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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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La legge Gasparri e il digitale terrestre

di Sabrina Alivernini
26/05/2004

Grandi novità nel settore radiotelevisivo: lo scorso 30 aprile è stata approvata in via definitiva, al suo sesto passaggio parlamentare, la legge Gasparri che ne riordina l'assetto. In più è arrivata la televisione digitale terrestre, che da qui a qualche anno sostituirà la "vecchia" tv analogica: sarà una tv più ricca di programmi e di servizi e con maggior pluralismo e concorrenza, affermano i sostenitori della Gasparri, di cui questa tecnologia è uno dei pilastri. La vera notizia però non è questa. Ma che la riforma tv e il modo in cui affronta il passaggio al digitale terrestre non sono quanto di meglio ci si sarebbe potuto aspettare per i nostri media, schiacciati dall'assoluto duopolio televisivo di Rai e Mediaset, per di più inquinato dal conflitto di interesse del presidente del consiglio. Una situazione al limite della gravità, sanzionata dal presidente della Repubblica, che nel dicembre scorso aveva rispedito alle Camere questa legge, dalla Corte Costituzionale nelle sue sentenze, dalle Autorità di garanzia italiane, e dallo stesso Parlamento europeo, che ultimamente ha approvato il documento Boogerd - Quaak, il rapporto sullo stato dell'informazione in Europa da cui il nostro Paese esce davvero male.
Ma cosa c’entra il digitale terrestre? A ben vedere questa tecnologia "non ha colpe". Anzi come tutte le innovazioni tecnologiche porta con sé un potenziale di democrazia molto alto, che se ben canalizzato può essere messo al servizio di scopi "alti" proprio come la difesa del pluralismo e la concorrenza. Il segnale digitale infatti si riceve attraverso le normali antenne televisive (anche se si deve acquistare il set top box, il particolare decoder in grado di riceverne il segnale) e può trasmettere su ogni frequenza terrestre fino a 100 canali contemporaneamente invece di un solo canale analogico, e risolvere il problema della scarsità delle frequenze, da sempre all'origine di tutti i difetti del nostro sistema televisivo. La sola tecnologia non può fare granché. Servono strumenti giuridici che, nel regolarla, si preoccupino prima i tutto di ridimensionare la posizione sul mercato dei due attuali monopolisti che raccolgono insieme l'80% delle risorse e il 90% degli ascolti.
La legge appena votata, invece, finisce per far passare l'annunciata "rivoluzione digitale" per un alibi per lasciare tutte le anomalie e i vizi del settore tali e quali. O peggio di aggravarne la situazione. Un espediente, buono per salvare una rete (Retequattro) dal trasferimento sul satellite, come da anni ripete la giurisprudenza costituzionale per permettere ad altri operatori di entrare nel mercato.
Anche la legge che lo introdusse, la n. 66 del 2001, presentava vistosi limiti da questo punto di vista. Premesso che nel nuovo mercato è necessario distinguere precisamente tra operatori di rete e operatori di contenuti per favorire la riorganizzazione della concorrenza, questa legge stabilì un tetto antitrust del 20% dei programmi irradiabili da uno stesso soggetto in ambito nazionale, senza dire niente su eventuali limiti alla dimensione delle reti. E avrebbero potuto chiedere l'autorizzazione per trasmettere in digitale i titolari di frequenze in concessione o acquistate successivamente e gli operatori che usano le frequenze senza concessione, in virtù del regime transitorio stabilito dalla Maccanico (secondo il quale le tagliole antitrust, il 20% nel possesso di reti, vale a dire 2 reti televisive per ciascun operatore, e il 30% nella raccolta pubblicitaria non potevano scattare prima dell'accertamento, rimandato per anni, da parte dell'Autorità per le comunicazioni della "congrua" diffusione delle parabole). Così ai nuovi operatori restava uno spazio per la sperimentazione talmente marginale da precludere a chiunque il successo sul mercato.
La Corte Costituzionale, con  la sentenza n. 466 del 2002, ha evitato però che  con il passaggio al digitale il monopolista privato potesse ottenere la licenza per tutte e tre le reti, dichiarando illegittimo il regime transitorio della Maccanico, e stabilendo in via definitiva che il 31 dicembre 2003, diffusione delle parabole o meno, l'attuale duopolio avrebbe dovuto essere ridotto (la Rai rinunciando alla pubblicità su Rai Tre e Mediaset liberando le frequenze occupate da Retequattro).
