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Attualità

Analisi semiotica dei manifesti elettorali

Simboli: ne abbiamo visti di tutti i colori

di Alessandro Mastroluca
05/04/2006

manifesti elettorali NELLA COMUNICAZIONE POLITICA il manifesto elettorale ha sempre assunto un ruolo significativo per la costruzione e la diffusione dell’identità dei partiti. In questa tornata elettorale, a seguito del ritorno al proporzionale, sono venuti a mancare quasi del tutto i volti dei candidati. Al centro ci sono i simboli dei partiti, veri e propri brand che devono trasmettere significati e valori.

Per tutti, o quasi, l’organizzazione topologica è simile. Lo stile è a schermo: un centro, molto esteso, con il simbolo del partito, e una periferia (estremità superiore e inferiore) con gli slogan.
La valorizzazione, per dirla con Floch, è tendenzialmente utopica, ovvero centrata sul soggetto destinatario (in alcuni casi l’indicazione “vota” intensifica l’intento persuasivo) che realizza la propria identità profonda identificandosi con l’Oggetto di valore, in questo caso il partito politico.

Interessanti le contrapposizioni cromatiche dominanti. L’Unione sceglie il giallo, il colore della ricerca del cambiamento e della razionalità: un colore che racchiude tutta la strategia comunicativa di Prodi. La Cdl privilegia l’azzurro, colore della verità, della fedeltà, della costanza: tratti salienti del peculiare rapporto tra Berlusconi e il suo elettorato.

Il premier, nella maggior parte dei manifesti, opta per una scelta tradizionale, ma eloquente. Il simbolo al centro: un cerchio diviso in due parti: nella superiore, su fondo bianco (come tutto il manifesto), leggermente più piccola, la bandiera di Forza Italia; nella parte inferiore, in caratteri bianchi su fondo blu, la scritta in caratteri senza grazie “Berlusconi presidente”. Una fenomenologia che fa ipotizzare l’intenzione di ridurre il peso del partito all’interno della coalizione. La scelta dei caratteri è la rappresentazione di una filosofia: semplicità, chiarezza, una politica senza fronzoli e senza abbellimenti (una chiarezza che ricerca anche nello stile comunicativo del “Caimano”, infarcito di dati e di numeri). Berlusconi, insomma, è come il confetto Falqui, basta la parola. Berlusconi è un logotipo: il nome veicola tutto, da meno tasse per tutti al presidente operaio. Nei casi, poi, in cui il premier appare, lo fa a mezzo busto, con un sorriso compiaciuto sul volto e la bandiera di Forza Italia sullo sfondo. Lo slogan è particolare per un capo uscente di governo: “La sinistra dice che tutto va male. Lasciamola perdere”. Il doppio senso implicito nella battuta finale, in evidenza perché scritta in stampato maiuscolo e colore giallo (il resto è minuscolo, bianco), è in linea con la strategia comunicativa. Siamo lontani, però, dal premier sognante che canta le infinite sorti e progressive di quell’azienda complessa che chiama Italia.

Il punto di forza di Prodi, invece, come insegnano i due confronti tv, è la ricerca della coesione sociale. Così il “curato bonario”, leader senza un partito, sceglie uno slogan che mostra un chiaro rimando all’unione: “due simboli per unire l’Italia”. I due simboli, presentati rispettivamente su fondo giallo (colore della scheda per il Senato) e rosa (colore della scheda per la Camera) sono la quercia dei Ds e L’Ulivo. Perché la leadership di Prodi vuole porsi come espressione di una coalizione eterogenea, in cui le varie identità si uniscono ma non si fondono.

I Ds ricambiano, dichiarandosi “forza che unisce”. Bertinotti, invece, rinforza la sua volontà di mantenere la propria identità, presentando un manifesto mono-cromatico, ovviamente rosso (dagli ovvi rimandi ideologici), con uno slogan forte che anima la campagna di Prc: “vuoi vedere che l’Italia cambia davvero”. Uno stile che evoca una forte vicinanza con la gente, in quel “vuoi vedere che” c’è una calda colloquialità che coinvolge e cattura l’attenzione.

A destra, interessanti le scelte di Fini e Casini. Il leader di An decide per un modello in cui il suo nome risalta molto di più del simbolo. I manifesti di An si presentano su uno sfondo bicromatico, azzurro sopra e verde sotto, che rimanda ad un prato sotto un cielo sereno, un ambiente rasserenante. Questo è un manifesto chiaramente diviso in due parti, con la metà superiore centrata sugli aspetti cognitivi, e la parte inferiore su quelli emotivi. Risalta un desiderio di emergere, di staccarsi da una leadership piuttosto ingombrante, che si riflette nella componente verbale, negli slogan: da “in prima persona” a “questa volta puoi votare Fini” (con “Fini”, in giallo, che occupa quasi tutta la parte superiore del manifesto). Casini, invece, ripropone lo sfondo bianco e il simbolo scudo-crociato, richiamo ad un’identità precisa che accomuna e lega fortemente tutti coloro che vi si riconoscono. Un’identità imperniata sui valori cattolici e sulla famiglia.

La famiglia è basilare anche per l’Udeur, partito culturalmente affine all’Udc. Mastella sceglie di mostrarsi: la posa morbida, il sorriso accennato sottolineano la vocazione moderata. Alle sue spalle una famiglia: presumibilmente padre, madre, una figlia piccola e suo nonno. Importante la sua presenza, che vuole testimoniare dell’attenzione dell’Udeur per i legami e la solidarietà sociale, soprattutto a favore di segmenti deboli della società. Da sottolineare la scelta cromatica, che privilegia l’arancione, colore dell’affermazione dell’io, del buonumore e dell’altruismo. Un ritratto di Mastella, teso nello sforzo di affermare la propria specificità di partito nella coalizione, e con un occhio di riguardo al benessere complessivo della società.

Chiaro ed eloquente come pochi il cartellone dell’Msi: la fiamma tricolore racchiusa in un cerchio bianco, il tutto su sfondo rosso. Un segnale della volontà di difendere gli ideali alla base del partito (Dio e patria), ideali che diventano la luce da seguire per scampare dalla minaccia e dall’invasione comunista. Un ideale, quello comunista, espresso anche da Diliberto (oltre che da Bertinotti). Diliberto, che presenta il suo simbolo legato a quello dei Verdi, sceglie la via della visibilità. Si mostra di trequarti, mentre saluta, con il braccio destro morbidamente sollevato e la mano non del tutto aperta (i sospetti di saluto romano sarebbero stati insopportabili altrimenti).

La scelta di apparire è dominante per le donne, in primis Emma Bonino, leader con Boselli della Rosa nel Pugno. Un movimento misto, che sceglie uno stile di propaganda a valorizzazione ludica, con i due che sollevano le braccia in segno di ottimismo (nel gesto dell’arbitro di pugilato quando dichiara il vincitore dell’incontro). Un caso per chiudere: Aminata Fofana, una donna di colore, candidata alla Camera per i Verdi. Lo slogan è tutto un programma: “Un’italiana in parlamento”. Al di là delle quote rosa, l’invito è a ridiscutere i concetti di identità e appartenenza in una prospettiva globale e trans-culturale.

Una galleria di manifesti di questa campagna elettorale
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