'argomento, riconsegnando alla tanto discussa “riforma Biagi“ il proprio valore, aprendo le porte ad un'interpretazione alternativa del precariato nostrano e individuando nuove cause dell'inquietudine giovanile per il futuro lavorativo.

Da un sistematico confronto compiuto dall'insigne sociologo fra dati oggettivi e percezioni soggettive circa il lavoro precario in Italia, è emerso che la precarietà percepita supera di gran lunga quella oggettivamente rilevata sul mercato: gli italiani si sentono sempre meno sicuri del posto di lavoro e hanno una fifa blu di perderlo. Eppure le cifre sugli occupati italiani (fornite dall' Istat e dal Sistema Excelsior) non condannano il Bel Paese alla precarizzazione integrale, né lo piazzano tra i Paesi dove la flessibilizzazione ha registrato più “vittime”(basti pensare alla Spagna e ai suoi cinque milioni di lavoratori temporanei!).

E allora da cosa dipende questo diffuso senso di smarrimento? Certo non dalla riforma Biagi, afferma Accornero, che più che dannosa è stata deludente, creando pochi posti di lavoro (contrariamente alle aspettative su cui era stata pensata) e rallentando il trend di crescita avviato dall'introduzione del Pacchetto Treu nel 1997. Il problema è da rintracciare, semmai, nel lungo e graduale smontaggio dell'impianto garantista italiano, che ha lentamente portato alla diffusione di un senso di insicurezza generalizzato e assuefatto i cittadini alla mancanza di tutele – anche se in quest'ultimo cinquantennio non sono mancati scossoni che hanno fatto sussultare i lavoratori, portando alcuni a fiutare già aria di precarietà (pensiamo all'art.18). L'assuefazione da un lato, le promesse – mai mantenute – di regolazione del lavoro e degli ammortizzatori sociali da parte dei diversi governi dall'altro, nonché l'assenza di evidenti ed oltraggiose limitazioni ai diritti dei lavoratori all'interno della Legge 30, portano il precario italiano a non avere basi solide su cui fondare una rivolta in pieno stile sessantottino. Al contrario di quanto è accaduto nella Francia del CPE, dove il licenziamento senza giusta causa dei giovani lavoratori toccava sul vivo un nodo cruciale del diritto del lavoro e rischiava di avviare un processo di legittimazione e istituzionalizzazione del precariato. Questa volta oggettivo. Reale. Tangibile.

Sbagliato quindi parlare di CPE come di una Legge Biagi alla francese e sbagliato voler trovare a tutti costi un'affinità di condizioni e di intenti tra travailleurs e lavoratori: la condanna aprioristica del lavoro flessibile non ha ragion d'essere, poiché, come scriveva Gallino nel 2001 ( "Il costo umano della flessibilità", Laterza, 2001, pag. 26) esso è “connaturato all'essenza della globalizzazione” e indispensabile per la crescita economica del Paese. La stessa querelle italiana sul destino della Legge 30 (una legge approvata e applicata dal centro-destra) all'interno dell'attuale coalizione politica di sinistra, in cui lo scontro è forte tra chi professa l'abolizionismo e chi invece il riformismo, rende evidente non solo l'impossibilità di abolire in toto la flessibilità (e quindi tornare al fordismo), ma anche e soprattutto le opportunità offerte da tale norma (stare al passo con i mercati internazionali), seppur lacunosa in molte sue parti.

Il messaggio è dunque questo: lamentiamoci, se vogliamo, è un nostro diritto, ma evitiamo di ricalcare a tutti costi le orme dei cugini francesi, di scendere in piazza al grido di “rivoluzione!”, di innalzare cartelli che inneggino a San Precario e di invocare un ritorno alla rigidità. L'effetto non sarebbe lo stesso, perché non c'è nel nostro caso un sopruso, un'ingiustizia condizionante contro cui combattere, oltre al fatto che appariremmo come dei vuoti replicanti conservatori.

L'esortazione è invece quella di orientare correttamente le nostre lamentele, non contro i modelli flessibili di lavoro, ma contro la mancanza di un apparato di garanzie, di protezione, di sostegno che rischia di rendere la flessibilità una trappola da cui è difficile uscire vincenti, realizzando così le più fosche previsioni del Diario di Gallino. E proviamo a trasformare questa docile protesta in dialogo sociale, affinché la continuità di cittadinanza del lavoro e la sicurezza sociale diventino gli obiettivi primari di chi ha la possibilità di decidere del nostro futuro.

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riferimenti

Accornero A., San precario lavora per noi, Ed. Rizzoli, Milano, 2006
Gallino L., Il costo umano della flessibilità, Ed. Laterza, Bari, 2001

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