Il video della frase incriminata (TG3, file wmv)
La manifestazione (file mov)LE FOTO: Mediazone alla mobilitazione
ATTRAVERSARE il centro di Roma in motorino, nel pieno tramonto di una sera di prima primavera, e sentirsi come Nanni Moretti in “Caro diario”. Dribblare i palazzi romani del potere (quelli di destra, quelli di sinistra, quelli dello Stato, quelli di ieri, quelli di oggi) e sbucare a largo di Torre Argentina. E ritrovarsi in un lungo trenino di 200 persone di tutte le età, con due palloncini in mano per ciascuno e una, una sola parola in bocca. “Coglioni”.
Antefatto. Il presidente del Consiglio, nel rush finale della più violenta e velenosa campagna elettorale dal ’48, pronuncia, poi cerca di ridimensionare, infine conferma nella sua interezza, la seguente affermazione: “Ho troppa stima per l'intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse”. Una deflagrazione verbale che porta con sé una marea di polemiche politiche sull’opportunità o meno che il capo del governo della sesta potenza mondiale designi con un epiteto genitale più o meno (lo sapremo lunedì) venti milioni di cittadini del suo paese.
Nel frattempo, un gruppo di ragazzi di un master di comunicazione politica stanno intorno a un tavolo a lavorare. Smanettano, come è logico, sul web e seguono minuto per minuto le evoluzioni della campagna. E poi Silvio lo conoscono bene: sono i suoi vicini di casa. E si, perché la sede del master (promosso da Running, società di Claudio Velardi, già spin doctor di D’Alema) è proprio a via del Plebiscito, nello stesso palazzo Grazioli che ospita la residenza romana del premier.
Arriva anche a loro, in tempo reale, la dichiarazione del dirimpettaio di pianerottolo. E li tocca nel vivo, perché moltissimi di quei ragazzi sono, per l’appunto, dei “coglioni”.
E’ l’inizio. Massimiliano, Giuseppe, Gabriele, Elena e gli altri scoprono di sentirsi abbastanza orgogliosi di ritrovarsi appiccicata la definizione. Orgoglio coglione. Che si concretizza, in pochissimo, in un blog su Splinder. Contattano l’Ansa, che fa un lancio, ripreso da Repubblica.it e Corriere.it.
“Dieci minuti dopo aver postato il primo messaggio avevamo 200 commenti, nel giro di poche ore 30mila contatti e i commenti erano 2000: non credevamo di far tanto casino”. E’ Massimiliano a spiegarcelo, nel bel mezzo del trenino di cui sopra, preciso preciso a quello dei veglioni di Capodanno, non fosse altro che, per l’appunto, invece di “brigittebardobardò” qui si ritma “co-glio-ni-co-glio-ni”.
L’autoconvocazione è lanciata nel post numero 5, alle 15.46. Lo stile è quello delle smart mobs, “folle mobili”: secondo la definizione di Howard Rheingold una smart mob è costituita da un gruppo di persone che si aggregano temporaneamente per motivi politici, di svago, culturali, in base a segnali multipli e contemporanei, come sms, email, blog, e che poi si sciolgono, pronte a riaggregarsi, uguali e diverse, in un’altra occasione.
Ed eccoli qui, i duecento coglioni. C’è di tutto. Ci sono Italo e Marilena, 67 e 56 anni, ottici, “coglioni da 50 anni, e della peggior specie, perché siamo commercianti”. Sono venuti dall’altra parte di Roma, dall’Eur, sfidando il traffico romano. “Abbiamo ricevuto un’email dalla newsletter di Giovanna Melandri, abbiamo rimediato un palloncino e siamo corsi”. Non è la prima volta per loro. Italo: “I girotondi li ho fatti tutti, dal giorno di Moretti a piazza Navona, perché bisogna rispondere a chi ha lacerato il tessuto morale del paese. Ma oggi sono più contento, prima non c’erano così tanti giovani come oggi”.
I giovani. Giovanissimi, come Iacopo, 17 anni, studente del liceo artistico “Ripetta”, matricola a una smart mob. “Credevamo di non trovare nessuno. E invece…”. E invece c’è più di qualcuno. La festa prosegue, giocosa, colorata. Niente provocazioni. Sulle paline degli autobus campeggia pericolosamente un manifesto di Forza Italia col faccione del suo presidente. L’accostamento per una foto è perfetto, ma tutti si rifiutano: “non vogliamo che diventi una cosa contro Berlusconi, non siamo qui contro nessuno. Siamo qui per noi, per dire chi siamo”. Niente pose dunque, ma uno scatto riusciamo a rubarlo.
Gattarandagia (il suo nick) è una blogger, e una bazzicatrice dei blog e dei forum di Repubblica: “Mi ha avvisato un amico dall’Inghilterra: guarda che vicino casa tua alle 19 ci sono i primi coglioni organizzati, vacci!”. I coretti intanto si sprecano. “Chi salta è un coglione”, e tutti a saltare. La gente che sale e scende dagli autobus (questo è un punto nevralgico di passaggio dei mezzi pubblici) guarda, sorride, qualcuno si unisce. O si ferma a guardare la maglietta di Alice, studentessa 23enne di scienze della comunicazione, arrivata qui perché un amico l’ha avvertita via Messenger. Ha una t-shirt bianca scritta a pennarello. Davanti: “Orgoglione”, come a Zelig. Dietro: “All’ICI nel paese delle meraviglie”. Ma si chiamerà Alice per davvero? “Giuro”, e ci mostra la patente.
Piano piano la piazza si svuota. Gira una voce: alle 20 davanti a Palazzo Chigi. Si va.
Alle 20.05 i presenti sono pochissimi. In piccoli gruppi, frantumati: una decina di superstiti al flash delle 19. Non la pensa allo stesso modo la polizia: intravisti due o tre palloncini, gli agenti si avvicinano ai "proprietari", intimando loro l'uscita dalla piazza. Al "come mai?" stupito di costoro, fa eco l'ordine ancora più perentorio del "capo". Niente da fare; i presenti vengono fatti accomodare al di là delle barriere di metallo che delimitano piazza Colonna, mentre un cordone di agenti si forma a protezione dell'area. Con qualche effetto melodrammatico: turisti e persone di passaggio passano da una preoccupata curiosità a qualche ironico sorriso, una volta saputo il perché di tutto quell'allarme. Nonostante ciò l'attenzione e la prontezza delle forze dell'ordine rimane alta: un paio di agenti si avvicinano a Chiara e Diletta, due "potenziali coglione" arrivate troppo tardi a Largo Argentina e per questo presenti ora a Palazzo Chigi. Una volta squadrato l'abbigliamento da sovversive (foto) e i due palloncini che hanno in mano (esplosivi? tossici? meglio non correre rischi), chiedono loro i documenti e annotano le loro generalità.
Superato il picco di "tensione" succede poco o null'altro. Non rimane che tornare a casa; qualcuno con un foglio attaccato sul petto, qualcuno con un palloncino in mano. Qualcun altro, invece, al telefono con il capoufficio: "Oh, ma sai, hanno voluto le mie generalità. Ora sono una cogliona schedata!"
