La tv generalista è palesemente in crisi! Il successo di alcuni canali tematici dimostra una tendenza ad affiancare al consumo di televisione generalista una fruizione più personalizzata e specialistica. Ciò significa che in questo momento diventa più facile prevedere lo sviluppo della stessa televisione tematica rispetto alla possibile nascita di un terzo polo all’interno del modello generalista. Resta il fatto che chi se lo può permettere abbandona la tv generalista per quella satellitare, che offre grande scelta ed è in grado di fidelizzare il pubblico che fa della serialità un culto.
Un limite dell’attuale televisione di non aprirsi alla società, di essere diventato un sistema autoreferenziale. La televisione è che come se si fosse incartata su se stessa, è un mondo che si crede autonomo, un mondo ripiegato su se stesso e ha sempre come punto di riferimento il suo specchio che può essere di volta in volta un programma, un’altra rete. Se una volta la televisione era una finestra aperta sul mondo, oggi troppo spesso è una finestra aperta su se stessa. Difficilmente si pensa al pubblico televisivo come persone. La metafora di “sistema non sistema” è esaustiva nel segnalare l’anomalia del modello italiano. Qui da noi si ha un grande soggetto pubblico che ha quasi la metà dell’audience nei confronti del grande competitore commerciale, cioè Mediaset, e il pulviscolo di piccolissime emittenti nazionali e di tantissime tv locali che ottengono non più del 10% dell’audience, e ancor meno di pubblicità, mentre la pay sta decollando. Questo sistema, nel momento in cui si accende la competizione sul prodotto e sull’audience - come in questo momento – con la presenza ingombrante di due grandi soggetti sulla scena finisce per produrre un eccesso di rispecchiamento. Cioè due offerte televisive che tendono non tanto a sfidarsi sul prodotto quanto sul pubblico.
La televisione appare chiusa in questo circolo vizioso. Da quando esistono i sistemi di rilevamento, tutta la programmazione ruota attorno ai dati d’ascolto. È facile constatare che i programmi che riscuotono maggiore successo sono appunto quelli che, per rivolgersi a un grandissimo numero di utenti, devono usare i metodi, i linguaggi, e i sistemi più semplici, di impatto immediato. Accade allora che la popolazione di telespettatori si convinca di identificare la televisione con i programmi di maggiore successo, e che la televisione sia un mezzo che serva solamente a soddisfare quel tipo di esigenze.
Se i modelli televisivi che hanno successo diventano i modelli dominanti, come si evita l’autodistruzione del sistema, come si evita il circolo vizioso che porta al costante e continuo degrado della qualità dei programmi? Una delle vie di uscita consiste nella diversificazione. Esistono le televisioni ed esistono i pubblici. La ‘diversificazione’ aspira ad imporre modelli di “tv mirata”, che si rivolgono a gruppi selezionati di persone. Essenza del linguaggio televisivo è l’immagine, oltre che la parola. La grande sfida sta pertanto nel tradurre concetti complessi in concetti che resistono anche attraverso il mezzo televisivo. Non tutta la televisione è solo e soltanto puro divertimento, anche se si è convinti di ciò in quanto i sistemi di rilevamento dell’ascolto indicano che l’intrattenimento sia una delle richieste maggiori. Ma può essere la televisione soltanto questo? La risposta non può che essere negativa. La televisione nel suo insieme è qualcosa di molto più complesso, anche se le ore di maggiore ascolto si accompagnano a una maggiore necessità di divertimento. Il contrario del ‘divertimento televisivo’ è la ‘noia televisiva’. Allora si crede che i temi difficili, quelli cosiddetti culturali, appartengano al settore della noia. La sfida che deve vincere l’autore televisivo è quella di offrire la cultura in maniera che non venga percepita solo come un fastidio, o come una noia! Generalmente si ritiene, cadendo in errore, che la cultura sia un mondo esterno che necessiti della propria chiave di ingresso per far parte del globo televisivo. La cultura è invece la televisione che esalta le sue massime potenzialità, i suoi strumenti, il suo linguaggio, le sue modalità espressive e in quanto tale si manifesta. Cultura è anche un programma di varietà condotto benissimo, con una regia attenta ai dettagli, con dei numeri di balletto estremamente accurati. Persino un numero televisivo che “fa tendenza” è cultura. La cultura appartiene alla televisione e, quando emerge, può essere di grandissimo divertimento!
Intanto è sparita dalle programmazioni la figura del regista. Nei grandi programmi di attualità il vero regista è diventato il presentatore. È lui che dà i tempi, che domina la scena. Un tempo la figura del regista era quella preposta al linguaggio. Era la figura che doveva continuamente interrogarsi e fare in modo che anche il pubblico si interrogasse sull’essenza del linguaggio televisivo.
Se la figura del regista pare non avere più motivo di esistere, ce ne sono altre che si fanno largo e riempiono gli spazi vuoti. Per esempio, quelle degli agenti delle varie star-tv, i quali facendosi forti di un personaggio di punta della loro scuderia, cercano di piazzare la loro “merce” a prescindere dalle effettive qualità e/o necessità. E grazie al reality - contenitore eletto a “lanciare” nuovi volti – il gioco è presto fatto. A questo punto perchè eliminare i reality? Oltre a a fare ascolti, sono dei luoghi utili a svolgere le funzioni di uffici di collocamento televisivo.
