UN’ATTESA (e un’audience) da grande fatto di storia e di costume. Alimentata da fiumi d’inchiostro, quintali di pagine di quotidiani e periodici, intere aperture di telegiornali monografiche.
E’ in un clima rovente per l’altissima temperatura di scontro, che si è consumato, sotto la conduzione del direttore del Tg1 Mimun, il primo confronto televisivo fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi, i due candidati alla guida del Paese alle elezioni del 9 e 10 aprile prossimi.
Davanti allo schermo erano più di sedici milioni, quasi un telespettatore su due. Con una curva di ascolto che non ha conosciuto defezioni di sorta: un numero enorme di persone che, stando alle rilevazioni Auditel, ha seguito il dibattito dal primo all’ultimo minuto, senza nessun tradimento. Un pubblico trasversale: secondo le tabelle, praticamente solo gli under 14 si sono presi il lusso di snobbare Prodi e Berlusconi per gettarsi tra le braccia di Barbie, che imperava nel film di Italia Uno. E senza precedenti: le sfide fra i candidati premier nel '94 e nel '96 si erano fermate sempre intorno ai sei milioni e mezzo di ascolto.
Insomma: un vero e proprio evento mediatico. Preceduto dai prevedibili tira e molla e da clamorosi coup de théâtre: si fa, non si fa, ci vogliono regole, basta alle leggi-bavaglio, basta ai dibattiti senza legge, deve condurre lui, no è meglio che conduca lei. Fino al summit supersegreto tra gli spin doctor delle opposte fazioni, culminato nella firma del rigidissimo protocollo della trasmissione, un vero e proprio dispositivo liturgico dai tempi cronometrati celebrato da un officiante silenzioso, costretto per un’ora e mezza a impegnarsi in faticose variazioni sul tema “ora tocca al presidente, adesso è il turno del professore”. Le domande sono toccate al direttore del Messaggero, Napoletano, e all’ex direttore di Stampa e TG1, Marcello Sorgi.
Confronto all’americana, lo hanno chiamato. E’ il sistema, difatti, che viene impiegato da anni per il faccia a faccia fra i due sfidanti nella corsa alla Casa Bianca. Ma non solo: lo stesso meccanismo è sostanzialmente in vigore in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea. Regole ferree: tempi limitati per domande (rigorosamente identiche per entrambi i contendenti) e per le risposte; moderatore imparziale; niente pubblico; scenografie sobrie e nessun elemento spettacolare.
Praticamente tutto il contrario dei nostri programmi di approfondimento, un via vai di cantanti e attricette elevate al rango di opinioniste dove se scatta la rissa nessuno la ferma, meglio ancora se poi a darsele sono donne che fa tanto lotta nel fango, eccita e tira su gli ascolti.
La critica? Col palato abituato ai match pugilistico-verbali di Alessandra Mussolini, è stata unanime nel definire il confronto “noioso”. Era il meno. Spaccata, invece, nel giudizio sugli effetti: non è servito a nulla o ha spostato voti?. Mentre, manco a dirlo, spaccatissima la politica nell’assegnare i tre punti della vittoria: ogni scarraffone, d’altronde, è bello a mamma soja. Ma quattro indagini demoscopiche eseguite durante e immediatamente dopo la trasmissione da Istituto Piepoli (per SkyTG24), SWG (per il Corriere della Sera), IPR (per La Repubblica) e Makno (per Matrix) indicano che l’elettorato rimasto incollato allo schermo ha ritenuto, di misura, più convincente Romano Prodi.
E ora la serie continua. Già giocato il match Maroni-Bertinotti, in calendario rimangono Rutelli-Casini, Fini-Fassino e il Prodi-Berlusconi di ritorno, stavolta arbitrato da Bruno Vespa. Gli spalti sono infiammati, le squadre in campo pronte agli sganassoni.
Quel che è certo è che il campionato è ancora lungo.