La legge Gasparri quindi avrebbe dovuto come minimo tenere presente tutto questo. E nonostante la bocciatura di Ciampi e questa sentenza, ha continuato per la sua strada. Dimostrandosi una legge che premia soprattutto gli attuali operatori televisivi (penalizzando i concorrenti e gli altri media).  Il provvedimento ha reso ancora più insormontabili le barriere all'ingresso di nuovi operatori, penalizzando quei soggetti (come Europa 7) che pur essendo titolari di concessione, non hanno ancora ottenuto le frequenze necessarie per coprire interamente il proprio bacino di utenza. Secondo l'art. 23, comma 5, infatti sono gli attuali operatori a poter richiedere le licenze e le autorizzazioni per avviare le trasmissioni digitali terrestri. L'art. 25, inoltre, stabilisce che il limite del 20% al numero complessivo di programmi per ogni soggetto deve essere calcolato sul numero complessivo dei programmi televisivi concessi o irradiati in ambito nazionale su frequenze terrestri, indifferentemente in tecnica analogica o in tecnica digitale. Anche i programmi televisivi irradiati in tecnica digitale concorrono a formare la base di calcolo, a patto che raggiungano una copertura pari al 50 per cento della popolazione. In apparenza sembra che questo articolo si limiti a ribadire il tetto antitrust già fissato dalla legge Meccanico, ma a ben vedere, le due previsioni non sono affatto coincidenti: mentre nella Maccanico il limite del 20% viene calcolato sulla base delle "reti", e una rete viene definita nazionale se copre l'80% del Paese, per la Gasparri lo stesso limite è calcolato sulla base dei "programmi", e una rete è nazionale se arriva al 50%, non del territorio, bensì della popolazione. Poiché il numero delle reti nazionali analogiche previste dal piano nazionale è pari ad 11, e poiché ciascuna rete digitale può trasmettere fino a 5 programmi, il soggetto che dispone di una rete digitale che ha una copertura del 50% (gli basterà trasmettere in una decina di grandi province) potrà detenere fino a 3 programmi (canali) televisivi.
Nella prima versione, la legge stabiliva che entro il 31 dicembre 2003 Rai e Mediaset dovevano moltiplicare le proprie reti in digitale e dotarsi di due multiplex (4 - 6 reti) la prima, e di uno la seconda, cosicché Retequattro poteva rientrare nel limite del 20%. L'Autorità garante doveva svolgere, entro i dodici mesi successivi, l'esame dell'offerta complessiva dei programmi televisivi digitali terrestri per accertare la quota di popolazione raggiunta dalle nuove reti digitali terrestri, la presenza sul mercato di decoder a prezzi accessibili e l'effettiva offerta al pubblico su tali reti anche di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche. Dopo la mancata firma di Ciampi, la legge ha inglobato il discusso "decreto salva - Retequattro", approvato in extremis a fine 2003, che proroga la concessione "provvisoria" per Retequattro fino a dicembre 2006, momento del passaggio definitivo al tutto digitale. E si ci è limitati a stabilire una nuova data, breve e certa, il 30 aprile 2004, entro la quale l'Agcom deve verificare se ci sia stato o no l’effettivo aumento del pluralismo televisivo con l'introduzione del Digitale terrestre (che deve raggiungere almeno il 50 per cento della popolazione televisiva).
Intanto resta la confusione intorno alla nuova tecnologia. E tra spot che invogliano a provarla e che ne esaltano le qualità, stime più o meno veritiere sul numero dei decoder venduti (il ministro Gasparri dichiara 170 mila decoder venduti ad oggi e i responsabili di Rai e Mediaset assicurano che ne saranno venduti oltre il milione entro il 2004) e proteste delle associazioni dei consumatori per la  bassa qualità e addirittura l'inesistenza del segnale, l'approvazione della Gasparri ha messo tutti davanti al fatto compiuto. L'Autorità non concluderà la sua verifica immediatamente in termini negativi. Adesso si può solo valutare la legge all'opera, in attesa di un nuovo intervento della Corte costituzionale o della stessa Unione europea.
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