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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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I transessuali tra discriminazione e segregazione occupazionale

Lavoro di trans-genere

di Arianna Amato
27/04/2005

“La gente crede che ci vestiamo da donna solo per fare marchette, che a noi piace così, non immagina che io per lavorare normalmente dovevo travestirmi da uomo, quello sì che per me è un travestimento” (da “Le rose e le viole” di Porpora Marcasciano, ed. Il Manifesto, Roma, 2002).

Quelle che avete appena letto sono le parole di Nadia, 57 anni, bolognese, bionda, genuina, transessuale. All’epoca dell’intervista – era il 1999 - viveva facendo marchette da ormai trent’anni, ma stava frequentando un corso di formazione: sperava di riuscire, in futuro, a trovare lavoro in una cooperativa. Chissà se ce l’ ha fatta.

Purtroppo, i dati e le testimonianze raccolti dai diversi centri che in Italia si occupano di diritti dei transessuali non fanno sperare nel lieto fine, né per Nadia, né per molti dei tanti trans che aspirano ad un lavoro onesto, senza dover rinunciare all’affermazione della loro identità.

Transessualismo, o D.I.G - Disturbo dell’Identità di Genere – non si sposa con il lavoro: chi sceglie di affrontare il percorso di riconversione sessuale è destinato a subire quelle stesse discriminazioni di cui siamo abituati a sentir parlare in relazione alla questione omosessuale. Per i transessuali, tuttavia, le difficoltà si moltiplicano in maniera esponenziale e la strada che porta all’occupazione è una ben più ardua salita.

L’ostacolo maggiore è legato alla visibilità: il transessualismo, infatti, è un modo d’essere che non può rimanere inespresso, poiché non riguarda esclusivamente la sfera sessuale della persona. La sensazione di mancata appartenenza al sesso biologico di nascita, spinge il transessuale ad adeguare il proprio corpo alla percezione che ha di sé, in un percorso di vera e propria rivoluzione estetica. Questo percorso, condizione indispensabile per la realizzazione della propria identità, viene definito “transito”. Esistono due diversi percorsi: dal maschile al femminile (MTF – Maschile Transizionato Femminile) e dal femminile al maschile (FTM – Femminile Transizionato Maschile). Il transito può condurre, ma non necessariamente, all’intervento chirurgico di cambiamento del sesso, trasformando la persona in una neodonna o in un neouomo.

Alla luce di una simile definizione, sarebbe riduttivo continuare a pensare al transessuale come ad un pervertito, un gay, un travestito. E altrettanto riduttiva è la terminologia finora usata in riferimento a questi soggetti: poiché l’esperienza transessuale ha una complessità che va oltre l’orientamento sessuale della persona, sembra più congruo adottare da questo momento (e non solo nell’ambito di questo articolo) il termine transgender - termine inglese che meglio rende il passaggio da un’identità di genere assegnata ad una identità scelta - traducibile in italiano come transgenere.

Tornando al problema della visibilità del fenomeno, non è difficile immaginare la portata e l’immediatezza della ricaduta che una simile rivelazione di sé comporta, sia sulla sfera professionale che su quella affettiva e familiare. Assai frequenti sono i casi di persone che, avendo deciso di assecondare le pulsioni del proprio essere, si ritrovano senza lavoro e senza famiglia. Durante la fase di transito, il licenziamento è un destino comune a molti, e la ricerca di un’altra occupazione è un iter faticoso, a volte penoso. Gran parte della difficoltà è data  dalla mancata corrispondenza tra il sesso dichiarato sul documento e quello immediatamente percepibile: la legge italiana, infatti, prevede che le modifiche anagrafiche possano essere compiute solo dopo aver effettuato l’operazione di cambiamento di sesso. Chi riesce a trovare un altro lavoro, solitamente si imbatte in attività in nero, con orari disumani, paghe da miseria.

I dati di una ricerca del 1997, finalizzata alla conoscenza della situazione lavorativa di chi iniziava l’iter di riconversione sessuale, un percorso diagnostico-terapeutico piuttosto lungo, rivelarono che il 40% erano persone disoccupate, mentre il 30% era stato costretto a cambiare lavoro per problemi di “incomprensione” con il datore di lavoro o con il contesto lavorativo in generale. Dopo l’intervento chirurgico, con l’ottenimento di un nuovo documento di identità, le difficoltà a trovare lavoro diminuiscono notevolmente, anche se strettamente legate al livello di professionalità di ogni singola persona. Alla domanda se la condizione di transessuale operato potesse pregiudicare l’inserimento lavorativo, il 70% degli intervistati ha risposto negativamente: ormai erano uomini o donne a tutti gli effetti.

L’intolleranza per la diversità ostentata dal transgender è in gran parte dovuta alla diffusa disinformazione sul fenomeno: l’opinione pubblica sovrappone e confonde transessuali, travestiti, omosessuali, drag queen, crossdresser. E l’ignoranza alimenta senza sosta quel granitico stereotipo del transessuale-prostituta che si è radicato nel nostro immaginario. La pittoresca figura del travestito che sul marciapiede espone abiti vistosi, trucco pesante, seno siliconato e una “sorpresa” sotto la minigonna, dovrebbe apparirvi abbastanza familiare. 

