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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Intervista con Lev Manovich. L'Infoestetica, l'interattività e la produzione non standard

L'estetica dell'informazione tra remix e database

di Paola Carboni e Glauco di Mambro
04/01/2006

Lev Manovich

Ascolta l'audio completo dell'intervista (in inglese, 3561 kb)


Guarda l'intervista a Lev Manovich (in inglese)
L'infoesteticaVideo wmv (4637 kb)Video rm (6254 kb)Audio wav (547 kb)
L'interattivitàVideo wmv (5383 kb)Video rm (7094 kb)Audio wav (691 kb)
L'arte della ricombinazioneVideo wmv (7946 kb)Video rm (10540 kb)Audio wav (1034 kb)

Ci può spiegare in poche parole la sua celebre teoria dell’infoestetica? Può tale logica essere applicata anche ai contenuti della tv digitale?

Attualmente sto concludendo un volume piuttosto ampio proprio su questo tema. Tuttavia, credo che la cultura contemporanea sia anche sintesi, dunque dovrei essere in grado di sintetizzare il mio libro in una o due frasi. Il modo migliore di farlo è dire che nei primi decenni del ventesimo secolo architetti, artisti, designers e registi inventarono una nuova estetica, nuove forme e un nuovo vocabolario, che ritenevano appropriati per la nuova società industriale. Allo stesso modo, possiamo chiederci quali siano le nuove forme di estetica, quali le nuove forme visive adatte alla società dell’informazione.
A questo proposito, l’infoestetica non impone un unico tipo di approccio. C’è, piuttosto, un progetto di ricerca che considera tutto (design, architettura, televisione, musica) e prova a identificare quali schemi siano più pertinenti, e quali siano invece riconducibili agli ottocenteschi storicismo ed eclettismo.

Durante il convegno ha parlato del passaggio dalla produzione di massa alla personalizzazione di massa, ed infine alla produzione non standard. Crede che questo processo sia valido anche per altri tipi di media?

Se pensiamo ai videogiochi, o ai siti web, o ai multimedia interattivi, già oggi abbiamo ampi margini per realizzare la personalizzazione di massa: sorta di media variabili, in cui si possono selezionare i propri personaggi, esplorare il gioco secondo i propri percorsi, navigare in un sito a proprio modo.
Ma ciò che trovo ancora più affascinante è che negli ultimi cinque/sette anni progettisti ed architetti stiano applicando queste idee sempre più diffusamente, col risultato di rendere possibile la produzione non standard anche nel mondo fisico. A mio avviso, questo sviluppo ha un peso maggiore della rivoluzione digitale degli anni ‘90, perché se quella cambiò il tipo di immagini e rappresentazioni che vediamo sui nostri schermi, questa è una rivoluzione che investe il mondo concreto, potrebbe cambiare gli spazi in cui viviamo, dunque potrebbe avere un impatto anche maggiore.
Ma, naturalmente, siamo appena agli inizi di questa fase.

Lei ha affermato che tutti i media possono essere programmati, perché hanno in comune lo stesso tipo di codice digitale. Ma forse certi media seguono questa regola meno di altri. Non crede che questa teoria sia troppo centrata sul personal computer? Voglio dire, forse per altri media non esiste la stessa possibilità di essere programmati. Questa teoria probabilmente è valida per media molto interattivi, ma per media come la tv digitale, probabilmente non esiste la medesima possibilità di essere programmati del pc. Se volessi programmare dei contenuti per la tv digitale, o per l’Umts, non potrei, o non saprei farlo.

