Dal Vietnam all'Iraq: gli atteggiamenti dell'opinione pubblica negli Usa in guerra
L'opinione pubblica tra la guerra e la democrazia

L’Opinione Pubblica è l’oggetto di questa riflessione, dunque va subito definito cosa essa sia e come vada intesa nella società post-industriale nella quale ci troviamo. Per fare ciò può essere utile ripercorrere brevemente il ragionamento che il sociologo Stefano Cristante propone nel suo “Potere e Comunicazione”, che definisce l’opinione pubblica moderna attraverso un percorso in tre tappe.[1] Come noto la prima fase del ragionamento critico sull’opinione pubblica è da attribuire ad Habermas e al suo “Storia e critica dell’opinione pubblica”. Habermas si è soffermato sulla comparsa nella società europea di fine Settecento di un nuovo importante attore, con capacità non solo sociali ma anche politiche e comunicative; questo nuovo attore è definito dallo studioso come “sfera pubblica borghese”, costituita dalla riunione di privati riuniti in quanto pubblico, che con lo sviluppo della borghesia scoprivano il proprio ruolo nella trasformazione della società e si proponevano con determinazione quali nuovi attori della scena sociale. E’ questa la fase in cui si diffonde la stampa di divulgazione e commento della vita dello Stato, ed è dunque questa la fase in cui la comunicazione politica diviene discussione razionale all’interno della sfera pubblica: nasce una forma moderna di opinione pubblica, attiva e dunque soggetto sociale, politico e comunicativo.[2] La seconda fase dello sviluppo dell’opinione pubblica, collocabile nel tragitto verso la società industriale e nella sua successiva affermazione, può essere individuata nell’allargamento del pubblico, scaturito dall’affermazione del suffragio universale, dalla diffusione dell’alfabetismo e dai movimenti sociali e operai, accompagnato dalla fine della divisione netta tra Stato e società. In questa fase c’è la crisi della sfera pubblica borghese precedentemente descritta, sovrastata dall’avanzata delle masse sociali, della rapida crescita dei mass-media, e della conseguente affermazione del pubblico di massa, dell’industria culturale, e con l’avvento di leadership politiche particolarmente attente alla spettacolarizzazione che il giusto utilizzo dei mass-media può garantire loro: sono gli anni del primo e del secondo dopoguerra, durante i quali non a caso la mass communication research si concentra sul fenomeno dell’influenza dei media sul pubblico, originando diverse teorie sostenitrici di un impatto negativo dei media sul pubblico, che Umberto Eco non a caso ha catalogato come “apocalittiche”.[3] In questa fase Cristante individua un passaggio dell’opinione pubblica da soggetto a oggetto, destinataria finale degli effetti di dispositivi sociali, politici e comunicativi.[4] Il terzo ed ultimo gradino dell’evoluzione dell’opinione pubblica ci porta nel pieno della nostra società post-industriale, caratterizzata dai fenomeni di globalizzazione e di accelerazione dello sviluppo tecnologico, e sottoposta a due forze contrapposte: da un lato il potenziamento della sfera comunicativa (soprattutto ad opera della televisione) accentua la spettacolarizzazione politica, ampliando allo stesso tempo la visibilità dei retroscena della comunicazione politica; dall’altro l’avvento dei new media contribuisce enormemente ad incrementare l’interattività comunicativa degli individui, così come la visibilità dei retroscena e la possibilità di svincolarsi ad un flusso comunicativo predefinito. Questo a maggior ragione con la progressiva alfabetizzazione elettronica della popolazione e con la prospettiva dell’attenuazione del digital divide.[5] Cristante definisce questo nuovo tipo di opinione pubblica non più come soggetto o oggetto, bensì come “luogo di incrocio dell’interazione socio-comunicativa”.[6]
L’opinione pubblica della società della comunicazione sarebbe dunque un’intersezione, un luogo di incontro, che Cristante chiama
doxasfera,
[7] tra quattro diversi attori che esercitano quattro diverse forze:
- Minoranze attive (Lobby, gruppi di interesse, gruppi di pressione, movimenti di opinione);
- Mezzi di comunicazione (mass-media, new media);
- Moltitudini differenziate (si staglia dall’accezione spesso negativa di “massa”, definendo l’esistenza di più pubblici, correnti di pensiero, opinioni e individui);
- Decisori.