L’assioma transessualismo/prostituzione nasce negli anni ’60 con i primi transgender: la rivoluzione sessuale non era ancora esplosa, e l’eccentrica diversità di questi nuovi soggetti li condusse all’esclusione dal mercato del lavoro e alla segregazione in quello del sesso, unico contesto in cui la loro presenza non veniva sentita come una spiacevole stranezza. Anzi. Per molto tempo i transessuali hanno dominato la scena del marciapiede, forti del valore aggiunto derivante dall’ambiguità sessuale di cui erano portatori. La rappresentazione dei transgender come lavoratori del sesso, nonostante i passi in avanti compiuti con la liberazione sessuale e con il riconoscimento sociale di molte diversità, è sopravvissuta fino ad oggi e non accenna a morire.

Eppure viviamo in un’epoca in cui comunicazione e informazione regnano sovrane: un’oculata gestione della tematica transessuale da parte dei mass-media potrebbe aprire la strada alla comprensione e alla de-stigmatizzazione. Lo stato attuale della copertura mediatica del fenomeno è piuttosto scarsa. Per lo più si riduce a scarni articoli sui quotidiani o a brevi servizi nei telegiornali serali, in cui si racconta – con difficoltà di scelta nell’uso del maschile o femminile - di violenze, furti e abusi subiti dai/dalle transessuali, generalmente inseriti nel circuito del sesso a pagamento. Nessuna differenza, dunque, rispetto al trattamento riservato dai mass-media alle prostitute: che si tratti di donne, di uomini, di travestiti o di trans, è sempre valida la regola che “solo una puttana morta (o violentata, o percossa) è una puttana buona”. Pochi spazi sono dedicati all’informazione sulla condizione individuale e sociale del transgender, e quei pochi sono generalmente concentrati su congetture relative all’eziologia della devianza trans-sessuale (ormonale, psicologica, genetica?) o alle modalità con cui affrontare il “problema”  e rimettere tutto a posto “secondo natura” ( F. Armoni, Che fare se un bambino vuol essere bambina, in Il Venerdì di Repubblica, 25/03/2005). Tuttavia, il cinema, un ottimo strumento per la veicolazione delle idee, ha cominciato da qualche anno a guardare al mondo transessuale, con sguardo obiettivo e tollerante.

Al di là di coloriti stereotipi rappresentati da alcune pellicole (vd. The adventures of Priscilla, queen of the desert, regia di Stephan Elliott, Australia, 1994) e dell’eccessivo sfruttamento dell’immagine del transgender nel porno, il cinema ha dato prova di una spiccata sensibilità per la condizione transessuale, raccontando emozioni, turbamenti, vergogne, sofferenze e discriminazioni determinate da un’ identità vissuta a metà. Il grande schermo ha messo in scena il rifiuto sociale e la violenza contro il diverso (Boys don’t cry, regia di Kimberly Peirce, USA, 1999, www.boysdontcry.com), la solitudine e la frustrazione di un amore impossibile (The Crying game, regia di Neil Jordan, Gran Bretagna, 1992), la scoperta infantile di un’identità sbagliata (Ma vie en rose, regia di Alain Berliner, Belgio, 1997, vincitore Golden Globe), la drammatica esperienza migratoria e la prostituzione (Princesa, regia di Henrique Goldman, Italia/Gran Bretagna/Francia/Germania, 2001), la vita post-operatoria e i rapporti sociali di una neodonna (Un anno con 13 lune, regia di Reiner Werner Fassbinder, Germania, 1978).

Nonostante questi flebili segnali di apertura, l’accettazione sociale dei cosiddetti “diversi” è ancora lontana dall’essere realizzata. I transgender rappresentano ancora un’alta percentuale degli occupati della dura catena di montaggio del marciapiede. In una ricerca della CGIL del 1996 su un campione di 50 transessuali (35 MTF e 15 FTM), emerse che 14 di essi/e erano inseriti nel circuito della prostituzione, cui erano stati costretti dall’insofferenza della società nei loro confronti. Ma non solo. L’esclusione dal posto di lavoro classico, spinge i transgender a cercare nel sesso a pagamento la fonte per ottenere il denaro necessario a sostenere gli alti costi delle numerose terapie previste nella riconversione sessuale: elettrocoagulazione, terapie ormonali, terapie psicologiche, interventi di chirurgia plastica.

Difficile, dunque, slegare prostituzione e transgenderismo, elementi di un binomio che appare inscindibile. L’immagine del transessuale che si prostituisce è coerente con le nostre aspettative; destabilizzante, invece, è l’idea di una sua possibile presenza sul mercato del lavoro regolare. Nessuno rimane più sconcertato dalla vista dei trans che popolano le nostre strade, ma riusciremmo a rimanere impassibili di fronte ad una commessa, un’infermiera, una dottoressa transgender? Può un datore di lavoro assumere senza remore di sorta il signor Mario dagli evidenti attributi femminili? Sono domande retoriche, naturalmente.