So che la domanda in parte diventa anche: chi ha il potere di programmare? Sono le reti, i produttori, o i consumatori?
Negli ultimi 15 anni abbiamo osservato potenti movimenti culturali espandersi: l’open source, la pratica dell’hacking. Negli ultimi 5 anni, tali movimenti sono diventati quasi di moda, e questo è un bene: la gente ha cominciato a modificare i propri strumenti hardware, si possono addirittura acquistare guide per modificare la Playstation! Queste pratiche stanno pian piano diventando di facile accesso, e naturalmente i produttori stanno rispondendo imponendo restrizioni, e nuovi codici. Questa è un po’ la battaglia dei nostri tempi, ma non credo la si potrà risolvere unilateralmente. È certo possibile modificare qualsiasi cosa, ma non tutti sanno farlo, né tutti ne hanno il tempo.
Quindi sono d’accordo, ma credo che il tipo di interattività preferito dai consumatori sia quella di scegliere tra un’ampia gamma di opzioni.
Possiamo d’altra parte evidenziare progetti differenti, ad esempio uno sull’usabilità della British Telecom. In esso, si vuole progettare una tv digitale per un pubblico di massa, e a tal fine si suppone che le persone siano in grado di programmare le proprie storie e selezionare tra diverse possibilità. Così, in sostanza, la tv digitale diventa un multimedia interattivo.
Plausibilmente, vedremo una logica più morbida entrare nel broadcast; dobbiamo tuttavia ricordare che la televisione rappresenta un caso limite, è una tecnologia del tutto interna alla logica della produzione di massa, è un unico messaggio distribuito contemporaneamente a milioni di persone.
C’è una componente ironica nel vedere la televisione tentare di innovare se stessa: che bisogno avremo in fondo di avere la televisione se potremo semplicemente andare su internet? È un po’ paradossale!

Lei ha parlato di organizzazione della conoscenza in database, e dell’uso in essi di metadata, le cui descrizioni vengono spesso scelte in maniera arbitraria. Non crede questo possa essere una fonte di rischio?

Sì, ho detto che le descrizioni collegate agli oggetti sono decisive, perché determinano l’esito delle ricerche. Così avviene con ogni ricerca su Google: la ricerca dipende da quali termini si usano nell’impostarla. Allo stesso modo, nell’utilizzare ad esempio una sofisticata guida interattiva per la tv digitale, usare la tv digitale stessa diventa qualcosa di molto simile a fare una ricerca su internet, e allo stesso modo l’esito delle ricerche dipende interamente da questi metadata. Così, probabilmente l’interfaccia permetterà di fare una ricerca in base al genere del film, in base al nome dell’attore, ma se volessi cercare qualcos’altro, in base ad esempio al tipo di atmosfera, non potrei farlo: le categorie di ricerca sono piuttosto standardizzate, e coincidono con le categorie più comunemente usate dalla maggioranza delle persone.
In sostanza, direi che siamo davanti a un fenomeno curioso: da una parte, i computer permettono tecnicamente di descrivere gli oggetti sulla base di molteplici dimensioni: così, ad esempio, nel fare una ricerca sul web posso trovare tutte le pagine che contengono una certa parola, che sono scritte in un certo linguaggio, che hanno un determinato dominio.
D’altra parte, ciò che possiamo osservare nella cultura di massa è la deriva verso un numero limitato di categorie standard. Pensiamo ad esempio alla pratica del tagging e a Flickr: è un po’ problematica, perché dà per scontato che noi possiamo descrivere completamente i nostri oggetti usando solo determinati termini.
Così, abbiamo la possibilità tecnica di produrre descrizioni molto complesse e dettagliate; d’altro lato, ci viene chiesto di semplificarle all’estremo. Quindi, in un certo senso, non possiamo neppure affermare che questa seconda logica sia completa.
Ciò che dovrebbe succedere è analogo alla situazione in cui si visita una nuova città, o si conosce una nuova persona: inizialmente le confronto con qualcosa a me già noto, un’altra città, un’altra persona; in seguito, vorrei poter approfondire ed estendere questa mia conoscenza.
Anche questa è una parte di ciò che io chiamo info-estetica: strutture di conoscenza, strutture estetiche, che si sviluppano in risposta al progressivo aumento della conoscenza.

È probabilmente vero che siamo già nella situazione di avere dei “metamedia”, e probabilmente la loro principale caratteristica è la logica della ricombinazione. Pensa che tale logica possa essere applicata anche alla produzione di contenuti?

A differenti culture corrispondono risposte differenti a questa domanda. Ad esempio, la cultura musicale in questo è più avanti: pensiamo a deejays e veejays, alla cultura dei club: hanno creato una loro estetica, basata su un personale modo di intendere la ricombinazione. Pensiamo invece al cinema di Hollywood, anche lì si usa la ricombinazione, ma forse in maniera meno creativa: ad esempio, nel produrre diverse serie con gli stessi personaggi, o nel creare, a partire da una serie, tutto, dai giocattoli ai videogiochi: questo è prendere una trama e ricombinarla in vari modi.
Non credo che la ricombinazione sia una cosa in sé buona o cattiva. Dipende da come la usiamo.

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