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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Attualità

Gli italiani non tradiscono i vecchi media, ma sono attratti dai nuovi. La fotografia del Censis sull’evoluzione dei consumi

La dieta medi(a)terranea: broadcasting e stampa conditi di hi-tech

di Maria Antonia Fama
18/12/2005

La rimediazione è la chiave di lettura della transizione. Dal 2001 al 2005 le diete mediali e le geometrie di consumo degli italiani si sono trasformate. Ma se quattro anni bastano a rendere più amiche le nuove tecnologie, non sono sufficienti a cancellare le vecchie. La convivenza, piuttosto che la sostituzione, è il dato emergente dal quinto Rapporto  sulla Comunicazione in Italia Censis-Ucsi. La ricerca è parte del 39esimo rapporto sulla situazione sociale del paese, presentato dal Censis il 2 dicembre 2005, e si presta ad un confronto con i risultati del 2002, rispetto alla stratificazione della popolazione in base ai media utilizzati. Rimangono ferme le cinque categorie della piramide dei media, pur con qualche passaggio di percentuali dall’una all’altra.
La popolazione è divisa a metà, anche se con una tendenza alla multimedialità: 54,3% ( 27 milioni e 200mila) multi-mediali e 45,7% ( 22milioni e 600mila) mono-mediali. Si contrae di poco la base della piramide: i “marginali” (persone che usano un solo mezzo) dal 9,1 all’8,3% e i “poveri di media” ( che usano due o tre mezzi) dal 37,5 al 37,4%.
Più significativi i risultati ai piani alti: i “consumatori medi” ( quattro o cinque mezzi) perdono il 2,5%, che va ad ingrossare le fila di “onnivori” ( sei o stette) ( + 2,4%) e “pionieri” (otto o più) (+ 1%).
Si assottiglia sempre più, dunque, la classe del consumo medio, un ponte pericolante sospeso sul vuoto del digital divide. Il divario tecnologico taglia fuori il 79,5% , pari a 39 milioni e 600 mila persone. Meno del 3,4% rispetto al 2002,  ma sempre troppi in confronto al 20,5% ( 10 milioni e 200 mila) che vive in piena era digitale.
Quattro anni di evoluzione  e rivoluzione non hanno annullato le distanze. Esiste ancora un popolo dimenticato, oscurato da massicce ondate di diffusione dei media digitali che invadono solo una parte di mondo, quello che conosciamo:  cellulari (+ 19 milioni), internet ( + 5 milioni), computer ( + 4,8 milioni), tv satellitari ( + 1,9 milioni). Nel  55,4% dei casi nell’abitazione c’è un computer, e nel 32,4% di essi è connesso e viene usato per navigare.

Aumentano gli utenti internet e gli acquisti online. Tre milioni di italiani fanno shopping in rete perché più economico (45%), più comodo( 29,3%), più veloce (19,5%), sicuro ( 6%). E chi non si fida ciecamente del web come venditore, tuttavia lo usa come garanzia di acquisto. Sono ben 10 milioni i “naviganti” alla ricerca di  informazioni sui prodotti che vogliono acquistare: società produttrici e distributrici,  requisiti e marche, rivenditori, offerte nei megastore dei centri commerciali.
Convince la possibilità di avere più informazioni per scegliere meglio. Ma non ci si fida della pubblicità, considerata  invadente. Diminuiscono coloro che la considerano una fonte di finanziamento, un linguaggio efficace ed espressivo o un aiuto nelle scelte d’acquisto.
Nel pieno della rivoluzione digitale i media tradizionali resistono strenuamente, rimescolati nelle diete mediatiche individuali. Insostituibili.
Sfogliare la propria rivista preferita o leggere un libro in un momento di relax, resta un piacere senza paragoni. I lettori di libri rimangono 23,4 milioni, con una leggera flessione degli abituali ( 15,8 milioni).
Leggera flessione anche per settimanali (dal 44,3% del 2002 al 44,1% del 2005) e mensili (dal 24% al 23,2%), che però in dieci anni (1994-2004) hanno raddoppiato il numero di copie. La carta assume un plusvalore nell’era elettronica: il lettore diventa collezionista, custode di un patrimonio scritto.
Anche i quotidiani registrano un calo, dal 42,3 al 38%, tra i lettori assidui (tre volte a settimana). Aumentano, invece,  i saltuari ( una o due volte a settimana), dal 15,2 al 16,9%. I quotidiani sono considerati meno volgari, ma più faziosi, ossequiosi verso i potenti e impositori di un punto di vista.
L’informazione gratuita trionfa. Quasi 14 milioni di italiani leggono la free press. Incuriosisce,  invoglia, perché non costa nulla e risponde all’esigenza di una fruizione immediata, semplificata, che vada subito al sodo senza “far perdere tempo”. La free press si propone per molti come “il futuro della stampa italiana”, un giornalismo cartaceo che fronteggia quello online ricalcandone i modelli. La stampa tradizionale, invece, basa il suo antagonismo sull’approfondimento, che rappresenta un valore aggiunto.
La radio si rimedia e rinasce. Crescono gli ascoltatori adulti, nella fascia d’età tra i 30 e i 44 anni ( 69,8%) e tra i diplomati ( 66,1%). I valori si avvicinano a quelli degli adolescenti, da sempre campioni nel consumo di radio. Ma  quello che attira non è la programmazione, né il mezzo in sé, quanto la possibilità di svincolarsi da esso. Si tratta dell’opportunità di  trasportare il messaggio su tanti media diversi: nuovi, vecchi, combinati. Strumenti agili e leggeri riproducono il flusso radiofonico ovunque (lettori mp3, cellulari, internet). Il 45,3% degli italiani ritiene che “informazioni e musica passino dappertutto”. Il contesto di ascolto, dunque, non è più fondamentale. Liberata  dalle categorie di spazio e tempo la radio si trasforma in un new media.
La tv resta regina. Non solo perché gli utenti sono 1,3 milioni in più, ma perché, come per la radio, si moltiplicano le modalità di fruizione. Il medium  può rimanere lo stesso, e  moltiplicare i canali, oppure rimediarsi, incontrare le nuove tecnologie. Fra i 49 milioni di italiani utenti della tv tradizionale, ve ne sono già 8 milioni che guardano la tv satellitare, 3 milioni che guardano quella in digitale terrestre e persino 1 milione che già sperimenta quella via internet.
La gerarchia delle preferenze nei generi rivela un uso della tv soprattutto come mezzo di informazione ( 91,1%) e narrazione di storie, attraverso un genere, la fiction, che favorisce l’accostamento con la vita reale ( 97,6%). Poi vengono l’intrattenimento,  (70%), la cultura (33,5%) e lo sport ( 30,5%).
I giudizi negativi e positivi sulla tv finiscono per bilanciarsi. Il 47,7% considera le nuove offerte “solo un modo per spillare soldi”, pagando per quello che prima era gratis. Per il 51,4%, invece, “la televisione svolge un ruolo insostituibile nel panorama dei media, nonostante le nuove tecnologie”. Il 55,5% sostiene che in fondo “la televisione la vedono tutti, perché non se ne può fare a meno”. La maggioranza, tuttavia,  è anche convinta che la televisione negli ultimi anni sia peggiorata, più volgare, e che i giovani ne vedano troppa.
La solita vecchia storia del cane che si morde la coda.
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