Negli ultimi anni sono aumentate in modo ragguardevole le iniziative italiane a favore dell’integrazione sociale e dell’inserimento lavorativo dei transgender; basti pensare all’ Osservatorio Identità di Genere (ONIG), allo Sportello diritti della CGIL, al MIT (Movimento Identità Transessuale), all’Arci Trans. L’impegno di tali istituzioni è fortemente centrato sul  tentativo di diffondere l’informazione sul fenomeno, che rappresenta un primo ma importantissimo passo verso la trasformazione culturale. Un grande ruolo, in questo senso, hanno avuto le forti potenzialità comunicative offerte dal web: da un lato, le varie organizzazioni trans e omosessuali hanno trovato uno spazio di libertà comunicativa e di espressione dei propri diritti; dall’altro, l’opinione pubblica ha trovato, o troverà, una finestra aperta da cui sbirciare in un mondo nuovo o semisconosciuto.

Il tentativo di affermazione sociale di chi ha scelto di non nascondersi dietro una falsa maschera da “uomo comune”, decidendo di esporre il proprio self alla luce del sole, non deve essere considerata, però, come l’impossibile scalata di un gruppo di minorati sociali. I transgender non vogliono essere una fascia debole da proteggere. Non sono affetti da malattia. Non sono invalidi. Non sono inferiori. L’handicap non gli appartiene. L’handicap, semmai, è una condizione che riguarda tutti noi, affetti da una grave menomazione culturale: la fobia per il diverso.

Nonostante questi flebili segnali di apertura, l’accettazione sociale dei cosiddetti “diversi” è ancora lontana dall’essere realizzata. I transgender rappresentano ancora un’alta percentuale degli occupati della dura catena di montaggio del marciapiede. In una ricerca della CGIL del 1996 su un campione di 50 transessuali (35 MTF e 15 FTM), emerse che 14 di essi/e erano inseriti nel circuito della prostituzione, cui erano stati costretti dall’insofferenza della società nei loro confronti. Ma non solo. L’esclusione dal posto di lavoro classico, spinge i transgender a cercare nel sesso a pagamento la fonte per ottenere il denaro necessario a sostenere gli alti costi delle numerose terapie previste nella riconversione sessuale: elettrocoagulazione, terapie ormonali, terapie psicologiche, interventi di chirurgia plastica.

Difficile, dunque, slegare prostituzione e transgenderismo, elementi di un binomio che appare inscindibile. L’immagine del transessuale che si prostituisce è coerente con le nostre aspettative; destabilizzante, invece, è l’idea di una sua possibile presenza sul mercato del lavoro regolare. Nessuno rimane più sconcertato dalla vista dei trans che popolano le nostre strade, ma riusciremmo a rimanere impassibili di fronte ad una commessa, un’infermiera, una dottoressa transgender? Può un datore di lavoro assumere senza remore di sorta il signor Mario dagli evidenti attributi femminili? Sono domande retoriche, naturalmente.

Negli ultimi anni sono aumentate in modo ragguardevole le iniziative italiane a favore dell’integrazione sociale e dell’inserimento lavorativo dei transgender; basti pensare all’ Osservatorio Identità di Genere (ONIG), allo Sportello diritti della CGIL, al MIT (Movimento Identità Transessuale), all’Arci Trans. L’impegno di tali istituzioni è fortemente centrato sul  tentativo di diffondere l’informazione sul fenomeno, che rappresenta un primo ma importantissimo passo verso la trasformazione culturale. Un grande ruolo, in questo senso, hanno avuto le forti potenzialità comunicative offerte dal web: da un lato, le varie organizzazioni trans e omosessuali hanno trovato uno spazio di libertà comunicativa e di espressione dei propri diritti; dall’altro, l’opinione pubblica ha trovato, o troverà, una finestra aperta da cui sbirciare in un mondo nuovo o semisconosciuto.

Il tentativo di affermazione sociale di chi ha scelto di non nascondersi dietro una falsa maschera da “uomo comune”, decidendo di esporre il proprio self alla luce del sole, non deve essere considerata, però, come l’impossibile scalata di un gruppo di minorati sociali. I transgender non vogliono essere una fascia debole da proteggere. Non sono affetti da malattia. Non sono invalidi. Non sono inferiori. L’handicap non gli appartiene. L’handicap, semmai, è una condizione che riguarda tutti noi, affetti da una grave menomazione culturale: la fobia per il diverso.

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riferimenti

Porpora Marcasciano, Le rose e le viole, ed. Il Manifesto, Roma, 2002).

Maria Adele Deodori, Vita da travestito, SugarCo., 1979

Gatto Trocchi, Vita da trans. 15.000 transessuali in Italia, 1995, Ed. Riuniti

http://www.mit.bo.it

http://www.crisalide-azionetrans.it

http://www.libellula2001.it

http://www.crisalide-azionetrans.it

http://www.libellula2001.it

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http://www.crisalide-azionetrans.it

http://www.libellula2001.it

http://www.libellula2001.it

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