Analisi semiotica dei manifesti elettorali
Simboli: ne abbiamo visti di tutti i colori
NELLA COMUNICAZIONE POLITICA il manifesto elettorale ha sempre
assunto un ruolo significativo per la costruzione e la diffusione
dell’identità dei partiti. In questa tornata elettorale, a
seguito del ritorno al proporzionale, sono venuti a mancare quasi del
tutto i volti dei candidati. Al centro ci sono i simboli dei partiti,
veri e propri brand che devono trasmettere significati e valori.
Per tutti, o quasi, l’organizzazione topologica
è simile. Lo stile è a schermo: un centro, molto esteso,
con il simbolo del partito, e una periferia (estremità superiore
e inferiore) con gli slogan.
La valorizzazione, per dirla con Floch, è
tendenzialmente utopica, ovvero centrata sul soggetto
destinatario (in alcuni casi l’indicazione “vota”
intensifica l’intento persuasivo) che realizza la propria
identità profonda identificandosi con l’Oggetto di valore,
in questo caso il partito politico.
Interessanti le contrapposizioni cromatiche
dominanti. L’Unione sceglie il giallo, il colore della ricerca
del cambiamento e della razionalità: un colore che racchiude
tutta la strategia comunicativa di Prodi. La Cdl privilegia
l’azzurro, colore della verità, della fedeltà,
della costanza: tratti salienti del peculiare rapporto tra Berlusconi e
il suo elettorato.
Il premier, nella maggior parte dei manifesti, opta per una
scelta tradizionale, ma eloquente. Il simbolo al centro: un cerchio
diviso in due parti: nella superiore, su fondo bianco (come tutto il
manifesto), leggermente più piccola, la bandiera di Forza
Italia; nella parte inferiore, in caratteri bianchi su fondo blu, la
scritta in caratteri senza grazie “Berlusconi presidente”.
Una fenomenologia che fa ipotizzare l’intenzione di ridurre il
peso del partito all’interno della coalizione. La scelta dei
caratteri è la rappresentazione di una filosofia:
semplicità, chiarezza, una politica senza fronzoli e senza
abbellimenti (una chiarezza che ricerca anche nello stile comunicativo
del “Caimano”, infarcito di dati e di numeri). Berlusconi,
insomma, è come il confetto Falqui, basta la parola. Berlusconi
è un logotipo: il nome veicola tutto, da meno tasse per
tutti al presidente operaio. Nei casi, poi, in cui il premier appare,
lo fa a mezzo busto, con un sorriso compiaciuto sul volto e la bandiera
di Forza Italia sullo sfondo. Lo slogan è
particolare per un capo uscente di governo: “La sinistra dice che
tutto va male. Lasciamola perdere”. Il doppio senso implicito
nella battuta finale, in evidenza perché scritta in stampato
maiuscolo e colore giallo (il resto è minuscolo, bianco),
è in linea con la strategia comunicativa. Siamo lontani,
però, dal premier sognante che canta le infinite sorti e
progressive di quell’azienda complessa che chiama Italia.
Il punto di forza di Prodi, invece, come
insegnano i due confronti tv, è la ricerca della coesione
sociale. Così il “curato bonario”, leader
senza un partito, sceglie uno slogan che mostra un chiaro rimando
all’unione: “due simboli per unire l’Italia”. I
due simboli, presentati rispettivamente su fondo giallo (colore della
scheda per il Senato) e rosa (colore della scheda per la Camera) sono
la quercia dei Ds e L’Ulivo. Perché la leadership di Prodi
vuole porsi come espressione di una coalizione eterogenea, in cui le
varie identità si uniscono ma non si fondono.
I Ds ricambiano, dichiarandosi “forza che
unisce”. Bertinotti, invece, rinforza la sua
volontà di mantenere la propria identità, presentando un
manifesto mono-cromatico, ovviamente rosso (dagli ovvi rimandi
ideologici), con uno slogan forte che anima la campagna di Prc:
“vuoi vedere che l’Italia cambia davvero”. Uno stile
che evoca una forte vicinanza con la gente, in quel “vuoi
vedere che” c’è una calda colloquialità che
coinvolge e cattura l’attenzione.
A destra, interessanti le scelte di Fini e
Casini. Il leader di An decide per un modello in cui il suo nome
risalta molto di più del simbolo. I manifesti di An si
presentano su uno sfondo bicromatico, azzurro sopra e verde
sotto, che rimanda ad un prato sotto un cielo sereno, un ambiente
rasserenante. Questo è un manifesto chiaramente diviso in due
parti, con la metà superiore centrata sugli aspetti cognitivi, e
la parte inferiore su quelli emotivi. Risalta un desiderio di emergere,
di staccarsi da una leadership piuttosto ingombrante, che si riflette
nella componente verbale, negli slogan: da “in prima
persona” a “questa volta puoi votare Fini” (con
“Fini”, in giallo, che occupa quasi tutta la parte
superiore del manifesto). Casini, invece, ripropone lo sfondo bianco e
il simbolo scudo-crociato, richiamo ad un’identità precisa
che accomuna e lega fortemente tutti coloro che vi si riconoscono.
Un’identità imperniata sui valori cattolici e sulla
famiglia.
La famiglia è basilare anche per l’Udeur,
partito culturalmente affine all’Udc. Mastella sceglie di
mostrarsi: la posa morbida, il sorriso accennato sottolineano la
vocazione moderata. Alle sue spalle una famiglia: presumibilmente
padre, madre, una figlia piccola e suo nonno. Importante la sua
presenza, che vuole testimoniare dell’attenzione dell’Udeur
per i legami e la solidarietà sociale, soprattutto a favore di
segmenti deboli della società. Da sottolineare la scelta
cromatica, che privilegia l’arancione, colore
dell’affermazione dell’io, del buonumore e
dell’altruismo. Un ritratto di Mastella, teso nello sforzo di
affermare la propria specificità di partito nella coalizione, e
con un occhio di riguardo al benessere complessivo della società.
Chiaro ed eloquente come pochi il cartellone
dell’Msi: la fiamma tricolore racchiusa in un cerchio bianco, il
tutto su sfondo rosso. Un segnale della volontà di difendere gli
ideali alla base del partito (Dio e patria), ideali che diventano la
luce da seguire per scampare dalla minaccia e dall’invasione
comunista. Un ideale, quello comunista, espresso anche da Diliberto
(oltre che da Bertinotti). Diliberto, che presenta il suo simbolo
legato a quello dei Verdi, sceglie la via della visibilità. Si
mostra di trequarti, mentre saluta, con il braccio destro morbidamente
sollevato e la mano non del tutto aperta (i sospetti di saluto romano
sarebbero stati insopportabili altrimenti).
La scelta di apparire è dominante per le
donne, in primis Emma Bonino, leader con Boselli della Rosa nel
Pugno. Un movimento misto, che sceglie uno stile di propaganda a
valorizzazione
ludica, con i due che sollevano le braccia in segno di ottimismo
(nel gesto dell’arbitro di pugilato quando dichiara il vincitore
dell’incontro). Un caso per chiudere: Aminata Fofana, una donna
di colore, candidata alla Camera per i Verdi. Lo slogan è tutto
un programma: “Un’italiana in parlamento”. Al di
là delle quote rosa, l’invito è a ridiscutere i
concetti di identità e appartenenza in una
prospettiva
globale e trans-culturale.
Una galleria di manifesti di questa
campagna elettorale