In un tale contesto come abbiamo visto il ruolo dei media è molto importante, sia a livello dei mezzi di comunicazione di massa, sia a livello delle nuove tecnologie della comunicazione: basti citare in questa sede una delle più famose teorie in merito, quella dell’
agenda setting, secondo cui il sistema mediatico è in grado di proporre non tanto cosa pensare ma gli argomenti intorno ai quali pensare, intervenendo così su quella che è l’agenda delle
issues del pubblico ma anche su quella della politica, con la quale c’è una contaminazione reciproca. Se queste sono le interazioni dei “vecchi” mass-media con l’opinione pubblica, possiamo intuire come la riflessione si apra a potenzialità enormi nel caso dei
new media, che consentono però un’indipendenza comunicativa e una selezione dell’informazione che rivalutano di molto l’indipendenza e la competenza comunicativa dell’individuo. Possiamo cercare di descrivere
l’interazione dei media con l’opinione pubblica partendo dalla teoria del funzionalista Lasswell, che nel 1948 aveva individuato i tre ambiti di attività principali in cui i mass-media agiscono nella società:
- Controllo dell’ambiente (tramite la raccolta e la distribuzione delle informazioni);
- Correlazione tra le varie parti della società nel rispondere alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente stesso (ovvero l’interpretazione delle informazioni relative all’ambiente);
- Trasmissione del patrimonio sociale (ovvero la veicolazione di norme e valori sociali di generazione in generazione).
Da qui possiamo fare un passo successivo verso la teoria struttural-funzionalista di Talcott Parsons, che inquadra il sistema mediatico come una funzione della società. E’ utile fare prima un richiamo alla nozione di “organismo sociale”, di scuola durkheimeniana e comtiana, secondo la quale la società può essere vista come un organismo biologico al cui buon funzionamento contribuiscono diversi organi specializzati, che lavorano in comunione e in un’unica direzione. Sviluppando questo principio Parsons ha sviluppato una teoria secondo la quale la società sia composta da una serie sottosistemi definiti “funzioni” che, assolvendo ognuno le proprie mansioni specifiche, contribuiscono al funzionamento dell’intera struttura sociale contrastando anche l’opera negativa di altri sottosistemi identificati come “disfunzioni”. Il sottosistema dei media è stato inserito da Parsons tra le
funzioni di una società, alla cui efficienza contribuirebbe con la sua attività di informazione, di indagine, di messa in comune e trasmissione di norme e valori e di controllo sull’operato dei governanti (la funzione che nel mondo anglosassone definiscono di “watchdog”).
“Non tutte le guerre devono necessariamente essere combattute sino all’annientamento di uno dei contendenti. Quando i moventi e le prospettive della guerra non sono cruciali, possiamo immaginare che la sola prospettiva reale di sconfitta possa bastare a cedere il passo alla controparte”.
[8] In queste parole di
Von Clausewitz, forse il più noto studioso ad aver analizzato il fenomeno della guerra in epoca moderna, si cela il nodo cruciale legato al ruolo, negativo per l’esito del conflitto, dell’opinione pubblica americana nei due casi presi in esame. Quando un paese va in guerra, è fondamentale la coesione al suo interno tra tutti gli organi di quell’
organismo sociale di cui abbiamo parlato: è naturale che in una democrazia matura ci sia un dibattito tra opinioni divergenti, così come è lecito che dei settori della società, dell’opinione pubblica (intesa, è bene ribadirlo, come doxasfera) e del potere politico ci siano posizioni diverse sull’intervento, anche contrapposte; ma questo mal si concilia con le potenzialità strategiche di quel paese. Lungi dal dover ottenere un consenso plebiscitario a tutti i livelli della società, un intervento bellico per poter avere chance di successo non deve però spaccare un paese: la coesione tra quella che Von Clusewitz chiama “
trinità della guerra”, costituita da popolo, governo ed esercito, deve essere garantita.
Sfaldare questa trinità e far vacillare la
coesione interna del Paese: questo è quello in cui sono stati molto abili i vietnamiti, e quello in cui si stanno dimostrando abili anche i combattenti dei gruppi terroristici e di resistenza in Iraq. Nei casi di Iraq e Vietnam la sicurezza e l’integrità del territorio americano (ammesso che fosse realmente in pericolo) non sono mai state in pericolo imminente, la sicurezza nazionale è stata salvaguardata con un considerevole margine di anticipo, prima che qualunque
percezione della minaccia potesse essere effettivamente avvertita dal popolo americano. Nell’uno e nell’altro caso l’iniziale favore dell’opinione pubblica nei confronti dell’intervento armato diretto, ha ceduto il passo ad un indebolimento della convinzione e della coesione nazionale dato dagli eccessivi costi che il conflitto comportava per il Paese, a fronte di un mancato riscontro effettivo sulla sicurezza nazionale.