Un certo modo “gossipparo” di fare tv impera in Italia salvo rare e benvenute eccezioni: Fazio, che fa parlare chi è in grado di farlo; Fiorello e pure Pippo Baudo all’ultimo festival, che fanno cantare i cantanti, ballare i ballerini e via così scioccando per queste scelte azzardate! Basterebbe guardare ai palinsesti d’una quindicina d’anni fa, quelli con i geniali Guzzanti di “Avanzi”, coi “Bellissimi” di Rete quattro alle 22:30, con Biagi dopo il TG1. Lo spettacolo si può salvare, se si vuole, e credo che il pubblico sia d’accordo, checché ne dicano i re e le regine della tv “gossippara”.
Interessante la proposta (da parte del presidente della Rai) di eliminare dal servizio pubblico i reality, essendo programmi che rappresentano le persone in situazioni “artificiali e coercitive da cui discendono inevitabilmente situazioni improbabili e comportamenti immotivati, quando non degradanti”. Eliminando i reality “sarà possibile proseguire e intensificare il lavoro per migliorare la qualità dei contenitori, specie quelli pomeridiani”. Ma sono davvero solo i reality il problema della nostra tv? Pensiamo a dei reality in cui la situazione estrema e paradossale sia affrontata con interesse e rispetto riguardo alla personalità dei partecipanti, al loro modo di agire, reagire, interagire. Guardiamo a quella “macchina” meravigliosa e piena di risorse e sorprese che è l'uomo! Il reality può essere fatto bene, come tutta la tv! Le misure devono essere prese, ma quelle giuste, non quelle d’effetto. E se il problema fosse il contenuto e non il contenitore? Gli esempi in tal senso non mancano. Prendiamo il Grande Fratello 7: nessuna novità eccetto il casting. Agli autori non è rimasto più nulla da inventare: l’unica vera scrittura sta nella scelta dei concorrenti.
Quasi tutti i giorni i giornali dedicano uno spazio ai reality, lo dedicano per parlarne male, forse giustamente; il reality è considerato la “cloaca” della tv moderna. E quando qualcuno vuol parlare male della tv dice: “Ah poi…i reality!” I reality sono diventati davvero il grande alibi della nostra televisione. Ma se sono così brutti, come funziona un reality? Intanto c’è da dire che di reality ce ne sono tanti e non tutti sono uguali. E poi siamo già alla settima edizione di il Grande Fratello, quella che era una novità iniziale è diventata una consuetudine e allora succede che gli autori devono inventarsi non delle storie ma qualche cosa che attiri l’attenzione. L’immagine più coerente è quella delle spezie che vengono messe sul cibo per dare un po’ più di sapore.
Il primo problema è che ce ne sono troppi di reality, alcuni sono davvero molto brutti e tra l’altro sono stati chiusi anche in corso d’opera perché non avevano pubblico. I concorrenti poi si comportano spesso sulla scia delle edizioni precedenti. Come uscirne da questa situazione? Il Grande Fratello ha provato con il cambio di conduttrice. Ma il vero segreto del reality è sempre uno solo: il casting. La fase cruciale non è quella della messa in onda, ma è quella della scelta dei concorrenti perché ogni concorrente è portatore di una storia e se riescono a far interagire tra di loro quelle storie allora il programma è fatto, il programma va avanti da solo, è un programma interessante.
Le polemiche intorno alla televisione italiana sono all’ordine del giorno. Le anomalie colpiscono in primis la costruzione dei palinsesti con programmi che sempre più spesso slittano, vengono soppressi, vanno in onda ad orari impossibili.
Sicuramente la follia dei palinsesti è dovuta all’impossibilità per le due reti ammiraglie di raggiungere gli obiettivi promessi agli investitori pubblicitari e da qui gli spostamenti, i traslochi, le cancellazioni solo apparentemente inspiegabili. A conferma del fatto che ogni mossa è spinta prima di tutto dagli interessi economici e che la televisione è un “supermercato”. E a conferma anche della facilità con cui ci si dimentica che tutto questo mina due meccanismi su cui si fonde, o si dovrebbe fondare il patto comunicativo della televisione: l’abitudine e la fedeltà. Il pubblico è consuetudinario e affezionato ai programmi preferiti. Perché stressare così il palinsesto?
Gli orari dei treni non sono sufficienti per garantire a un paese una rete efficiente di trasporti, ma senza orari i treni non si muovono, e se si muovono creano solo caos.
Il malessere della televisione attuale italiana è un malessere che si insinua pericolosamente ovunque: dai palinsesti ai contenuti, dalla mancanza di creatività alla quasi inesistente produttività interna, produttività tutta tesa alla ricerca del buon prodotto riuscito, già confezionato da qualcun’altro e testato su un’audience diversa da quella nostrana, ma che comunque ha risposto positivamente al prodotto. La paura del nuovo, il coraggio di rischiare e di proporre ciò che manca, la sfiducia totale nel “saper fare”e la fiducia incondizionata nel “saper scovare”. Disappunto estremo per questa situazione che va contro i telespettatori per primi e quindi contro quella regola che dovrebbe essere il principio base per chi lavora in televisione: il rispetto per il pubblico!
(1) C. Freccero, L’audience come periferia, in A.Grasso – M. Scaglioni, “Che cos’è la televisione?”, Garzanti, 2003
L’articolo è frutto degli studi svolti durante il corso di Economia dell’Audiovisivo e del Multimediale tenuto dal prof. Francesco Devescovi.
