Parlando delle nuove frontiere della radio, siamo andati ad analizzare con il professore Michele Sorice, il nuovo fenomeno del podcast.
Michele Sorice è professore di “Sociologia dei processi culturali e comunicativi” presso l’Università di Roma La Sapienza. Insegna inoltre “Sociologia dei mass media e Teorie dell’audience” presso la Pontificia Università Gregoriana e Sociologia dei mass media presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano. Si occupa prevalentemente di produzione dell’immaginario in Europa; metodologie di analisi dell’industria culturale e della fruizione mediale; fenomeni e comportamenti di consumo nonché analisi sulle audience mediali e processi di globalizzazione. Le sue attività di ricerca adottano prospettive mutuate dai Cultural Studies.
Dirige il Crisc-Cmcs (Centro Ricerche Studi culturali-Centre for Media and Cultural Studies) che collabora con diverse istituzioni accademiche europee.
Più che una nuova frontiera può essere definito una frontiera integrativa della radio, non credo che rappresenti da solo l’evoluzione delle tradizionali modalità di distribuzione del segnale nonché di fruizione della radio, credo invece che rappresenti una delle tante nuove possibilità di fruizione della radio rese possibili dal digitale da una parte ma in genere da tutti i processi di innovazione. Più che una nuova frontiera mi sembra che possa rappresentare una nuova modalità di fruizione, un diverso uso della radio.
Inevitabilmente avere supporti diversi e modalità diverse di fruizione implica di avere prodotti specifici dedicati alle nuove modalità di trasmissione da una parte e di fruizione dall’altra, quindi prodotti che possono essere più facilmente fruiti, più facilmente scaricati, più facilmente utilizzati, magari da utenti che non sono quelli tradizionali, ma che rappresentano un nuovo pubblico, tra virgolette inteso, quindi bisogna inevitabilmente offrire qualcosa di differente, non soltanto perché c’è una tecnologia differente ma soprattutto perché c’è un pubblico più ampio e che se vogliamo possiamo definire "nuovo". Un pubblico più esplorativo, più giovane, più abituato a tecnologie pull.
Qui avrei dei dubbi, diciamo che non è il pubblico usuale della radio tradizionale però è il pubblico che probabilmente già fruisce della radio o ne fruisce soltanto in parte. Dire che è un pubblico conquistato ma non è del tutto nuovo, è comunque un pubblico che ha già un feeling con il mezzo, che ha un rapporto con la tipicità del mezzo, possiamo dire che sicuramente non è il pubblico della tv generalista.
Questo è un rischio di tutte le tecnologie on demand, diciamo che può snaturare la radio come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, quel modello di radio che probabilmente tende a scomparire, ma non dimentichiamo che questo modello per un pubblico di massa è già da tempo che non esiste più. Le radio diventano sempre più di nicchia, dedicate a micro community e il podcast sembra l’evoluzione di questo processo.
Si, in questo caso sembra non esserci almeno apparentemente una community, non è escluso però che riconoscersi nel podcast sia esso stesso un modo per fare community. L’uso dell’Ipod è la tipica fruizione assolutamente solitaria però al tempo stesso gli Ipod user sono essi stessi comunità, si costituiscono come gruppo, si incontrano nei negozi appositi. A Londra normalmente si incontrano nell’Apple Store e si scambiano informazioni, quindi sembra comunque, almeno in linea teorica, la costruzione di un’appartenenza.
Questa è la domanda che si stanno ponendo tutti quelli che si occupano del business del podcast. Probabilmente delle forme esisteranno, bisognerà ovviamente studiarle. Non escludo che un tipo di advertising all’interno del podcast non possano essere delle forme di diminuzione dei costi del servizio o delle forme di sponsorizzazione di alcuni prodotti, forse dei banner nei programmi per scaricare i prodotti, ma non so quanto possa influire su questo tipo di fruizione che si configura come una fruizione alternativa e quindi svincolata dalla pubblicità. Il vero problema è che noi siamo abituati alla pubblicità del broadcast, la pubblicità che viene spinta verso l’ascoltatore, tutte le tecnologie pull mettono in crisi questo tipo di pubblicità, ma vedo che le aziende che lavorano in questo mercato riescono ad essere molto creative quindi riusciranno a trovare il sistema per starci dentro. La creatività delle aziende riuscirà a superare anche questo ostacolo, dopotutto fino a questo momento ci sono sempre riuscite.
Non a breve scadenza sicuramente, ma credo che comunque un cambiamento negli stili di fruizione potrebbe influenzare non tanto le modalità di trasmissione e realizzazione dei programmi radiofonici, ma potrebbe influenzare invece le modalità di fruizione della radio tradizionale, spingendo la radiofonia verso un rapporto più stretto, più diretto, ancora più interatti vo di quanto non lo sia oggi con il pubblico tradizionale. La radio si adeguerà ma non modificherà il suo DNA. Il cambiamento che potrebbe determinarsi è quello delle modalità di interazione con il pubblico ma senza snaturarsi. Non ho mai creduto all’innovazione per sostituzione, credo molto più nell’innovazione per integrazione.
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