Sul versante del nemico la situazione è nettamente diversa, sia nel caso vietnamita che in quello iracheno. Il Vietnam si è trovato a lottare per la sua stessa indipendenza e sopravvivenza: quella che da Washington era vista come una comunistizzazione del Paese, in Vietnam era una guerra di
liberazione nazionale, con una connotazione politica che per il grosso della popolazione era irrilevante. Per gli Stati Uniti la posta in gioco era certamente meno vitale. Nel caso iracheno, anche se data la situazione in itinere non è possibile fare un’analisi approfondita, possiamo comunque dire che ci siano differenze fondamentali rispetto al Vietnam: la guerra combattuta è stata perduta; non esiste un leader nazionale come
Ho Chi Minh; il paese è diviso al suo interno tra tribù, etnie, e confessioni musulmane; la guerriglia è in mano a gruppi terroristici esterni al Paese che puntano a destabilizzare la regione senza una chiara finalità di emancipazione nazionale, colpendo con gli attentati dinamitardi in primis proprio il popolo iracheno. Tuttavia anche in questo caso il coinvolgimento diretto ha portato molte più difficoltà del previsto per gli Stati Uniti, e la coesione dell’opinione pubblica è venuta sempre meno.
Allora, riprendendo le parole di Von Clausewitz, sembra che gli Stati Uniti abbiano pagato in Vietnam e sinora in Iraq la mancanza di un obiettivo realmente determinante per la sicurezza americana, il ché a fronte di difficoltà sempre maggiori porta il Paese a cedere il passo alla controparte, cosa che invece non è accaduta nel caso della guerra in Afghanistan, scaturita come risposta al più grande e spettacolare attentato terroristico della storia, nonché al primo attacco mai portato agli Usa sul loro territorio dalla guerra con gli inglesi.
Alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, il
consenso popolare nei confronti dell’intervento era molto forte presso l’opinione pubblica americana; questo è valido sia per la Guerra del Vietnam, che registrava un consenso pari al 60%, che per quella in Iraq del 2003, con un consenso che si aggirava intorno al 75%.
[9] In entrambe i casi la Casa Bianca si è dimostrata molto abile nel riuscire a mobilitare il popolo, la stampa, il Congresso, per riuscire ad avere una sostanziale coesione della doxasfera americana che consentisse di portare l’attacco. In particolare è bene soffermarsi brevemente sulle due argomentazioni cruciali tornate utili alla causa dell’interventismo, che sono:
· Per il Vietnam l’episodio del Golfo del
Tonchino, con mobilitazione guidata dal presidente Lyndon Johnson;
· Per l’Iraq le
armi di distruzione di massa e l’ipotetico appoggio di Saddam Hussein al terrorismo internazionale, con mobilitazione guidata del presidente George W. Bush.
In seguito ai due episodi del
Tonchino dell’agosto 1964, in cui le due navi militari americane
Uss Maddox e
Uss Turner Joy furono attaccate da corvette nord-vietnamite, il presidente Johnson si presentò alla televisione dichiarando che una risposta americana era divenuta necessaria, riuscendo ad ottenere sia l’appoggio popolare che quello del Congresso, il quale concesse ampi poteri di intervento al presidente per difendere gli interessi nazionali. Nel caso dell’intervento in Iraq, Bush e il suo staff hanno insistito per mesi sul possesso da parte di Saddam Hussein di
armi di distruzione di massa, pronte ad essere utilizzate sia contro gli Stati Uniti che contro Israele: il fatto che il dittatore iracheno le avesse già usate in passato contro il suo stesso popolo nel
Kurdistan, venne sottolineato più volte a rimarcare come la minaccia fosse quantomai concreta. A seguito di una lettera mandata ai membri più importanti del Congresso, il presidente Bush è riuscito ad ottenere nell’ottobre del 2002 una risoluzione in cui si autorizzava il presidente ad utilizzare le Forze Armate se necessario. Forte dell’investitura del Congresso, Bush conquistò definitivamente l’opinione pubblica americana durante il suo annuale discorso sullo Stato dell’Unione, nel gennaio 2003: con il congresso e l’opinione pubblica d’accordo, la nazione mosse guerra all’Iraq in marzo. In seguito, quando a Saddam sconfitto le armi non sono state trovate, l’imputazione a carico di Baghdad è divenuta soprattutto quella di appoggiare il terrorismo di matrice islamica.
