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Un'idea di Università oltre il declino

di Mario Morcellini
10/06/2005

Che ruolo spetta agli atenei nella moderna società dell’informazione e della conoscenza? Come si ridefiniscono la funzione e l’idea stessa di Università in un’epoca di cambiamento accelerato dell’istituzione e del sistema-paese? E quale scenario evolutivo è possibile prospettare oggi, a qualche anno dall’autonomia didattica e di fronte a uno spazio pubblico infiammato – più che in passato – sulle sorti dell’accademia? A partire dagli anni Novanta, il percorso di innovazione intrapreso dagli atenei ha già dimostrato una straordinaria capacità di radicamento nella società italiana, opponendo alla drammatica penuria di investimenti pubblici un’effervescenza di “numeri” e di esperienze senza precedenti. Eppure, dal sistema dei media alle testimonianze di quanti nell’Università vivono e lavorano, raramente il dibattito rende conto della portata dei cambiamenti. Prevale invece una visione troppo spesso incompleta e “salottiera”, in cui anche i dati e le statistiche finiscono per essere sistematicamente sottovalutati. E’ così che, a fronte di una singolare disinformazione sulle rivoluzioni in atto nell’Università italiana, finiscono per avere la meglio i luoghi comuni e, soprattutto, la generale tendenza del dibattito pubblico alla polarizzazione, a cominciare dall’ormai familiare contrapposizione tra “apocalittici” e “integrati” del “3+2”. E, a ben guardare, anche l’emergente ideologia dell’Università-azienda - vessillo alla moda dell’innovazione - finisce per smarrire l’unicità degli atenei rispetto all’identità di ogni altra organizzazione pubblica e privata: è un cliché che tradisce piuttosto la tentazione imitativa verso altri contesti culturali, spesso assai diversi dal nostro. Ma, soprattutto, va messa in discussione la capacità della politica italiana di cogliere le specificità del sistema della formazione e della ricerca, agendo strategicamente e con continuità anziché in uno stato di riforme permanenti. Quasi che alle corde delle nostre classi dirigenti mancasse un concetto corretto e realistico di Università: stanno lì a dimostrarlo clamorosamente la mancanza di un programma di quadro, l’estrema labilità delle cornici economiche riservate agli atenei (quasi un’«economia politica del costo zero»), l’incertezza normativa e la sconcertante incoerenza di alcune proposte avanzate. Di fatto, si stenta ancora a riconoscere nell’Università un valore tra i più universalistici, strategici e moderni. Occorre invece rilanciare con vigore la funzione degli atenei nella vita e nella percezione pubblica, il ruolo insostituibile e anti-ciclico della formazione e della ricerca nella costruzione del futuro: quello dei giovani e del paese. La formazione e la ricerca sono oggi il vero fulcro della “ricchezza delle nazioni”: disinvestire sull’Università significa rassegnarsi a un inesorabile declino, e prima o poi il paese capirà il danno. E’ chiaro che molte responsabilità spettano all’Università e alla sua storica vocazione all’autoreferenzialità. Ma i tempi sono cambiati per tutti e gli atenei si stanno già interrogando a fondo: sul senso di una tradizione plurisecolare e sulla propria immagine di fronte all’opinione pubblica e al paese. Da parte degli addetti ai lavori, si fa strada la consapevolezza soprattutto su un punto: è la stessa “idea” di Università a correre oggi il rischio di una pericolosa deriva nella percezione pubblica e, in particolare, nella cultura politica italiana. E non manca un bruciante paradosso: questa drammatica rimozione del valore dell’Università si verifica proprio quando la platea dei suoi “portatori di interessi” tende ad allargarsi, fino a identificarsi ormai quasi integralmente con la società italiana e le sue principali agenzie e istituzioni. Basti solo pensare al significato epocale di trend quali la crescita del numero di iscritti e laureati nella stagione post-riforma: testimonianze tangibili dei processi di cambiamento noti sotto l’etichetta del “3+2” e, dunque, dell’efficacia dell’autonomia didattica nel rilanciare la domanda di formazione e la produttività del sistema universitario.
