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Idee e proposte per una politica della conoscenza nel nuovo volume di Andrea Ranieri

Dal “tempo” ai “luoghi” del sapere

di Mario Morcellini e Valentina Martino
07/09/2006

Dal tempo ai luoghi del sapere: questa la seconda tappa del viaggio che, dopo il libro scritto a quattro mani con Vittorio Foa (Einaudi, Torino, 2000), riporta Andrea Ranieri sul tema delle politiche della conoscenza con un nuovo pamphlet, edito da Donzelli (Roma, 2006).

Partendo dal titolo del libro, I luoghi del sapere è divento uno dei temi principali che hanno animato il Laboratorio di innovazione e comunicazione universitaria (tenuto dallo stesso Andrea Ranieri insieme ad Antonello Masia) alla Facoltà di Scienze della Comunicazione de “La Sapienza”. Gli incontri hanno rappresentato un’occasione di dibattito e confronto fra studenti, dottorandi e giovani ricercatori, che hanno riflettuto e dialogato sui molteplici percorsi di lettura offerti dal testo, ispirando questa “recensione collettiva”.

I luoghi del sapere è anzitutto il frutto di una pluriennale esperienza nella Cgil e, poi, come responsabile del Dipartimento Sapere e Innovazione dei Democratici di Sinistra. Nella sua incisiva brevità e a partire da un sottotitolo programmatico, il libro punta a formulare (e stimolare) idee e proposte per la costruzione di uno spazio pubblico del sapere “non statalista e non puramente affidato a meccanismi di mercato” (p. 23) nell’Italia contemporanea, in un’analisi tesa a censire rischi e opportunità del cammino che il sistema-Paese è oggi chiamato a intraprendere sul terreno della formazione e della ricerca. Un pensiero denso, quello di Andrea Ranieri, che dialoga con i “classici” del pensiero sociologico e filosofico contemporaneo – in ordine di menzione, Bauman, Castells, Bourdieu, Morin, Baudrillard, Sen, Florida – innestando sull’ampiezza di questo scenario interpretativo una coinvolgente riflessione sui temi-chiave: le molteplici implicazioni culturali, socio-economiche e politiche del sapere contemporaneo; il ruolo e le potenzialità della scuola e dell’Università nel sistema-Paese, a partire dalle specificità e dalle storiche “anomalie” del caso italiano; ma anche, non ultimo, il nuovo stile di governo che le specificità delle infrastrutture del sapere finiscono per imporre agli stessi decisori politici.

Sapere, territorio, sviluppo: questi i termini di un legame virtuoso che il Paese è chiamato urgentemente a rilanciare sul terreno della competitività e dell’innovazione, a partire da una convinta valorizzazione della filiera formativa e, in particolare, di una sua maggiore integrazione in senso sia orizzontale (quella fra scuola e Università), sia verticale rispetto, cioè, ad altri settori della vita pubblica (lavoro, cultura autonomie territoriali, etc.). La convergenza di valori non solo economici, ma anzitutto culturali e civici sulla conoscenza e sul sapere – investimenti, per definizione, a elevato tasso di rischio e redditività differita nel tempo – da una parte, impone di lasciarsi alle spalle chiavi di lettura (come quella aziendalista) banalmente mistificanti e riduttive della reale portata dei cambiamenti; dall’altra, esige una più convinta capacità di autocritica e di ascolto da parte degli stessi decisori pubblici. Di fatto, la scommessa italiana dovrà essere anzitutto quella di sintonizzare i tempi concitati di un sistema politico sempre più incapace di “parlare al futuro”, alle prospettive - di per sé complesse e di ampio respiro strategico - dello sviluppo e dell’innovazione.

Il libro di Ranieri insiste sul fatto che le fonti della prosperità di una nazione rimandano ormai a dimensioni immateriali: la diffusione della conoscenza “pregiata”, l’innovazione tecnologica e i brevetti, la competitività sui mercati globali. E’ ormai chiaro che tutto questo ha bisogno di una diversa capacità di governare il cambiamento e mettere in circolo la conoscenza nella società italiana. Come abbiamo già avuto modo di sostenere, del resto, se la politica è il domani, le istituzioni del sapere rappresentano di per sé il “dopodomani” della nostra società. A proposito, il libro di Ranieri sembrerebbe insinuare una promettente provocazione: trovare un luogo, nel futuro, dove farli incontrare.

Ed è proprio in questa chiave che diventa oggi sempre più determinante il ruolo dei “luoghi del sapere” - primi fra tutti, la scuola e l’Università - come naturale interfaccia fra locale e globale, punti di snodo strategico fra i saperi dei territori, da una parte, e quelli del mondo e dell’Europa, dall’altro (p. 23). Il territorio, dunque, come principale fonte del “capitale sociale” delle istituzioni formative e piattaforma strategica su cui si giocherà – grazie a un rinnovato spirito di concertazione – la scommessa più importante: quella di armonizzare il sistema di valori dominante e la cultura delle nuove classi dirigenti con il radicale cambio di velocità che il sapere e la conoscenza hanno finito ormai per innescare nel mondo contemporaneo. Valori che chiedono al Paese di rifondare su tempi e pensieri lunghi la progettazione di se stesso e del proprio futuro (p. 125); mentre sappiamo, di converso, che non c’è segnale più eloquente del declino di una società - e delle sue classi dirigenti – dell’incuria per il proprio domani e, in particolare, per il futuro delle nuove generazioni, a partire dall’investimento su politiche della conoscenza avanzate e moderne.

E’ in questi termini che la lucida analisi di Ranieri argomenta, senza retorica, quella che è la crescente centralità del sapere nel mondo contemporaneo, e cioè la debordante verità di quel “luogo comune” ormai noto come società della conoscenza: un valore strategico per i singoli e per la collettività, che invita a riflettere sulle stesse categorie interpretative di una specifica economia e politica della conoscenza. E non mancano naturalmente, da parte dell’autore, le proposte concrete per un rilancio dei compiti che spettano alla scuola e all’Università: dalla riforma dei Comitati Regionali di Coordinamento, alla piena valorizzazione della formazione come diritto di cittadinanza e fonte della coesione sociale, alla costruzione di un sistema moderno e più universalmente inclusivo (anche in un’ottica inter-generazionale) di life-long learning, fino all’ormai improcrastinabile necessità di riformulare - in termini, di fatto, più realistici e più sistemici - la mutata mission delle nostre istituzioni formative.

Una riflessione assai promettente e ricca di buoni auspici per quelli che potranno essere i passi avanti della Legislatura iniziata sul terreno del rilancio, dell’innovazione e del radicamento delle reti e delle infrastrutture della conoscenza nella società italiana. Ed è una parafrasi di Amartya Sen a riassumere compiutamente il senso del libro: “il sapere riesce ad essere il più potente mezzo per lo sviluppo […] solo se è assunto come il fine dello sviluppo stesso” (p. 79). Questo il messaggio, carico di responsabilità e di scelta, che il libro rilancia alle classi dirigenti di oggi e di domani.

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riferimenti


Andrea Ranieri, I luoghi del sapere. Idee e proposte per una politica della conoscenza, Donzelli, Roma, 2006 [pp. 126].

Casa Editrice Donzelli

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