Il generale americano
Harry Summers, in un suo libro ammette come un tragico errore americano in Vietnam sia stato nascondere al
popolo americano “[...] la vera natura della guerra nel momento esatto in cui la tv portò la realtà nei suoi salotti e nei suoi colori reali. Come conseguenza per molti americani quella del Vietnam divenne la più distruttiva, la più orribile, la più terribile guerra mai combattuta nella storia”.
[10] Quella del Vietnam fu infatti la prima guerra le cui immagini poterono entrare nelle case della gente, portandone gli orrori e i retroscena, sino a quel momento solo immaginati, direttamente sulla tavola, con tutta la loro violenza e la loro durezza. Anche se l’effetto ormai ha perso l’aura di novità, non è comunque venuta meno la sua forza nel caso dell’intervento in Iraq. In entrambe i casi i
media hanno portato la realtà, una realtà altrimenti lontana, sotto gli occhi dell’opinione pubblica, la quale ha toccato con mano la violenza del conflitto e la perdita di vite americane, traslando lentamente da una posizione favorevole al conflitto ad una posizione contraria. Immagini simbolo come la bambina vietnamita ustionata dal napalm che scappa nuda per la strada, o come le file di bare dei soldati americani che rientrano dall’Iraq, hanno contribuito ad infliggere durissimi colpi alle chance di vittoria americana.

I nemici degli Stati Uniti hanno saputo sfruttare molto bene questa arma a loro disposizione. Per il Vietnam basti qui citare l’offensiva del Teth del 1968: in quell’occasione l’attacco vietcong colse di sorpresa gli americani che però riuscirono a reagire in tempi piuttosto rapidi e ad annullare i vantaggi strategici dell’attacco. Ciononostante le immagini dei soldati americani pesantemente attaccati e dell’ambasciata Usa di Saigon assaltata da un commando nemico, lasciarono un segno profondo nell’opinione pubblica americana: l’offensiva del Teth si risolse con una sconfitta strategica dei vietcong, ma con una grande vittoria mediatica che andava a colpire gli Usa nel loro punto debole. Per quanto riguarda l’Iraq, tanto Al Qaeda quanto gli altri gruppi terroristici hanno sempre dimostrato di saper utilizzare brillantemente lo strumento mediatico, a partire dall’attacco alle torri gemelle: i video delle decapitazioni, delle uccisioni dei marines ai check-point, degli attacchi kamikaze ai blindati americani, sono continui colpi alla coesione dell’opinione pubblica americana, che sta lentamente cedendo sotto questa sequenza di pugni.
Se
la Guerra del Vietnam è stata persa e se quella in Iraq è ben lontana dal risolversi come previsto dalla Casa Bianca, questo è dovuto a molteplici fattori, in primis errori di approccio e di valutazione, errori strategici, senza contare la determinazione del nemico, soprattutto nel caso del Vietnam. Di sicuro però lo
scollamento dell’opinione pubblica americana dalla causa della guerra ha portato in entrambe i casi a una spaccatura nella società, alla contestazione del potere politico, al lento sfaldamento della coesione nazionale indispensabile quando un paese affronta un conflitto, specie se prolungato nel tempo e dall’esito tutt’altro che scontato. Vale la pena chiudere con una frase di Charles Kriete, riportata da Harry Summers, fatta a commento della sconfitta americana in Vietnam:
“Le società in cui la comunicazione sia libera e in cui si salvaguardi il pluralismo dal punto di vista legislativo, e che di norma tollerino un elevato livello di dissenso politico, trovano maggiori difficoltà nello sviluppare e mantenere un consenso generale all’impegno per obiettivi strategici”.
[11]
[1] Si veda Cristante, Stefano,
Potere e Comunicazione. Sociologie dell’opinione pubblica, Liguori Editore, Napoli 1999.
[3] Eco, Umbero,
Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano 1964.
[4] Cristante, Stefano,
Potere e Comunicazione. Sociologie dell’opinione pubblica, op. cit.
[5] Si veda Bentivegna, Sara,
Politica e nuove tecnologie della comunicazione, Editori Laterza, Roma-Bari 2004.
[6] Cristante, Stefano,
Potere e Comunicazione. Sociologie dell’opinione pubblica, op. cit.
[10] Summers, Harry G,
On Strategy: A Critical Analysis of the Vietnam War, Presidio Reissue Edition. 1995.
[11] Ibidem.