Di fatto, numerosi segnali indicano nella fase attuale un momento particolarmente tempestoso, rappresentativo di un intero ciclo evolutivo e di quella che potrà essere l’Università italiana di domani. Autonomia, qualità, valutazione, apertura al contesto sociale e alla tecnologia, comunicazione, orientamento: questi i valori irriducibili su cui fondare uno sviluppo armonico, consensuale e non effimero del sistema universitario. Sono tanti tasselli destinati ad acquisire senso compiuto, tuttavia, solo se integrati entro un chiaro progetto di innovazione, capace di autopromuoversi e farsi strada in un dibattito pubblico più consapevole ed equilibrato.
Occorre allora fare il punto sulla realtà e sul modello culturale emergente dell’Università italiana. Una costellazione - contraddittoria e promettente - di esperienze e di “valori” che dischiudono interi mondi possibili e rispetto a cui il tema della comunicazione si candida naturalmente a giocare un ruolo a centrale: quello di una più consapevole valorizzazione dello straordinario capitale sociale degli atenei e, dunque, di promozione e governo strategico del cambiamento. Di fatto, l’Università italiana tende sempre più a configurarsi come uno spazio di eventi. E’ il segno che siamo di fronte a una diversa visibilità dell’intreccio tra problemi e, soprattutto, risorse che l’Università italiana rappresenta; e, sempre più spesso, persino a una nuova strategia nei confronti del paese e dei diversi stakeholders.
I tempi sono ormai maturi per riflessioni più equilibrate sull’innovazione dell’Università, per testimonianze e prese di parola incisive sul ruolo vitale e trainante degli atenei nello sviluppo del paese. Interventi come l’ormai consueta Relazione Annuale sullo Stato dell’Università della CRUI e il discorso di insediamento del Presidente Montezemolo all’Assemblea di Confindustria (27 maggio 2004) dimostrano che è ancora possibile estendere il consenso al sistema culturale e di valori dell’Università; condividere il progetto di sviluppo che vede protagonisti gli atenei; promuovere il rilancio della formazione e della ricerca entro uno spirito di concertazione.
Sono prove concrete che è possibile riscattare da un’inesorabile decadenza il sistema universitario - e, dunque, il futuro stesso della collettività - per convergere su un più consapevole disegno di sviluppo. Soprattutto il neo-Presidente di Confindustria ha sottolineato, con vigore e lucidità, la necessità di tornare a scommettere sul ruolo strategico della scuola e dell’Università, a partire dal potenziamento degli investimenti pubblici. Si è trattato di un intervento che ha avuto l’innegabile merito di rilanciare nell’agenda pubblica i temi dello sviluppo e dell’innovazione del paese: ciò a partire dalla fortunata metafora del declino, rivelatasi capace di interpretare sensibilità e inquietudini ormai diffuse. Di fatto, senza un ruolo trainante dell’Università e della ricerca, il valore dell’innovazione – vocazione profonda delle società post-industriali – rischia di rimanere una pura affermazione retorica: una cultura solo “virtuale”, perché svuotata di contenuti e di prospettive concrete. Su questo punto, resta clamorosa l’anomalia del caso italiano: il 2003 vede l’Italia all’ultimo posto tra i paesi dell’UE per investimenti in ricerca. Con ben altra convinzione le classi dirigenti dovrebbero invece incoraggiare la costruzione e partecipazione allargata a quelle inestimabili “infrastrutture” simboliche – il sapere, le idee, la creatività – oggi indispensabili per un progetto sostenibile di modernizzazione e per una piena cittadinanza nello spazio europeo (e mondiale) della cultura.
Un paese civile ha bisogno di riconoscersi in un’idea più strategica di Università: una rinnovata consapevolezza del valore della formazione e della ricerca contro il declino – economico, ma anzitutto culturale e civico – della società italiana.

I contenuti di questo contributo sono sviluppati in: Mario Morcellini, Valentina Martino, Contro il declino dell’Università. Appunti e idee per una comunità che cambia, Il Sole24Ore, Milano, 2005. Il libro, edito nel mese di giugno, è disponibile in prestito anche presso la Presidenza della Facoltà di Scienze della Comunicazione e il Laboratorio di Comunicazione
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